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28 Giugno 2026 da AISO
Resoconti

Restituire Affioramenti #4 | L’approccio di un neofita alle fonti orali. Tra spunti d’interesse ed introspezioni personali

Restituire Affioramenti #4 | L’approccio di un neofita alle fonti orali. Tra spunti d’interesse ed introspezioni personali
28 Giugno 2026 da AISO
Resoconti

di Lorenzo Capelli

Giovani storiche e storici alle prese con le fonti orali. Pubblichiamo il quarto contributo della restituzione collettiva della scuola itinerante Affioramenti a cura del gruppo di giovani usciti da un percorso universitario di Storia dalla Sapienza Università di Roma. Riprendendo le loro parole, si tratta di una collettività che “ha un denominatore comune: l’essere stati studenti della professoressa Lidia Piccioni. Abbiamo deciso di condividere una serie di contributi, riflessioni e questioni aperte emerse grazie alle interazioni della nostra esperienza con le fonti orali e gli insegnamenti ricevuti durante la scuola Affioramenti. La filiera generativa della storia orale.”

Avendo recentemente concluso un percorso di studi quinquennale incentrato sulla Storia e le affini Scienze Storiche, nel quale ho potuto sviluppare una discreta scioltezza nell’uso delle più classiche fonti primarie d’archivio, un primo dubbio potrebbe sorgere spontaneo a chi ormai indaga da anni attraverso e sulle fonti orali: come mai hai deciso di partecipare alla scuola di Affioramenti?

In qualità di aspirante storico, e senza alcun dubbio di vero e proprio “neofita” di fronte alle fonti orali, i miei cammini di ricerca potrebbero essere facilmente distinti per la loro natura ancora in divenire, oltre ad una decisa volontà di non precludere nessuna via alla mia curiosità di carattere storico. La scuola di Affioramenti organizzata dall’AISO ha dunque attirato la mia attenzione per questa possibilità di porre le basi per un primo contatto, mediato, verso l’esplorazione del grande panorama legato alle fonti orali, partendo dalla loro raccolta, passando poi attraverso l’analisi delle loro forme, per giungere infine ai processi di restituzione e/o archiviazione. Allo stesso tempo, tuttavia, sarebbe sbagliato non riconoscere come questa iniziale aspettativa sia stata spalleggiata fin da subito da un ulteriore fine pratico. Infatti, fermo nella decisione di voler proseguire la carriera accademica affrontando un dottorato, uno dei possibili progetti che avrei in mente di proporre implicherebbe un ricorso non secondario allo svolgimento di alcune interviste, delle quali ahimè non posso ancora definirmi abbastanza pratico. Ecco spiegate dunque le motivazioni che hanno dato il via alla mia iniziativa di primo approccio, seppur da timido osservatore, al vasto campo delle fonti orali.

Riflettendo allora intorno a quei concetti di “interviste che navigano secondo un moto ondulatorio tra il passato, il presente ed il futuro” e di “storia orale come marcatore di una differenza e di un riconoscimento”, espressi da Luca Santangelo e Antonio Canovi nel corso dei rispettivi interventi fiorentini, la questione fondamentale che sono giunto infine a pormi, ribadendo l’ottica del neofita esordiente, potrebbe essere riassunta in una domanda concreta: come si potrebbe affrontare una comprensione partecipata di fonti orali che possono arrivare a rappresentare un’oscillazione nel tempo e marcare determinati elementi di riconoscimento differenziati da caso a caso? La risposta che ho ritenuto più interessante, seppur di ampia e libera interpretazione, è stata quella di cercare di equiparare alcune delle tematiche affrontate insieme con determinate esperienze legate al mio vissuto, attuando dunque una vera e propria introspezione tra le pratiche delle fonti orali ed una percezione personale più familiare.

Un aspetto di familiarità nel contesto dell’Audiodocumentario

Il primo e più intimo esempio al quale io riesca a pensare è quello che mi è sorto istintivamente dopo l’ascolto dell’intervento fiorentino di Arianna Scarnecchia, incentrato sul caso specifico dell’Audiodocumentario e dei legami serrati tra programmi radiofonici, podcast e la loro salvaguardia in qualità di fonti orali tout court, e che mi ha portato a sviluppare un collegamento profondo nella mia mente. Illustrando il programma radio Expat, in onda dal 2020 per raccontare le storie, i sentimenti e le aspettative degli italiani trasferiti all’estero, il mio primo pensiero è andato a ricadere su mia sorella, Ilaria.

Trasferitasi per lavoro da ormai quasi cinque anni in Svizzera, mia sorella non fa che dimostrarsi visibilmente appagata del percorso di carriera in costante ascesa che ha voluto intraprendere, sebbene alquanto impegnativo, e del respiro di comunità internazionale con la quale è riuscita ad entrare in vivo e stretto contatto, tanto al livello di amicizie che lavorativo. Allo stesso tempo, non riesce davvero a manifestare una certezza nelle proprie aspettative e decisioni nel futuro a venire, come d’altronde lei stessa non finge di negare. Prima di ascoltare questo particolare intervento di Arianna Scarnecchia non avevo mai concretamente riflettuto sul fatto che, all’interno del panorama della conservazione della “storia della quotidianità”, queste personali esperienze provate, vissute e assimilate da una delle persone a me più care potessero rientrare a far parte di quel grande bacino di memorie soggettive nel quale raccogliere le fonti orali. Il pensiero che un giorno, magari, le riflessioni, le emozioni, i sacrifici e le sfide affrontate da mia sorella, nel corso di questa sua attuale e stimolante esperienza di vita, possano rientrare a far parte delle indagini condotte da qualche storico del sociale mi ha dunque portato veramente a sviluppare una visione un po’ più intima sulle funzioni pratiche delle fonti orali, e soprattutto della loro conservazione e salvaguardia.

La Geoesplorazione ed il ragionamento sull’ “imbarazzo dell’intervistato” nel quadro di  ricerche genealogiche in itinere 

A posteriori, una seconda riflessione ha particolarmente catturato il mio interesse, grazie ad altri interventi presentati nel corso di quelle stesse giornate fiorentine della scuola di Affioramenti. Partendo innanzitutto dallo spazio dedicato all’osservazione della pratica di Geoesplorazione, Luca Bravi non ha mancato infatti di sottolineare il concetto fondamentale di “memoria toponomastica di un luogo”, ricollegandosi ad un primo caso di ricerca compiuto intorno al Quartiere 3 di Firenze, lungo la riva sud-orientale dell’Arno. Analizzando nello specifico la singola frazione di Gavinana, il cui nome deriverebbe dalla battaglia svoltasi nell’omonimo comune pistoiese nel 1530, l’osservazione più interessante sollevata dallo stesso Bravi è tuttavia ricaduta su un fatto particolarmente significativo: pur essendo stata denominata in ricordo della suddetta battaglia cinquecentesca, questa stessa porzione di territorio risulta essere in verità maggiormente legata alla memoria partigiana dal punto di vista toponomastico. Il fulcro dell’attenzione ricadrebbe proprio sulla statua dedicata al celebre ciclista Gino Bartali, simbolo locale di questa memoria condivisa sulla Resistenza, seppur la sua leggenda arrivi talvolta a dimostrare qualche tendenza ad eccedere oltre le fonti documentate.

Dichiarando un personale diletto nello svolgimento di ricerche genealogiche legate alla mia famiglia, l’interesse di fronte a tali riflessioni sull’importanza del prendere in considerazione anche la “memoria toponomastica”, all’interno dello stesso quadro di raccolta delle fonti orali, potrebbe risultare lampante. Quante persone conoscono veramente la storia del proprio luogo d’origine o di residenza? In quanti si curano o sono curiosi di scoprire chi sia quel tale personaggio al quale è dedicata la via o la piazza dove dimorano? Tutto ciò mi ha condotto così a proiettare queste riflessioni in un ambito a me più vicino, così da poterle assimilare e comprendere ancor più a fondo.

Nel territorio d’origine di mio nonno paterno, Sesto Imolese, una frazione di Imola (BO), esiste ancora una strada dedicata al mio bisnonno, Giovanni Capelli, un meccanico agricolo e lattoniere abbastanza conosciuto nella zona negli anni ‘30. Quanti degli odierni abitanti di Sesto Imolese potrebbero effettivamente ricordare oggi chi fu o che cosa fece questo Giovanni Capelli? In quanti sapranno che, da “cattolico convinto”, fece parte dell’organico del Comitato di liberazione imolese nel periodo della Resistenza1? Chi avrà effettivamente ancora la memoria di quando fu eletto al “Consiglio Comunale [di Imola] e si batté per migliorare le condizioni del paese”2? Quanti mai saranno a conoscenza del fatto che, intorno alla metà degli anni ‘50, si spese per autoprodurre e vendere attraverso la sua officina un modello speciale di trattorino agricolo universale auto irroratore, dal nome “Supremo”, pur non sognando sicuramente di eguagliare le grandi ambizioni di altri costruttori in proprio al pari di Ferruccio Lamborghini? Esempi elementari come questo possono dunque servire a comprendere realmente come, siano esse orali o scritte, private o condivise, le fonti della memoria legata intrinsecamente al territorio costituiscono una solida base per andare alla ricerca della propria identità e delle impronte lasciate lungo il nostro cammino.

 

Archivio personale famiglia Capelli-Maranini, volantino pubblicitario del Trattorino agricolo universale auto irroratore “Supremo”, prodotto dall’officina meccanica agricola di Giovanni Capelli, Sesto Imolese [BO].

A pensarci bene, le due giornate fiorentine si sono dimostrate incredibilmente stimolanti in questo specifico contesto delle ricerche genealogiche a me così care, considerando ulteriori ragionamenti proposti tanto da Luca Santangelo sull’Ascoltare, che dalla professoressa Lidia Piccioni nella sua introduzione storiografica. Le riflessioni sul “detto/non detto” come secondo livello dell’ascolto, con implicita allusione ai famosi silenzi che possono raccontare più di mille parole, e sul possibile “imbarazzo dell’intervistato” di fronte al registratore, che da freddo macchinario non infonde sempre abbastanza fiducia per poter comunicare apertamente tutto quanto, mi hanno infatti permesso di trovare altri collegamenti con alcune esperienze di ricerca vissute in prima persona. Quasi come per miracolo, un rinnovato slancio verso l’approfondimento delle mie ricerche genealogiche mi fu offerto giusto un paio d’anni fa da un mio caro amico e compagno di corso, cimentatosi allora in alcuni studi sugli italiani in Libia dal periodo della prima colonizzazione sino al rientro forzato in Italia nel 1971. Grazie ad un fortuito intervento di mio padre e mia nonna in una nostra conversazione, venimmo infatti a scoprire congiuntamente per la prima volta che alcuni zii di mia nonna vissero proprio a Tripoli, con le rispettive famiglie, tra il 1937 e il 1942/433, e una delle sue cugine di primo grado nacque addirittura lì nel 1939. Il mio primo confronto personale con quei concetti di “detto/non detto” e “imbarazzo dell’intervistato” si è così presentato nel momento delle interviste svolte dal mio amico con mia nonna, Gelia, e sua cugina, Sonia, alle quali potei assistere come diretto tramite familiare. Se da un lato mia nonna, in qualità di semplice osservatrice esterna di fatti mediati dal ricordo di ciò che le avevano raccontato i suoi genitori, non abbia dimostrato alcun vero timore o imbarazzo al momento del racconto e della registrazione, pur sempre compiuta con un semplice telefonino, la breve intervista telefonica svolta con sua cugina assunse invece un carattere diametralmente opposto. Pur rappresentando una testimone diretta, Sonia non ci diede l’impressione di volersi esprimere troppo su quei pochi ricordi che conservava della sua infanzia in Libia, adducendo tuttavia tre chiare motivazioni. Innanzitutto, avendo vissuto grossomodo solo fino ai suoi due/tre anni a Tripoli, a suo dire le reminiscenze personali su quel periodo sarebbero state molto remote e vagamente confuse. Successivamente, non fidandosi abbastanza lei stessa della sua memoria legata a quei ricordi, non sembrò esprimere appunto una grande fiducia o sicurezza nella registrazione delle sue parole. Infine, come elemento contingente decisamente più preponderante, suo marito si trovava ricoverato da qualche giorno in ospedale quando decidemmo di intervistarla telefonicamente, quindi lei stessa ci confessò in tutta franchezza di non riuscire a concentrarsi a sufficienza per scavare nei propri ricordi in quel preciso momento. Il confronto con questi episodi personali legati ad alcune tipologie di testimonianze orali, esplicite e sincere entro i propri limiti, mi ha così permesso di sviluppare un ulteriore tassello di introspezione nel contesto delle difficoltà legate alla raccolta e preservazione delle fonti orali.

1 G. Magnani, SESTO IMOLESE tra cronaca e storia, Nuova Grafica – Imola, 1994, p. 38.
2 Ibidem.

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Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società.

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