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29 Luglio 2025 da AISO
Highlights, Resoconti

“Li chiamavano matti”: report del II° seminario residenziale

“Li chiamavano matti”: report del II° seminario residenziale
29 Luglio 2025 da AISO
Highlights, Resoconti

Pubblichiamo il report del Seminario Residenziale “Li chiamavano matti”, di Giulia Lembo.

Dal 1° al 3 aprile 2025 si è svolta ad Arezzo la seconda edizione del Seminario Residenziale sulle fonti orali intitolato “Li chiamavano matti. Verso la costruzione di un archivio orale sull’esperienza aretina”. Organizzato dal Dipartimento di Filologia e Critica dell’Università di Siena (DFCLAM) in collaborazione con l’Associazione Italiana di Scienza della Voce (AISV) e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO), il seminario ha offerto un percorso intensivo di formazione teorica, metodologica e pratica sul complesso universo delle fonti orali, dalla raccolta mediante interviste alla gestione tecnica e legale.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto volto alla realizzazione di un archivio di interviste sulla storia dell’ex-ospedale neuro-psichiatrico di Arezzo e dei suoi rapporti con la città e il territorio. Le giornate seminariali si sono svolte negli edifici del Campus del Pionta, sede fino agli anni Novanta dell’Ospedale Psichiatrico, ora parte dell’Università di Siena.

Le attività svolte e gli spazi frequentati sono strettamente legati allo studio dell’esperienza manicomiale, ma allo stesso tempo la trascendono, offrendosi come uno spazio unico di relazione tra memorie tangibili, come edifici e documenti, e memorie orali.

Il seminario è iniziato nell’assolato e ventoso pomeriggio del 1° aprile. L’appuntamento era ai piedi della palazzina dell’Orologio, lo stesso luogo in cui, abbiamo scoperto durante le interviste successive, si  svolgevano le riunioni mattutine della team di lavoro di Pirella, visionario direttore dell’ospedale aretino. Il pomeriggio è così iniziato con un progressivo avvicinamento agli spazi dell’ex ospedale psichiatrico, di cui avremmo attraversato le memorie materiali e immateriali nei giorni successivi. Ad attenderci, oltre la responsabile scientifica della tre-giorni Silvia Calamai, c’era la Responsabile dell’Archivio Lucilla Gigli e altri membri dell’Associazione Franco Basaglia di Arezzo, protagonisti anche nella giornata di interviste. Nell’androne con la fontana, Tina Chiarini e Cesare Bondioli, membri dell’Associazione ed ex-membri del team di Pirella, hanno iniziato ad accompagnarci tramite pennellate di racconti nello spazio in cui eravamo, nell’attesa di alcuni partecipanti. Il pomeriggio introduttivo è definitivamente cominciato con la visita all’Archivio Storico dell’ex ospedale psichiatrico, guidati da Gigli, affiancata da Calamai e dai membri dell’Associazione che ci avevano accolto.

La visita introduttiva all’Archivio, situato sempre nella Palazzina dell’Orologio del Campus, ha permesso di attraversare la memoria materiale e immateriale dell’istituzione manicomiale aretina, tramite il racconto delle prime fasi di riordino dei documenti e delle storie umane che custodiscono.

Durante la visita sono stati mostrati esteriormente i registri, nel rispetto della riservatezza delle storie in essi contenuti, e ne sono state chiarite le modalità di compilazione.

La visita si è conclusa in una stanza dedicata al materiale librario dell’Archivio, con alcune opere originali prodotte negli anni dalle persone ricoverate. La struttura della biblioteca, con le scaffalature a parete e la porta decorata, come hanno voluto specificare più volte tutti i nostri accompagnatori, sono state costruite dai pazienti durante le attività di falegnameria. In ognuno di loro si sentiva l’orgoglio per quella armonica produzione artigianale, quasi un plateale ossimoro rispetto alle condizioni in cui era stata prodotta. Il momento di confronto all’interno della “stanza in legno”, tra le carte documentarie, le fotografie e le opere artistiche, ha avviato l’esperienza immersiva che ha caratterizzato tutto il Seminario.

Le attività sono proseguite nell’aula “Pirella” del Campus, una coincidenza non voluta e di cui ci siamo resi conto solo l’ultimo giorno. Sono iniziati quindi gli interventi dei relatori coinvolti, spaziando attraverso le questioni tecniche relative alla gestione delle risorse orali, mostrando fin dal primo giorno la molteplicità di prospettive dell’iniziativa. I seminari si sono offerti come spazi dinamici di riflessione, evidenziando le diverse prospettive disciplinari e metodologiche che ruotano attorno allo studio dell’oralità.

Un aspetto che è bene sottolineare, in quanto sia tra i partecipanti che tra i relatori emergeva una stimolante varietà di percorsi disciplinari e di ricerca, arricchendo i confronti con curiosità e profondo rispetto per le diverse prospettive di indagine e dimostrando la poliedricità delle fonti orali stesse.

Nella seconda giornata sono continuati gli interventi di studiose e studiosi coinvolti, ancora una volta, mostrando le caleidoscopiche esperienze che confluiscono nell’interesse per l’oralità. Dei momenti che sarebbe riduttivo definire teorici, perché aperti in modo sincero a un confronto con gli interessi e le curiosità dei partecipanti stessi. La mattinata si è quindi conclusa con un magistrale intervento di Valeria Babini, che ha fornito una panoramica esaustiva e travolgente della storia della psichiatria nel contesto italiano, senza risparmiare intrusioni personali della sua esperienza universitaria.

Il pomeriggio del 2 aprile è stato quindi dedicato alle interviste con testimoni significativi della storia manicomiale aretina, quali psichiatri, infermieri e infermiere, parenti di persone ricoverate. Noi partecipanti siamo stati quindi suddivisi in coppie e assegnati alle persone coinvolte. Solo in due casi, ovvero nel caso degli psichiatri Bondioli e Serra e delle infermiere Chiarini e Spisni, le interviste si sarebbero svolte in coppia.

Nel mio caso, insieme alla mia compagna Virginia, abbiamo intervistato due psichiatri, la cui testimonianza, come ci era stato anticipato dalla stessa Calamai, ha avuto un carattere fortemente istituzionale. Tuttavia, nonostante questa impostazione iniziale, siamo riuscite, specialmente nella seconda parte dell’intervista, a cogliere momenti più intimi nei brevi silenzi e nelle pause riflessive. La conversazione si è rivelata densa, orientata verso una memoria collettiva piuttosto che strettamente personale. Nei testimoni si leggeva, o meglio ascoltava, la volontà di farsi portavoce di un intero movimento che ha radicalmente cambiato la psichiatria in Italia e nel mondo.

Durante l’intervista abbiamo sperimentato concretamente lo spazio di negoziazione tra chi intervista e chi racconta. Abbiamo lasciato fluire la narrazione, intervenendo con delicatezza solo per brevi incursioni nella loro esperienza quotidiana, convinte che i loro aneddoti più personali, a volte drammatici, a volte ilari, potessero arricchire ulteriormente la narrativa ufficiale che proponevano.

Al termine delle interviste ci siamo confrontati informalmente con le altre coppie di partecipanti, scoprendo dinamiche molto diverse. Chi aveva intervistato infermieri riportava esperienze simili alle nostre, con le dovute differenze dei ruoli dei testimoni, mentre chi aveva parlato con parenti di persone ricoverate descriveva momenti estremamente intensi e talvolta difficili da gestire emotivamente. Alcuni partecipanti erano stati letteralmente travolti dai silenzi e dalle forti emozioni dei testimoni, soprattutto quando questi raccontavano per la prima volta le loro storie.

La mattina conclusiva del 3 aprile, dedicata alla restituzione collettiva delle interviste, ha permesso di approfondire ulteriormente questi aspetti. Mi ha particolarmente colpito il racconto di una collega che descriveva la testimone mentre chiudeva gli occhi, quasi per rivivere visivamente i momenti narrati. Nel confronto collettivo abbiamo riflettuto su quanto spesso bastasse una sola domanda iniziale per lasciare spazio a narrazioni ampie e dense di significato. Ci siamo confrontati su cosa avremmo migliorato, vivendo in prima persona il tema molto caro agli studi sulle fonti orali, ovvero l’analisi dei propri errori.

Al termine del confronto, per concludere l’esperienza seminariale, siamo stati guidati da Silvia Calamai e Rosalba Nodari tra le tracce dell’Archivio Orale di A.M. Bruzzone. Questo momento di condivisione ha ripercorso le tappe che hanno portato le due studiose, in particolare la prima, a lavorare sul materiale di Bruzzone, per poi confluire in una selezione di audio originali. L’elemento sonoro, la viva voce delle persone intervistate da Bruzzone, raccolte nel passato ma riportata nel presente è stato forse uno dei momenti più delicati e coinvolgenti dell’intera esperienza.

Una conclusione ideale, che mostra, a mio avviso, il potere complesso dell’oralità. In quei momenti di ascolto, risuonava lo spirito di ricerca e di avanguardia di Bruzzone, le tracce delle studiose che ne hanno trattato il materiale, le voci dei pazienti, strappate all’inevitabile e silenzioso oblio, tutto donato alla memoria collettiva.

La formula residenziale, intensa, collettiva, travolgente, con cui si è svolto il Seminario ha arricchito l’esperienza già di per sé formativa. Le dinamiche di confronto si sono sviluppate spontaneamente, e la distinzione tra noi che partecipavamo e loro che ci guidavano si è resa marcatamente sottile.

Il caso aretino, cornice dell’esperienza de “Li chiamavano matti” è stato esemplare, ma come anticipato, tutte le persone coinvolte hanno permesso di trascenderlo, valorizzando i confronti, i dialoghi e rendendo evidente la profondità dell’oralità, strumento essenziale per comprendere il passato e progettare il futuro.

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Storia Orale

È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto.

Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti.

Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società.

Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti.

È un’opportunità per salvare racconti, tradizioni orali, lingue e “arti del dire” che sono in continua trasformazione.

In Italia la storia orale ha una ricca tradizione che risale agli anni '50, ma l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è impegnata anche in nuovi ambiti come archivi orali e tecnologie digitali, e public history.

 

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