di Elisabetta Croce
Giovani storiche e storici alle prese con le fonti orali. Pubblichiamo il quinto contributo della restituzione collettiva della scuola itinerante Affioramenti a cura del gruppo di giovani usciti da un percorso universitario di Storia dalla Sapienza Università di Roma. Riprendendo le loro parole, si tratta di una collettività che “ha un denominatore comune: l’essere stati studenti della professoressa Lidia Piccioni. Abbiamo deciso di condividere una serie di contributi, riflessioni e questioni aperte emerse grazie alle interazioni della nostra esperienza con le fonti orali e gli insegnamenti ricevuti durante la scuola Affioramenti. La filiera generativa della storia orale.”
Il mio primo incontro con le fonti orali è avvenuto all’interno del percorso di studi in storia contemporanea, come uno strumento specifico della ricerca storica, legato in particolare allo studio del Novecento. In quel contesto ho iniziato a conoscerle e a utilizzarle in forma ancora sperimentale e alle prime armi, soprattutto nel mio lavoro di tesi triennale, durante il quale ho condotto per la prima volta una serie di interviste. L’esperienza sul campo ha però messo rapidamente in luce una distanza tra la preparazione teorica e la pratica dell’intervista. Nonostante il tentativo di orientarmi attraverso la bibliografia di riferimento, mi sono trovata a confrontarmi con incertezze difficili da prevedere nella loro intensità: la gestione dei silenzi, la difficoltà di formulare domande non direttive, il timore di intervenire troppo o troppo poco, e una consapevolezza ancora incerta del ruolo che stavo assumendo nella costruzione del racconto. Più che offrire risposte, questa prima esperienza ha lasciato aperte una serie di domande.
È a partire da queste domande che si inserisce la partecipazione alla scuola di storia orale Affioramenti, a cui ho preso parte nell’autunno dello scorso anno, su suggerimento della Professoressa Lidia Piccioni. Ripercorrendo le diverse tappe della scuola, da Torino a Firenze fino a Napoli, ciò che progressivamente si è mostrato ai miei occhi non è stato soltanto un insieme di strumenti metodologici, ma uno spostamento di prospettiva più profondo. La storia orale ha smesso di apparirmi come un ambito circoscritto, riconducibile a una disciplina specifica, per configurarsi piuttosto come uno spazio attraversato da pratiche, linguaggi e soggetti eterogenei. Questo cambiamento è avvenuto soprattutto nel confronto diretto con le persone incontrate durante la scuola. Accanto a studiose e studiosi di ambito storico, erano presenti figure provenienti dall’antropologia, dall’educazione, dall’archivistica, dal teatro, dal documentario e molte altre. Ciò che accomuna questi percorsi non è un’origine condivisa, ma l’aver incontrato, in momenti diversi, la storia orale come uno strumento capace di aprire nuove possibilità di lavoro e di ricerca. In molti casi, infatti, la storia orale non si presentava come un punto di partenza, ma come un approdo progressivo, emerso lungo traiettorie non lineari. Questo elemento ha contribuito a mettere in discussione un’idea fino ad allora implicita: che le fonti orali appartenessero principalmente al dominio della ricerca storica accademica. Al contrario, ciò che emerge con chiarezza è la loro capacità di adattarsi a contesti differenti, di rispondere a domande diverse e di intrecciarsi con pratiche che eccedono i confini disciplinari. Un ruolo centrale, all’interno della scuola, hanno avuto gli spazi dedicati agli interventi transdisciplinari. In questi momenti, più che la presentazione di risultati, prendeva forma la dimensione del percorso: molte delle persone intervenute hanno raccontato come sono arrivate alla storia orale, quali domande hanno orientato il loro lavoro e quali trasformazioni hanno attraversato nel tempo. L’auto-racconto diventava così una modalità di riflessione sul proprio posizionamento, oltre che uno strumento di trasmissione di pratiche.

La giornata di Napoli, dedicata al tema della co-autorialità, ha rappresentato in questo senso un passaggio particolarmente intenso. Il confronto attorno ai nuclei del narrare, archiviare e rigenerare ha reso evidente come il lavoro sulle fonti orali non possa essere ridotto alla semplice raccolta di testimonianze, ma implichi una relazione più complessa tra chi intervista e chi racconta.
All’interno di questo quadro, gli interventi di Giovanni Rinaldi e Laura Rossi, pur provenendo da contesti molto diversi, hanno contribuito in modo complementare ad ampliare ulteriormente la mia prospettiva. Da un lato, il percorso di Giovanni Rinaldi, intrecciato a esperienze di ricerca indipendente e di impegno militante e culturale, mostra come la pratica della storia orale possa svilupparsi al di fuori di un perimetro strettamente accademico. Le sue ricerche sui braccianti di Cerignola e sul contesto pugliese, così come il suo stesso itinerario biografico, dagli anni della formazione al DAMS di Bologna negli anni Settanta, fino al ritorno in Puglia, evidenziano come la storia orale possa nascere da contesti molteplici: da percorsi formativi non lineari, da ritorni ai luoghi di origine, da incontri e attraversamenti che sfuggono a traiettorie predefinite.
Dall’altro lato, l’intervento di Laura Rossi ha aperto uno sguardo ancora diverso, collocando la pratica della storia orale nel contesto della didattica dell’infanzia. Insegnante montessoriana nella fascia 0–6 anni, con un background in archeologia e nell’informatica applicata all’archeologia, ha mostrato come l’oralità, il dialogo e l’ascolto costituiscano elementi centrali nell’infanzia. In questo contesto, la storia orale non si configura come un contenuto da trasmettere, ma come una pratica da esercitare: un’educazione all’ascolto, prima ancora che un metodo di ricerca. Particolarmente significativa è stata la riflessione sulla postura dell’insegnante, messa in relazione con quella di chi conduce un’intervista. In entrambi i casi, ciò che viene richiesto è un ascolto attento e non giudicante, capace di lasciare spazio alla parola dell’altro, accompagnato da una forte attenzione al contesto e da una disposizione al dialogo come processo aperto. Il metodo presentato, articolato attorno ai nuclei del contesto, del racconto di sé e della restituzione, risulta, pur nascendo in ambito educativo, sorprendentemente vicino alle pratiche della storia orale. Accostati, questi due interventi hanno reso evidente come competenze spesso considerate “tecniche”, l’ascolto, la costruzione della relazione, la restituzione, siano in realtà pratiche situate, che possono essere apprese e rielaborate in contesti molto diversi, dalla ricerca indipendente alla scuola dell’infanzia.
Questa pluralità di esperienze ha contribuito a ridefinire, almeno in parte, il modo in cui penso al lavoro di ricerca. Più che un modello unico, emerge una costellazione di possibilità, in cui le fonti orali vengono di volta in volta adattate, contaminate, rielaborate. In questa prospettiva, la storia orale appare meno come un metodo stabile e più come una pratica in movimento, costruita all’interno di relazioni situate. Per chi, come me, proviene da una formazione prevalentemente accademica, l’incontro con questa pluralità ha prodotto una forma di spaesamento che si è rivelata, al tempo stesso, generativa. Ha messo in discussione alcune certezze implicite, aprendo uno spazio di riflessione non solo sugli usi delle fonti orali, ma anche sulle forme possibili del lavoro di ricerca.
In questo senso, l’esperienza di Affioramenti non ha semplicemente fornito strumenti o conoscenze aggiuntive, ma ha contribuito a ridefinire le domande di partenza. Se inizialmente il problema era come utilizzare correttamente le fonti orali all’interno di un lavoro storico, ciò che ora emerge è una questione più ampia, che riguarda il modo in cui queste fonti trasformano il rapporto tra ricerca, narrazione e relazione. È forse in questo spostamento che si colloca l’aspetto più significativo dell’esperienza: nell’aver aperto uno spazio in cui la storia orale non appare più soltanto come un oggetto da apprendere, ma come una pratica da interrogare continuamente, a partire dai contesti, dalle relazioni e dalle domande che la rendono possibile.
