Aiso Italia
  • Home
  • ASSOCIAZIONE
    • PRESENTAZIONE
    • ORGANI E CARICHE
    • REDAZIONE
    • I TAVOLI DI LAVORO DI AISO
    • SOCI
    • ASSOCIARSI
    • STATUTO
    • PRIVACY E COOKIES
    • CONTATTI
  • RISORSE
    • BUONE PRATICHE
    • METODI
    • STRUMENTI
    • INTERVISTE SULL’INTERVISTA
    • STORIA
    • VADEMECUM ARCHIVI ORALI
    • LINKS
      • ASSOCIAZIONI
      • SITI AMICI
  • PUBBLICAZIONI
    • NOTIZIARIO
    • RIVISTA
    • LIBRI
  • SCUOLE AISO
    • SCUOLE AISO IN PREPARAZIONE
    • EDIZIONI PASSATE
11 Dicembre 2025 da AISO
Highlights, Interviste

“Sostanza di voce, sostanza di racconto” | Una conversazione con Cristiano Barducci a partire dal podcast La Grande Famiglia

“Sostanza di voce, sostanza di racconto” | Una conversazione con Cristiano Barducci a partire dal podcast La Grande Famiglia
11 Dicembre 2025 da AISO
Highlights, Interviste

di Brenda Fedi

Questo articolo fa parte della rubrica Interviste sull’intervista.

È il 17 luglio e, a causa del treno, arrivo a Bologna in ritardo. Preoccupata dall’idea di non riuscire a raggiungere in orario il luogo dell’appuntamento, cammino a passo svelto verso il locale dove io e Cristiano Barducci abbiamo concordato di incontrarci. Non sono mai stata in questa zona di Bologna, non so neanche esattamente di che zona si tratta visto che appena scesa alla stazione mi sono precipitata sul primo autobus che andasse nella direzione giusta. Cristiano mi dirà che quello è un quartiere molto tranquillo, non distante da casa sua. La donna bionda e cortese che ci serve due centrifughe guarda affascinata la curiosa bobina che Cristiano ha appoggiato sul tavolo e poi, titubante, ci chiede di cosa si tratta. Cristiano le racconta del suo podcast e della nostra intervista di quella mattina e a lei si illuminano gli occhi ricordando di quando, da piccola, anche lei aveva maneggiato quello strano oggetto che è un nastro da incisione. Nel frattempo, io mi mangio le mani perché ancora non avevo acceso il registratore!

Il podcast ideato da Cristiano, La Grande Famiglia tratta di una storia molto interessante1. Negli anni Cinquanta una stazione radiofonica di New York diede vita ad un programma rivolto alla comunità italoamericana e sponsorizzato da un’azienda produttrice di salsa di pomodoro, intitolato, per l’appunto, La Grande Famiglia. Il format prevedeva che, in cambio di dieci etichette come prova d’acquisto, un inviato (Giuliano Gerbi) si recasse in Italia per registrare i messaggi vocali dei familiari rimasti nel paese d’origine. In anni in cui la diffusione del telefono era ancora assai scarsa, la trasmissione radiofonica costituì per molti emigrati l’unico modo per sentire la voce dei propri familiari rimasti in Italia. Nel 2022, Cristiano Barducci scopre l’esistenza di alcuni dischi contenenti le registrazioni originali del programma, all’epoca inviati dalla radio alle famiglie partecipanti. Da questa scoperta prende avvio un lavoro di ricerca che intreccia la storia e la memoria personale e familiare con quella collettiva di molte comunità e che prende vita attraverso il podcast, realizzato da Cristiano e prodotto e distribuito da RaiPlay Sound.

Negli ultimi anni, il podcast si è più volte configurato come un utile strumento per raccontare la storia e le ricerche storiche, rinnovando la centralità della voce non solo come mezzo espressivo ma anche come fonte stessa. Intervistare chi lavora a cavallo tra la ricerca storica e la produzione audio significa, tuttavia, interrogarsi su un terreno ancora da esplorare. Lo scambio tra me e Cristiano nasce proprio da questa curiosità: capire che cosa significhi fare interviste per un podcast e in che modo questa pratica si differenzi dalle interviste condotte con finalità di ricerca accademica o giornalistica.

La mia esperienza con le interviste e con la storia orale è in realtà piuttosto recente. Sin dall’inizio, tuttavia, mi ha colpito la varietà di possibili restituzioni che si possono ricavare da una registrazione, ossia dal prodotto finale di un’intervista. In questo senso, il formato podcast mi ha sempre intrigata in quanto mezzo particolarmente interessante per raccontare una ricerca. Ciò dipende probabilmente anche dalla mia formazione: occupandomi di storia della musica e delle controculture, tendo a prestare molta attenzione ai mezzi espressivi scelti per comunicare, dando sempre particolare importanza al suono (siano essi i risultati di un’indagine, un prodotto creativo o, come in questo caso, una forma ibrida che combina entrambi gli aspetti). Da questa prospettiva, ho trovato il podcast La Grande Famiglia particolarmente efficace. La sovrapposizione tra le registrazioni d’archivio, le voci delle interviste e la narrazione riesce infatti ad evocare immagini dense di significato legate alla memoria familiare, ai percorsi migratori e, più in generale, alle forme della vita materiale tra Italia e Stati Uniti nel secondo dopoguerra.

Dalla nostra conversazione emergono, in trasparenza, le difficoltà del muoversi tra più linguaggi, più tempi e più intenzioni: da una parte, sta la necessità di raccogliere testimonianze significative; dall’altra, l’esigenza di costruire un racconto capace di coinvolgere ascoltatori e ascoltatrici, e di restituire un’esperienza viva e immediata. Dal racconto spicca, inoltre, un senso di disagio nei confronti delle interviste legate alle “notizie dell’ultima ora” o alla ricerca di un effetto sensazionale. Ad essere rivendicato è piuttosto il valore di una temporalità diversa: quella dell’ascolto attento, della rielaborazione e, infine, del montaggio. Un approccio che restituisce alle voci la possibilità di far emergere sfumature e contraddizioni e di costruire un tessuto narrativo che, pur nascendo da storie individuali, si apre ad una dimensione collettiva.

Uno degli aspetti a mio avviso più affascinanti riguarda poi lo stesso utilizzo dei frammenti sonori nel corso dell’intervista e, in definitiva, il ruolo del suono come innesco della memoria. Dunque, la registrazione audio che diventa non solo un documento, ma si configura come vero e proprio catalizzatore del racconto: un rumore o la voce di un parente possono riattivare ricordi, risvegliare emozioni e rendere percepibile il passato in forme che la scrittura spesso fatica a restituire. Da qui la possibilità, e anche la sfida, di combinare fonti sonore di epoche differenti, intrecciando materiali d’archivio e interviste contemporanee in un’unica trama narrativa.

Proprio questo intreccio apre, infine, alcuni interrogativi su se sia possibile, ed eventualmente con quali limiti, costruire un archivio sonoro a partire da un progetto di podcast. Le testimonianze raccolte per un racconto audio nascono spesso con finalità estetiche o narrative più che documentarie: come si concilia, dunque, la libertà creativa del montaggio con l’esigenza di preservare l’integrità delle fonti? Quali criteri guidano la selezione, la conservazione e l’eventuale riutilizzo di questi materiali in un contesto di ricerca?

La nostra conversazione registrata durerà un’ora e trentacinque minuti alla quale seguiranno un po’ di chiacchiere a margine sulle nostre vite precarie; sulle nostre città di origine, Pistoia e Siena, e sulle nostre città di destinazione (almeno per ora), Pisa e Bologna. L’intervista è stata tagliata e limata in alcune sue parti per ragioni di spazio e per renderla più scorrevole. Insieme, abbiamo inoltre deciso di corredare il testo con alcune foto che Cristiano ha raccolto nel suo percorso di ricerca e che ci sono sembrate evocative.

BRENDA: Allora, io inizierei in realtà chiedendoti un po’ come sei arrivato a fare questa ricerca. Perché all’interno del podcast ad un certo punto dici che ci sei arrivato un po’ per caso, no?

CRISTIANO: La ricerca è iniziata in maniera molto casuale. Ero su YouTube che stavo perdendo tempo come spesso accade e mi sono imbattuto in un video di Mike Bongiorno. Un video abbastanza famoso, penso di metà anni Ottanta, in cui Bongiorno sgama una concorrente di un quiz con i bigliettini. Mi sono detto: io alla fine non so nulla di questo volto così famoso della televisione. Un po’ per curiosità, ossessione… insomma leggo molti estratti di biografie su internet perché molto spesso da una riga di una biografia poi può partire uno spunto per un progetto. E quindi avevo letto la biografia di Mike Bongiorno su Wikipedia: ora, tutti i passaggi non me li ricordo nell’ordine ma fatto sta che mi aveva attirato il fatto che lui, prima di essere stato presentatore televisivo, era stato un anchorman radiofonico e quindi aveva lavorato per la WOV, una radio commerciale di New York in cui lui per un anno aveva fatto ascoltare in Italia le voci dei parenti americani. Quindi era sostanzialmente uno spin off de La Grande Famiglia a parti invertite. Era vestito da cowboy, camicie, stivali…

BRENDA: Molto Mike Bongiorno!

CRISTIANO: Esatto, molto Mike Bongiorno. E faceva soltanto ascoltare i dischi in Italia. Attraverso questa storia mi sono poi imbattuto in quella di Giuliano Gerbi invece, che è stata una storia molto più lunga, di tredici anni. Avevo trovato un articolo del “Corriere della Sera” che aveva scritto suo nipote Sandro Gerbi, che poi è anche nella prima puntata del podcast, e da lì poi mi è venuta la curiosità e mi sono messo a cercare le registrazioni della trasmissione perché ovviamente era una storia incredibile, mai sentita, però il dubbio era: esistono le voci di questa trasmissione? Perché comunque erano passati settant’anni. Da lì poi ho conosciuto Joseph Sciorra trovando un suo articolo in un blog con la grafica un po’ inizio anni Duemila. Lui poi aveva conosciuto delle… aveva ritrovato i dischi. Cioè, più che ritrovato, aveva i dischi. Perché poi, come si ascolta dal podcast, hanno sempre fatto parte della sua vita finché poi lui a inizio degli anni Duemila ha deciso di farci un progetto di ricerca. Lui aveva conosciuto delle famiglie che avevano questi dischi e che lo avevano contattato. Una era di una sua collega, Laura Ruberto. È iniziato così e, in realtà, i genitori di Laura, che sono l’ultima puntata del podcast, sono state le prime persone che io ho intervistato. Quindi una parte del podcast va su un binario tracciato: cioè io avevo i nomi di queste famiglie, avevo già le informazioni. In altri casi magari c’era il disco che apparteneva ad una famiglia, tipo quello della quarta puntata, per esempio, era un disco che Laura Ruberto aveva trovato su Ebay e da cui io, poi, ho fatto la ricerca nel paese in Campania. Oppure quello della quinta puntata: c’erano questi parenti canadesi che avevano il disco però non sapevano più nulla dei parenti della zia, quindi poi è partita la ricerca oggi. […]

Cover del podcast in cui Giuliano Gerbi, conduttore del programma, è intento a registrare “La Grande Famiglia” (per gentile concessione di Sandro Gerbi).

BRENDA: Sì, ed è una ricerca che ti appassiona anche, immagino.

CRISTIANO: Tantissimo, sì.

BRENDA: Ma invece l’idea appunto di renderla attraverso un podcast? Perché chiaramente il podcast funziona molto bene perché c’è una sovrapposizione di voci che secondo me è bellissima. Cioè, ci sono appunto le voci di questi dischi degli anni Cinquanta, ci sono le voci delle interviste che tu fai ai parenti e poi c’è la tua voce che narra. Quindi secondo me funziona molto bene. Ma ti è venuto in mente subito oppure hai pensato anche ad altre forme?

CRISTIANO: Questa è una domanda che effettivamente mi è stata fatta altre volte e su cui ho riflettuto anche prima di fare questo progetto. Mah, allora, io credo che di una storia si debba rispettare il medium di riferimento. Cioè, questa era una storia che nasceva come un programma radiofonico. È un archivio sonoro, per quanto sia un archivio sonoro informale, diffuso, quindi non istituzionalizzato, però è un archivio sonoro. Quindi, farlo come documentario video, per esempio, mi pareva un po’ finto. Un po’ perché anche occupandomi di documentari video, c’è sempre il problema del “che si vede”. E questo è un punto. Io credo che l’audio abbia una potenza evocativa molto forte, specialmente quando si tratta di temi come l’emigrazione. Che poi, questo secondo me è stata la cosa vincente di questo progetto, che siamo riusciti a parlare di tanti temi senza dire “è un podcast su questi temi”. Ad esempio, sono usciti fuori i rapporti tra i generi: capiamo un po’ com’erano i rapporti tra i generi dagli anni Dieci del Novecento agli anni Cinquanta, si parla di temi come, non so, il matrimonio per procura che è un qualcosa che gli addetti ai lavori conoscono ma io, per dire, non conoscevo. Quindi si riesce a parlare di tanti temi anche interessanti, importanti e intimi in una maniera naturale, una maniera spontanea perché le persone si sono abbandonate a una sorta di flusso nel proprio racconto. Quindi ecco, sì, l’ho immaginato fin da subito come audio in realtà, sì. Perché puoi stare un po’ a metà tra la divulgazione, il documentario, il podcast di intrattenimento, quello che oggi un po’ si chiama edutainment2. Cioè, hai più libertà secondo me. Il video sarebbe diventato un po’… ecco anche a livello estetico, qui puoi giocare molto di più di suggestione e di evocazione. Oppure dovevi andare sulla fiction, quello però era un’altra cosa, uscivi dal documentario però, non avresti rispettato il dato di partenza.

BRENDA: No, certo. E invece l’idea di intervistare i parenti che ad oggi conservano i dischi ma anche gli oggetti, perché poi vengono fuori anche molte fotografie che tu descrivi all’interno del podcast, questo te l’eri immaginato fin dall’inizio o è una cosa un po’ imprevista?

CRISTIANO: Sull’intervistare i parenti dici? Beh, allora, diciamo che il grosso tema è come restituire questo materiale datato, perché è un materiale datato: era un altro mondo, obiettivamente. Quindi la grande sfida che ha chi racconta una storia del genere è di renderla fruibile nella contemporaneità e, aggiungerei, nella frammentazione delle nostre giornate perché oggi chiunque produca un contenuto creativo, un contenuto culturale ma anche un contenuto di intrattenimento si litiga gli spazi delle persone che son sempre gli stessi e sono pochi, tendenzialmente. Le nostre giornate sono fatte di spostamenti, sono fatte di interruzioni, quindi devi creare un racconto che tenga anche conto della possibilità che le persone hanno di ascoltarlo e di fruirlo. Io ho un approccio che procede per accumulo. Cioè ho registrato ore e ore di interviste e poi la sintesi si è trovata nel montaggio. Ci sono state interviste che mi hanno sorpreso. Non so, la terza puntata che è una delle più belle secondo me, quella di Ischia, per esempio è stata un’intervista telefonica. Io questa persona non l’ho mai conosciuta dal vivo, non l’ho mai incontrata dal vivo un po’ per motivi produttivi… per vari motivi. Però è stata in realtà un’intervista molto bella anche se è stata al telefono perché Augusta mentre, per esempio, in video call era molto trattenuta, nell’intervista telefonica si è completamente abbandonata al racconto. Quindi sì, intervistare i parenti per me era necessario farlo anche per dare una, come dire, sostanza di voce, sostanza di racconto.

BRENDA: Certo. E tu era la prima volta che ti ritrovavi a fare interviste di questo tipo?

CRISTIANO: Allora, io prima facevo il giornalista, ho lavorato per “Internazionale” e “Altreconomia”, per “Il Venerdì”, quindi ero abituato a intervistare persone. Ovviamente il taglio giornalistico è diverso. Per quanto io fossi un giornalista atipico perché ogni volta mi chiedevano “sì, ma qual è la notizia? Qual è l’attualità?”. Io partivo sempre dal presupposto che se c’è un fenomeno vuol dire che è attuale e notiziabile. Quindi sì, ero abituato a fare interviste. Ovviamente è diverso: scrivere per i giornali è diverso da scrivere per l’audio, scrivere per l’audio è diverso da scrivere per il cinema. Io ho studiato sceneggiatura a Roma per il cinema, sono linguaggi diversi. Quello che mi piace del podcast è la possibilità… per quanto anche il podcast abbia dei limiti temporali nel senso che è difficile che tu ti ascolti un’ora e mezzo di podcast, poi per carità c’è chi ci riesce, dipende dagli argomenti, però io sono per la sintesi in generale. Quindi è vero che hai dei tempi contingentati però non sei vincolato ad un’emissione radiofonica, per esempio, hai la possibilità di costruire un ritmo del racconto, con le pause, che fosse anche lento. C’è stato un incredibile lavoro di montaggio di Alexandra Genzini che è una montatrice Rai, per quanto io sia uno di quegli autori che scrive anche in funzione del montaggio. Nel senso che i progetti audio che ho fatto prima me li scrivevo, realizzavo e montavo da solo, non avevo un team di produzione. Questa volta, avere Alex e tutto il team di produzione della Rai è stato un valore aggiunto notevole. E quindi sì, ecco, le interviste, cioè credo che la tua domanda sia come ci si approccia alle interviste di questo tipo.

BRENDA: Sì, esatto. Come dicevi anche tu prima, chiaramente queste interviste non hanno l’obiettivo di carpire delle notizie precise, no? Ma piuttosto appunto quello di lasciare lo spazio magari a delle storie che ci vengono raccontate e che abbiamo voglia di riprodurre a nostra volta.

CRISTIANO: Diciamo che io credo che la grossa differenza rispetto ad un’intervista di tipo… spesso la storia orale si basa sulla documentazione, ok? Ecco, il problema spesso di questo tipo di approccio è che ovviamente il fine è quello documentativo. Cioè, se vado a registrare la memoria di un partigiano e registro sei ore di intervista, ovviamente con una guida, ecco… non ho l’esigenza di restituzione in un contenuto di tipo narrativo. Io invece questa esigenza la sento, devo avere entrambe le cose. Ho ovviamente passione per gli archivi, per la documentazione, per la memoria, però devo poi applicare dei filtri che siano… non dico “pop”… però non posso usare tutto ciò che mi viene detto, con i tempi con cui mi viene detto. Devo ovviamente trovare il modo di condensarlo, di aggiustarlo in montaggio, di tirare fuori nell’intervista anche quello su cui le persone… perché un altro tema è anche questo: non tutti hanno sviluppato una narrazione della propria famiglia e di se stessi. Non tutte le famiglie sono interessanti solo perché sono emigrate. La quarta puntata, per esempio, è piuttosto indicativa di questo. È quella ambientata a Mantova, in cui vado da Giovanni. È un dentista ma ha una voce che sembra uno di Radio Tre, e ha sviluppato sulla sua famiglia una narrazione molto elaborata ed efficace, per quanto sia una famiglia con una storia piuttosto normale. Quindi devi essere un po’ fortunato a trovare questo tipo di racconto e un po’ anche facilitarlo. Ecco, se mi accorgo che una persona non ha nessun tipo di capacità evocativa devo portarla su un’altra strada. Però quello te ne accorgi stando…

BRENDA: Facendo l’intervista.

CRISTIANO: Sì, esatto, andando anche a incontrare queste persone, sì, ecco.

BRENDA: Quindi tu avevi delle tracce o sei arrivato lì, come dire, aspettandoti la qualunque?

CRISTIANO: Anche questo è un grosso tema, nel senso che… diciamo che il punto è che non sai quello che le persone possono raccontarti. Quanto è buona la prima volta rispetto alla seconda. Io ovviamente prima di andare in un posto… anche perché c’è un discorso produttivo: io prima prendevo il mio zaino e andavo, di tasca mia. […] Quando hai una produzione devi dire “io vado dal giorno tot al giorno tot” perché poi ti viene pagata la trasferta, ti viene pagato l’albergo, eccetera. Però con le persone, quando le senti la prima volta, non puoi andare troppo nello specifico perché poi dopo… è vero che la gente ripete eh, ma magari ti bruci la spontaneità dell’intervista. Quindi il metodo che ho è che faccio prima dei passaggi al telefono per capire anche com’è la voce. Registro. Magari male. Però registro, perché poi questo può aiutare. Quando vado lì, sì, in realtà è una sorpresa. Cioè, per esempio, la puntata in Veneto è stata una completa sorpresa perché c’era questa signora, Maria Grazia, che al telefono non sembrava avere nulla da dire sulla sua famiglia perché era un passato molto lontano per lei; quindi, ero un po’ scettico. Poi in realtà arrivando a Castion è stato bellissimo perché lei si è rivelata una gran narratrice, molto spontanea… ha cantato in diretta, che è una cosa assurda!

BRENDA: Bellissimo.

CRISTIANO: Sì, e si è creato proprio una sorta di ascolto collettivo con la sua famiglia nel senso che sono venute le figlie che hanno ascoltato le zie di settant’anni fa. Quindi in realtà è stato un momento molto potente a livello di quello che è successo. Infatti si sente nella puntata, si sente la registrazione in presa diretta dell’audio del disco e di loro che ci parlano sopra. Quindi la cosa più bella è questo, cioè quando tu vai a, come dire, a creare… inneschi un qualcosa oggi a partire dall’archivio.

BRENDA: Questo probabilmente, come dicevi tu adesso, facilitato dal luogo. In fondo si tratta sempre di storie, spostamenti da luoghi, quindi magari sentire queste persone al telefono, come dire, fa poco effetto mentre andare a trovarle nei luoghi magari può aver scatenato qualcosa.

CRISTIANO: Quello è un altro grosso tema. Nell’audio documentario classico c’è molto il racconto del viaggio, ad esempio. […] Tu oggi hai viaggiato da Pisa a Bologna, io ho viaggiato molto da Bologna a Siena. Prendo spesso i treni e a livello audio io non credo sia sempre interessante raccontare un viaggio, per esempio, da un punto A ad un punto B in Italia. Perché i rumori son sempre quelli, spesso sono in realtà molesti perché quasi nessuno usa le cuffie. Sono tutte cose che fanno colore, però non è che un viaggio… è come una famiglia che di per sé non è interessante solo perché è emigrata: un viaggio non è interessante solo perché è uno spostamento. Quindi ci sono tante cose secondo me che vanno tenute presente. Cioè, la cosa bella di questo podcast è che si è riusciti, credo… quando c’è stato un viaggio e un contesto ambientale interessante, a raccontarli. Quando ho registrato al telefono è stato lo stesso potente. Quindi è un po’ com’è anche la società oggi, alla fine è tutto un po’ ibrido, è tutto molto flessibile, molto fluido. Non può esserci un qualcosa di fisso o di rigido e quindi credo che bisogna adattarsi ai media di oggi. Se è potente in quel momento registrare con l’iPhone, registri con l’iPhone.

BRENDA: Ma poi io mi chiedo, quando tu hai ritrovato i parenti e gli hai fatto risentire, o ti hanno fatto risentire loro queste registrazioni che magari non si riascoltavano da anni, com’è stato?

CRISTIANO: […] Ci sono persone che danno per acclarato che esista questa registrazione dei parenti che magari hanno riascoltato tantissime volte. Sulle persone anziane magari non fa un effetto enorme. Sono più intrigate le persone giovani, persone che magari hanno la mia età. Quindi dipende molto dalla famiglia. Può succedere, come è successo, che una famiglia non sappia nulla di queste registrazioni e allora scatta veramente la potenza di pochi frammenti di audio, come quando ritrovi il cellulare del nonno che magari aveva registrato la segreteria telefonica e davvero per pochissimi frammenti risenti una voce che non c’è più da anni. Come è successo ad una persona di Castion: lei ha risentito sua sorella che è morta anni fa e sono davvero quattro o cinque secondi, “ciao zia”, non è nulla di che a livello di dato di quello che contiene la registrazione ma è la potenza, l’emozione che ti può rievocare. Che non necessariamente sono emozioni positive, è un ampio spettro quello delle emozioni. Può pure darsi che tu ti risenta lo zio che ti stava sulle palle, però è comunque potente. Perché tu immagina: ti arriva uno che non conosci che ti scrive dall’Italia che è un posto che magari tu sì, hai visto, hai conosciuto, però… ti dice “io ho la registrazione di tuo nonno”, o di tuo padre. Scatta un effetto di straniamento iniziale e non può che essere così.

 

Transatlantico “Il conte di Savoia”, per gentile concessione dell’Associazione ischitani nel mondo.

BRENDA: Forse è da qui che poi vengono le testimonianze più interessanti.

CRISTIANO: Sì, assolutamente sì. E l’altra cosa, aggiungo, sull’audio è che nel podcast, per esempio, la cosa che piace molto è mischiare le fonti. Cioè io ho fatto delle ricerche… non so se volevi farmi una domanda su quello…

BRENDA: No, no, vai pure.

CRISTIANO: Ad un certo punto si sentono delle registrazioni di archivio di inchieste fatte da antropologi. Nella puntata di Ischia ho ritrovato questa antropologa che aveva fatto una ricerca per la Library of Congress americana in cui aveva intervistato gli abitanti di un sobborgo di Los Angeles, soprattutto pescatori, mi è piaciuto provare a mettere a confronto le due fonti: le registrazioni di allora e com’è invece San Pedro oggi. Ho incontrato questa persona che si chiama Paola Tavarelli che è un’insegnante di liceo ed è stato molto bello perché era una ricerca che lei aveva fatto alla fine degli anni Ottanta. Oppure registrazioni fatte da antropologi a Paterson nel New Jersey che sono sempre alla Library of Congress, quindi unire il racconto di fonti d’archivio degli anni Cinquanta a inchieste sonore, quindi soprattutto inchieste che abbiano sempre il medium di riferimento dell’audio, ma di anni dopo e sovrapporle.

BRENDA: Sì, esatto, questo si sente benissimo all’interno del podcast. Ma tu sei rimasto in contatto con alcune delle persone che hai intervistato? Penso anche… se sai se queste persone hanno ascoltato il podcast e che reazione hanno avuto.

CRISTIANO: Assolutamente sì. Mi chiedevi prima se ero abituato a fare interviste. Per me questa è stata un’esperienza molto potente. Nel senso che io avevo fatto audio-documentari prima, talvolta autoprodotti, che magari avevano un taglio più sociologico. Per esempio, ne ho fatto uno su un’addetta all’obitorio dell’ospedale di Cesena perché mi interessava esplorare come si vivesse una professione stigmatizzata, il tabù della morte. Ho fatto poi lavori sul campo come una ricerca sulla musicoterapia all’hospice di Reggio Emilia e una serie di interviste a ragazzi e ragazze di un liceo artistico sul rapporto tra sessualità e pornografia. In un altro per Audible ho raccontato gli effetti collaterali di un farmaco3. Quindi erano state storie molto forti però io non so più nulla di queste persone oggi. Questo è stato diverso perché è un periodo che io rifletto molto… sarà perché ho compiuto trentacinque anni [Ridiamo].

È un periodo in cui si fanno alcuni bilanci. Mio padre non c’è più da più di dieci anni, mia mamma non sta benissimo, ho lasciato… insomma sono anche io un emigrato, per quanto di duecento chilometri! È un periodo in cui racconto di famiglie di altri perché un po’ forse penso alla mia che non c’è più. Quindi ci sono tante cose che si mettono insieme, mi sono calato molto dentro le famiglie di queste persone, dentro le storie di queste persone. Alcune continuo a sentirle, per esempio Joseph, il ricercatore di New York che ha fatto una ricerca su La Grande Famiglia, l’ho incontrato a Roma adesso. E quindi, sì, anche Giovanni di Mantova, sì sì continuo a sentirli. Abbiamo fatto un evento a Pordenone, per esempio, ad un festival ed è venuto Giovanni della puntata in Veneto, il bancario in pensione che mi ha aiutato, lo storico tra virgolette del paese, lui è venuto al festival. Perché sono anche storie che raccontano delle comunità alla fine. La cosa secondo me più bella è il fatto che tu possa anche raccontare i paesi italiani. Perché quello è un altro tema secondo me interessante, il fatto che tu possa risvegliare attraverso una storia personale anche la storia di una comunità.

L’emigrazione dal bellunese, per esempio, che è un’emigrazione di montagna, io non ne sapevo nulla. Se poi vai a guardare i dati, il Veneto in realtà è stata forse la regione, insieme alle regioni del sud, che ha avuto più emigrati della storia sia verso l’estero, sia verso l’interno, cioè verso l’Italia. Io non sapevo per esempio che tantissime donne del bellunese avessero fatto le balie, avessero fatto le donne di servizio, personale negli alberghi, eppure è stata un’emigrazione molto forte per tutto l’inizio del Novecento.

BRENDA: Infatti secondo me una cosa molto bella è che, come dici tu, si sono create delle reti che ti hanno poi di fatto aiutato anche a trovare persone, a trovare oggetti. E che restituiscono proprio il fatto che è una storia collettiva. Altrimenti le reti non si sarebbero attivate, no? Questo secondo me è davvero molto interessante. Anche perché forse noi non lo diamo per scontato, ecco, se penso alle comunità dove viviamo oggi, che ci sia una rete di persone che si attivi…

CRISTIANO: Esatto, quello è ancora un altro tema. Ho conosciuto per esempio Anna Rizzo, lei è un’antropologa che ha fatto un lavoro molto bello sui paesi italiani4. Il punto è un po’ questo: che cosa ne è della memoria di una comunità? Io ho un approccio, fra virgolette, abbastanza realistico… ci sono paesi che hanno una forte attenzione per la memoria. Paesi in cui le tradizioni sono ancora valorizzate, dove magari ci sono gruppi folk, gruppi di canti popolari, insomma paesi che non disdegnano la memoria. Però ci sono anche paesi che non gliene frega niente della memoria: in cui conta l’oggi; in cui se vai sul gruppo Facebook del paese si parla soltanto di gattini, di vendita di servizi. Quindi non tutti i paesi sono uguali. Questa cosa qui è forte anche per persone poco interessate a determinati temi, a cui credo scatti qualcosa se gli porti questo audio. Però è l’accesso ovviamente, perché devi anche trovare persone che abbiano un interesse a questo tipo di storie, perché non è che poi tutti reagiscono… ti possono anche dire “che vuoi?”, c’è anche quello di tema. Nel senso, ok, tu mi porti ‘sta roba ma alla fine cosa vuoi? Infatti è stato buffo il dentista di Mantova, Giovanni. Io c’ero entrato in contatto grazie alla farmacista del paese di suo zio in Campania e quando ci siamo visti mi ha detto «All’inizio pensavo fosse una truffa, poi però ho detto, cazzo, è talmente specifico…» [Ridiamo]. […] Poi ovviamente incrocio i dati. C’è l’archivio di Ellis Island che è una miniera. Quindi già capire quando una persona è arrivata negli Stati Uniti, risalire alla data di nascita, poi riesci a capire il tipo di parenti che puoi incontrare. Perché è ovvio che se nel disco sento “voglio ascoltare mia mamma che c’ha ottantatré anni” stiamo parlando di un’emigrazione molto risalente nel tempo quindi è ovvio che, per quanto tu possa trovare delle persone in vita che erano bambini magari all’epoca delle registrazioni, però è ovvio che parlare con un figlio o una figlia non è lo stesso che parlare con un nipote o una nipote. Poi anche lì, ci sono famiglie che sono profondamente italiane nella loro radice e altre che sono italoamericane o americane in cui, sì, la nonna aveva fatto successo però poi i nipoti oggi sono persone che non hanno quasi più legame con l’Italia e non hanno quasi più legame con la lingua, quindi anche lì dipende.

BRENDA: Ti è capitato di fare delle interviste in inglese?

CRISTIANO: Sì. Diciamo che poi lì c’è un discorso produttivo e si dà la prevalenza a storie di persone che parlino un po’ italiano. Di Joseph la cosa che funziona molto è che ha una forte inflessione americana, però parla italiano. È stato molto complicato a livello di montaggio perché ovviamente lavorare con una persona che ha un’impostazione di costruzione della frase diversa dalla tua lingua madre non è immediato.

BRENDA: Ma queste le hai fatte per telefono?

CRISTIANO: No, no, le ho fatte di persona. Joseph l’ho incontrato di persona perché lui viene in Italia ogni due anni a insegnare. I protagonisti dell’ultima puntata li ho incontrati in Irpinia, nell’ultimo viaggio che hanno fatto in Italia. Lì era un periodo molto strano perché avevo trovato questa storia… però mi sembrava molto… lontana.

BRENDA: Quella dell’ultima puntata?

CRISTIANO: Ma ero proprio all’inizio inizio del progetto. Cioè l’avevo appena scoperto, avevo ascoltato le registrazioni di Joseph però di fatto non capivo come dare forma al tutto. La svolta è stata quando Laura Ruberto, una collega di Joseph, mi ha detto “i miei genitori vengono in Italia”. Perché loro avevano casa in Irpinia di dove lui era originario. E lì me ne sono fregato: non avevo la produzione, non sapevo neanche a chi proporlo ma mi sono detto “senti, io vado”. Quindi ho preso l’autobus, ho preso il treno e sono arrivato in provincia di Avellino.

BRENDA: Non è neanche un viaggio facile…

CRISTIANO: No, ma lì è stata la svolta perché ho capito che questa storia aveva delle potenzialità. Poi in realtà la vera svolta è stata al Lucia Festival di Firenze, non so se lo conosci, di Radio Papesse.

BRENDA: No.

CRISTIANO: È un festival di audio che fanno a Firenze ogni due anni. Lì ho fatto un pitch molto informale, con un nastro, tipo questo. Lì ho incontrato Andrea Borgnino che è il responsabile editoriale di RaiPlay Sound e lui si è innamorato del progetto. Poi, nell’arco di due anni, l’abbiamo fatto. […]

BRENDA: Poi una cosa che mi ha incuriosito tantissimo è la storia della ricerca del modo di ascoltare queste registrazioni…

CRISTIANO: Quello è stato proprio lo sviluppo del podcast. A Milano la figlia di Gerbi, il conduttore del programma, aveva ritrovato dei nastri magnetici appartenuti al padre. […] Lei mi ha detto: “ho trovato queste scatole di nastri di mio padre, ma non ho la minima idea di cosa ci sia dentro”. Quindi io avevo questi meravigliosi nastri ma non sapevo come ascoltarli. […] Poi sono andato in questo, diciamo, negozio di Bologna che avevano tipo i revox, i lettori per ascoltare questi nastri in cui io non sapevo cosa ci fosse dentro. Però c’era scritto “Grande Famiglia” e mi sono detto, ci sarà qualcosa dentro. Il signore del negozio ne ha ascoltati alcuni, a pagamento ovviamente, ma non c’era niente dentro. Andare avanti così sarebbe stato difficile e dispendioso, anche per i tempi lunghi e per il fatto che non potevo assistere all’ascolto, quindi ho detto «basta, mi devo mettere a cercare qualcuno che lo faccia per passione». Ho messo un annuncio in un forum che si chiama Elettroni al tramonto che già il nome è fantastico e alla fine è uscito questo Paolo. Lui è un radioamatore di Treviso ed è fissato su tutto ciò che è archeologia tecnologica. Ha addirittura il primo Mac con dentro un videogioco degli anni Ottanta in cui il cattivo è Saddam Hussein, per dirti un po’ qual è il mood [Ridiamo]. Lui aveva restaurato un vecchio lettore e abbiamo ascoltato altri nastri. Qual era il problema, che si sente anche nella registrazione, che questi nastri erano giuntati e si spezzavano ascoltandoli. Quindi Paolo ha fatto davvero un lavoro certosino e con forbici e scotch li ha riattaccati uno a uno, per scoprire poi che non c’era nulla de La Grande Famiglia. La ricerca in questo caso è parte della trama perché c’erano queste musiche popolari che, perché Gerbi le avesse, è tuttora un mistero. Era una falsa pista: un buco nell’acqua rispetto alla ricerca su La Grande Famiglia, che però ha fatto emergere della musica popolare incredibile. Poi sì, rivedendo dagli appunti ho capito che in realtà c’erano alcune persone che cantavano per poi mandarle in America, quindi in realtà quello che si sente, il “provino stonato” lui lo chiama, in realtà era una dedica in un disco che non sappiamo dov’è oggi.

BRENDA: Quindi queste cose nel programma della Grande Famiglia c’erano?

CRISTIANO: Probabilmente c’erano però potevano pure essere delle musiche popolari di accompagnamento, non lo sappiamo e non lo sapremo mai probabilmente. Però per me è stato appassionante. Frustrante, perché io in quel momento avevo due dischi, cioè avevo i dischi di Joseph però poi non è che ne avevo altri quindi in quel momento, tra virgolette, dovevo anche portare a casa il discorso di dire: esistono queste registrazioni? Esisteranno? Bho. Così in una giornata di luglio, tipo questa, sono andato a Treviso, a casa di questa persona carinissima, scoprendo insieme che dentro i nastri non c’era nulla riguardante il programma […].

Sui nastri ritrovati dalla figlia del conduttore c’era scritto “Grande Famiglia” perché molto probabilmente Gerbi riciclava la pellicola, visto che costava tanto. La cosa interessante, in seguito, è stato vedere che le registrazioni di inizio anni Cinquanta erano molto lunghe, magari una famiglia parlava per dieci minuti. I dischi di fine anni Cinquanta, invece, hanno contributi più brevi, perché la radio si era accorta che le persone parlavano troppo, la pellicola costava e quindi dovevano ridurre il tempo. Il numero di voci fu legato allora al numero delle etichette di prodotti Progresso inviate: più etichette, più voci. Quindi Gerbi probabilmente anche per abbassare il costo della pellicola riutilizzava gli scarti. Cioè, Questa probabilmente è una pellicola vergine assemblata da Gerbi con le rimanenze di quelle utilizzate per il programma [Cristiano indica la bobina sul tavolo].

BRENDA: Però è pazzesco come anche intorno al cercare di riascoltare questi dischi si sia attivata tutta una serie di reti, per l’appunto, quindi non solo le reti comunitarie dei paesi delle famiglie…

CRISTIANO: Sì, sì, la rete degli audio-amatori. Paolo, per esempio, ha messo uno scritto nel forum in cui ha detto “io ho fatto ‘sta cosa, adesso è un podcast” e tutti “grande Paolo, bellissimo”. Perché ovviamente agli audiofili questa cosa qui non può che risuonare. Mi viene in mente un bellissimo podcast un po’ da nerd dell’audio, si chiama “Ways Of Hearing”. L’autore è Damon Krukowski, il batterista dei Galaxie 500, un gruppo di fine anni Ottanta. Krukowski è un grande nostalgico dell’analogico e analizza com’è cambiata la fruizione dell’audio nel passaggio al digitale sia per i musicisti, sia per gli ascoltatori. In un mondo immateriale in cui la musica è completamente dematerializzata “La grande famiglia” colpisce, il supporto di fatto non esiste più, non esiste più non dico il lettore cd… io sono dell’Ottantanove, sono cresciuto un po’ col walkman che aveva il mio fratellastro, poi col lettore di cd e poi con l’ipod. Tutta questa roba qui non esiste più oggi, nell’arco di dieci anni, quindici anni, quanti sono. Figurati uno che è cresciuto, come diceva la signora prima, in un mondo in cui c’erano le cassette, c’erano i dischi, c’erano i nastri tipo questi.
C’è poi tutto il filone delle audiolettere. Una ragazza di Foligno, Clarissa Biscardi, sta facendo tutto un lavoro sulle audiolettere. Tu entravi nel juke box e registravi l’audiolettera, era una cosa che c’era soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Italia, in alcune città del nord. Perché all’epoca non c’erano mezzi di comunicare. “La grande famiglia” ha successo perché nei paesi italiani non c’era il telefono. Sì, magari ce l’aveva il tabaccaio, ce l’aveva quello che per lavoro, non so, si occupava di logistica, però la gente normale non aveva la possibilità. Ed è molto contemporaneo secondo me perché oggi che cosa facciamo spesso? Parliamo invece di scrivere, e all’epoca era uguale! In Italia c’era comunque un tasso di analfabetismo molto forte, non dimentichiamocelo anche questo. Quindi, anche scrivere una lettera non è che era immediato per le persone, parlare era meglio. Sentivi tua zia che parlava invece di scriverti una lettera. Quindi era anche, voglio dire, una specie di servizio che faceva la WOV perché tu consentivi anche a persone… la base dei clienti della Progresso non erano persone abbienti o comunque non solo, quindi era un servizio, di fatto. Tu permettevi alle persone di avere un ricordo ma anche, tra virgolette, un’immediatezza di comunicazione che in quel periodo non ci poteva essere.

BRENDA: Tra l’altro, ti volevo dire… ascoltare questo podcast ha riattivato anche in me un po’ di curiosità familiare perché in realtà i miei nonni materni sono emigrati in Toscana dalla Puglia, da un paesino pugliese. Quindi, come dire, ha anche avuto l’effetto che io sono andata a recuperare una storia che non so perché, non mi sono mai incuriosita più di tanto. Quindi sono andata da mia madre, purtroppo i miei nonni non ci sono più, quindi è rimasta solo lei. Sono andata da lei che è nata in Toscana e cresciuta in Toscana, perché si sono trasferiti negli anni Cinquanta. E sono andata da lei a chiedergli: ma i nostri parenti canadesi, ma cosa fanno? Quando ci sono andati?

CRISTIANO: Ma sì, infatti la cosa che a me è piaciuta molto è che mi hanno scritto tante persone diverse come cultura, come storie, completamente trasversali. Dagli ascoltatori storici di Radio Tre a una persona di venticinque anni che mi ha detto «mi è piaciuto perché sono di Livorno ma sono emigrata in Svizzera con i miei». Quindi hai davvero toccato persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, di tantissime zone d’Italia. Sono storie che potrebbero essere state quelle dei miei nonni, per esempio, come età.

Questa cosa che mi hai detto tu me l’ha detta pure un’altra persona, “sì, in effetti anche a me è venuta curiosità”. Questo ragazzo che fa il medico, lui è siciliano, però suo nonno era emigrato in Argentina a Mar del Plata e quando è andato via per tornare in Italia gli hanno fatto la festa di addio in cui hanno registrato gli interventi. A lui il podcast è risuonato molto e mi ha detto “mi è venuta voglia di conoscere di nuovo la storia di mio nonno”.

BRENDA: Eh, infatti.

CRISTIANO: Io, ad esempio, non ho mai conosciuto i miei nonni. Ne ho conosciuta solo una materna che era già molto anziana. Suo marito era un ex partigiano, ha fatto il professore di latino e greco nel mio liceo, è morto nel Settanta, e ho scoperto che lui aveva un registratore con cui registrava i figli. Quindi per me sarebbe stato molto interessante ascoltare la voce di mia madre. Questi dischi che fine abbiano fatto non si sa, o li hanno mangiati i topi, o li hanno buttati. Quindi, per dire, tantissimi di noi abbiamo, probabilmente avevamo e sono stati buttati, o possiamo avere una traccia di questo passato e quindi è anche bello che ti attivi per cercare le tue radici, no? Cioè… “cerca nella tua soffitta, nelle tue scatole, perché magari esiste questo disco”. Però non sai cos’è.

BRENDA: Tra l’altro la cosa pazzesca di questa storia è che mia madre non è che mi ha saputo dire granché [Rido].

CRISTIANO: No ma infatti magari qualcuno dagli Stati Uniti mi ha detto “ah, ok, me lo ricordo questo disco e l’ho buttato perché quando mia madre è andata in una casa di riposo…”; o ancora un altro mi ha detto “sì, ce l’ho a casa ma non sapevo cos’era” perché la WOV mandava questo disco nero, senza alcun tipo di copertina, di cui adesso sto mandando in giro le foto perché così almeno la gente visualizza anche.

BRENDA: E non li butta.

CRISTIANO: Il disco che mandava la WOV era questo [Cristiano mi mostra una foto dal suo cellulare]. Quindi era un disco dove avevi soltanto il nome della famiglia che era stampato, si chiamava “Presto”, ed era un tipo di incisione direttamente sul vinile che faceva questa società americana […].

Un disco de “La Grande Famiglia” inviato da radio WOV di New York.

BRENDA: Ma ci avete pensato, ci hai o ci avete pensato a, come dire, visto che mi hai detto che giustamente molto materiale è rimasto necessariamente fuori da questo prodotto finale, a, non lo so, costruire un archivio di qualche tipo: orale, sonoro ma magari anche che comprenda qualche foto, qualche oggetto.

CRISTIANO: […] Il problema di questi materiali è che sono privati, quindi c’è tutto un discorso di titolarità dei diritti ampio e molto delicato. Sono archivi di persone che hanno dato la possibilità di ascoltarli nel podcast, la cui titolarità però rimane a loro. Il problema è: chi farebbe questo archivio? In ogni caso è bello che queste voci ritrovate siano sulla Rai, il servizio pubblico. […] Io sono grato alla Rai per aver creduto in questo progetto, ad Andrea Borgnino che è il responsabile di RaiPlay Sound ed è un grandissimo amante degli archivi, oltre che un radioamatore, perciò il tutto non poteva che risuonargli. Poi certo, esiste un archivio sonoro nazionale che è la Discoteca di Stato, che sicuramente conoscerai, però andrebbe studiato come, eccetera…

BRENDA: No, ma poi questo ha senso perché è legato ad un tema molto specifico e molto interessante, quello dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti. Secondo me sarebbe molto bello.

CRISTIANO: Sarebbe bello però spesso il problema degli archivi poi è chi… cioè questi archivi devono avere una vita. Il problema è sempre un po’ quello. Quindi ovviamente si torna a quello che dicevo prima, cioè questi dischi, visti in sé, non sempre sono autonomi secondo me. Perché ci sono dei dischi che sono quindici minuti di gente che straparla, tra virgolette, o che parla dei fatti propri, giustamente! Diventano anche noiosi ad un certo punto, quindi sono valorizzati se ricostruisci tutta la storia e la rendi il più fruibile possibile.

 

1 Podcast che ha vinto il primo premio nella categoria “Narrative/Documentary” Podcast ai New York Radio Awards 2025; il primo premio nella categoria “Cultura” agli Italian Podcast Awards 2025 ed è stato finalista al Prix Europa di Berlino 2025.

2 Con il termine di recente utilizzo “edutainment” – composto da “education” e “entertainment” – si intende comunemente una forma comunicativa dove la finalità educativa si combina con le forme dell’intrattenimento, con l’obiettivo di trasmettere contenuti in maniera coinvolgente. Attraverso questa tecnica, diffusa in particolar modo nell’ultimo trentennio in concomitanza con gli sviluppi della divulgazione scientifica, si utilizzano gli strumenti tipici del gioco, dei media e delle arti per stimolare l’apprendimento attivo.
3 I lavori citati possono essere ascoltati sul profilo Soundcloud di Cristiano al link: https://on.soundcloud.com/EX5FMYoB2OxwpPznds.

4 Anna Rizzo, I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia, Milano, il Saggiatore, 2022.

Articoli Correlati:

#La storia orale di… Gastone Pietrucci, Jesi

di Alessandro...

Storia degli italiani e non storia dell'italianità. Intervista a Giorgio Delle Donne

di Patrick Ur...

«Chi ha paura della notte?» L'agibilità notturna delle femministe negli anni '70

Lorenza Moret...

Oral History Society CPD Freelancers’ Workshopici | London 28 January 2014

Oral History ...

“Uno accoglie il movimento degli intervistati, lo attende”. Intervista ad Alessandro Coltr...

di Giulia Zit...

fonte orale podcast

SEGUICI

Envelope Facebook Instagram Youtube Rss
ASSOCIATI!
L'INTERVISTA
BUONE PRATICHE
VADEMECUM
SCUOLE AISO
PUBBLICAZIONI
RIVISTA
Premio AISO 2023
Tavolo Permanente per le Fonti Orali
Le fonti orali - Intervista

Storia Orale

È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto.

Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti.

Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società.

Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti.

È un’opportunità per salvare racconti, tradizioni orali, lingue e “arti del dire” che sono in continua trasformazione.

In Italia la storia orale ha una ricca tradizione che risale agli anni '50, ma l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è impegnata anche in nuovi ambiti come archivi orali e tecnologie digitali, e public history.

 

Contatti
Privacy & Cookies