{"id":12001,"date":"2022-07-04T11:43:18","date_gmt":"2022-07-04T09:43:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aisoitalia.org\/?p=12001"},"modified":"2022-07-04T11:43:18","modified_gmt":"2022-07-04T09:43:18","slug":"esperienze-ricerca-storia-orale-racconto-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/esperienze-ricerca-storia-orale-racconto-storia\/","title":{"rendered":"Esperienze di ricerca di storia orale: dal racconto alla storia"},"content":{"rendered":"<p>di <a href=\"https:\/\/www.aisoitalia.org\/francesca-bearzatto\/\">Francesca Bearzatto<\/a><\/p>\n<p>Le mie esperienze di ricerca di storia orale iniziano nel 1995 con le prime raccolte di testimonianze. Allora ragazzina, ero mossa dal fascino che i racconti delle due, tre generazioni precedenti esercitavano su di me. Ho raccolto le prime testimonianze in ambito famigliare, nell\u2019area dell\u2019attuale pordenonese, inerenti un arco temporale tra la fine dell\u2019800 e la met\u00e0 del \u2018900. Assieme ai racconti del mondo rurale, giungeva un caleidoscopico tessuto di esperienze, viaggi, avventure, tragedie, che attraversava l\u2019Europa del \u2018900. Gi\u00e0 all\u2019epoca sia io sia i raccontatori sentivamo il divario tra la mia realt\u00e0 e la loro. La mia realt\u00e0 era figlia del boom economico. L\u2019accesso garantito all\u2019istruzione e ai beni primari, il mutare delle abitudini e del tessuto sociale parevano inarrestabili, incontrovertibili. Ci\u00f2 rendeva il vissuto dei narratori, legati a un mondo rurale del quale erano ultimi testimoni, un mondo lontano, vivo solo nei racconti, a tratti capovolto rispetto a ci\u00f2 che era attuale nei Novanta. Ma parte di quelle esperienze poteva essere trasmessa solo attraverso i racconti. L\u2019oralit\u00e0, e non la scrittura, dava il disegno sull\u2019ordito della cultura rurale, sia per il ruolo tradizionale, e imprescindibile, che il racconto rivestiva nella socialit\u00e0 contadina, sia per la minima scolarizzazione della maggioranza dei narratori. Questa consapevolezza mi spingeva ad ascoltare e raccogliere le testimonianze. Con il passare del tempo, il mio interesse per i racconti del vissuto \u00e8 maturato, assieme alla laurea in storia e ai lavori di ricerca storica, e si \u00e8 appoggiato su conoscenze pi\u00f9 strutturate. Quello che era fascino \u00e8 diventato interesse pi\u00f9 consapevole, per la ricostruzione e la contestualizzazione, accompagnato da dubbi e interessi storici pi\u00f9 definiti. Ho continuato a svolgere le mie ricerche prevalentemente nell\u2019area rurale e montana della provincia di Pordenone. I nuclei tematici seguiti durante il mio percorso di storica oralista sono stati la memoria della deportazione politica nei campi di sterminio; l\u2019esperienza resistenziale; il vissuto delle piccole comunit\u00e0 rurali durante il Ventennio, il secondo conflitto mondiale e i primi decenni della ricostruzione nel dopoguerra; il ritorno dei reduci dai campi nazisti e dei partigiani nella societ\u00e0 civile al termine del conflitto.<\/p>\n<p><strong>Il racconto e il narratore<\/strong><\/p>\n<p>Ogni testimonianza che ho raccolto \u00e8 nata con una storia a s\u00e9. Difficile riassumere come io sia stata avvicinata, o come mi sia avvicinata ai testimoni. In alcuni casi ho incontrato persone che da molti anni cercavano un aiuto per scrivere le proprie memorie. Michele Mezzaroba, deportato politico a Mauthausen originario di Frisanco, dopo una serie di conversazioni finalizzate a completare l\u2019appendice della mia tesi di laurea sulla costruzione della memoria della Resistenza in Friuli Venezia Giulia nel secondo dopoguerra (2005), mi ha nuovamente contattata e mi ha consegnato alcuni fogli da lui scritti sulla propria infanzia. Mi ha detto che da molti anni cercava qualcuno che lo aiutasse a scrivere le pagine successive. Ho raccolto l\u2019invito e ho curato il suo racconto ne <em>Il sale sul tar\u00e0ssaco<\/em> (2007). In altri casi, sono stata avvicinata tramite il \u201cpassa-parola\u201d della rete di conoscenze. Ad esempio proprio Michele mi ha indirizzata verso il suo amico Geremia Della Putta, deportato politico a Buchenwald originario di Erto, Val Vajont. Suggerita da una persona fidata, Geremia mi ha affidato le sue memorie in un lavoro di cura proseguito dal 2008 al 2013 (<em>Sopravvissuto a Buchenwald e al Vajont<\/em>). La rete di conoscenze territoriale, costruita sul luogo nel quale ho vissuto e lavorato come insegnante per oltre un decennio, e del quale sono originaria \u2013 il bacino rurale e alpino attorno a Maniago \u2013, \u00e8 per me tutt\u2019ora un canale importante per raggiungere i testimoni, ma le dinamiche con le quali si stabiliscono i contatti sono molte.<\/p>\n<figure id=\"attachment_12017\" aria-describedby=\"caption-attachment-12017\" style=\"width: 755px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-12017\" src=\"https:\/\/www.aisoitalia.org\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont-300x200.jpg\" alt=\"Geremia Della Putta con il nipote Roberto De Filippo\" width=\"755\" height=\"503\" srcset=\"https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont-1024x684.jpg 1024w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont-768x513.jpg 768w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont-1536x1025.jpg 1536w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/03-cantiere-vajont.jpg 1772w\" sizes=\"(max-width: 755px) 100vw, 755px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-12017\" class=\"wp-caption-text\">Geremia Della Putta assieme al cugino Roberto De Filippo. Il bambino morir\u00e0 nel disastro del Vajont del 1963. Sullo sfondo il cantiere della diga del Vajont<\/figcaption><\/figure>\n<p>Qualunque sia il caso specifico, il racconto sgorga solo dove il narratore sia disponibile a lasciare un\u2019apertura che metta in comunicazione il proprio intimo con l\u2019esterno. Le motivazioni per le quali questo accade, da ci\u00f2 che posso osservare, sono strettamente legate alla convinzione dell\u2019utilit\u00e0 per altri del proprio vissuto. Ci\u00f2 \u00e8 evidente per quanto riguarda i deportati nei campi di sterminio e per i partigiani che hanno elaborato, o cercano di elaborare, la propria esperienza come veicolo per un messaggio di utilit\u00e0 collettiva. Ci\u00f2 \u00e8 vero anche per altre testimonianze, ad esempio per quelle dei contadini che si sentono testimoni di un mondo rurale che si \u00e8 spezzato a contatto con le tragedie del Novecento, e dal quale la societ\u00e0 globalizzata si allontana rapidamente. Mondo rurale del quale i testimoni desiderano rielaborare una lettura: locale, di comunit\u00e0, e personale, per raccoglierne i frammenti. Altri decidono di comunicare perch\u00e9 la possibilit\u00e0 che il proprio racconto entri in un libro di storia \u00e8 ritenuta un\u2019opportunit\u00e0 per valorizzare la propria storia, e magari farla uscire da un contesto di emarginazione. \u00c8 il caso, ad esempio, della testimone affetta da disabilit\u00e0 fisica, originaria delle campagne pordenonesi, che ha mi dato il suo racconto consapevole dell\u2019unicit\u00e0 della sua parola, sopravvissuta alla guerra e capace di oltrepassare gli ostacoli che l\u2019essere affetti da disabilit\u00e0 comportava in una societ\u00e0 rurale marginale del primo Novecento italiano:<\/p>\n<p>\u00abIo sono nata sana, poi quando avevo un anno mi \u00e8 venuta una gran febbre. I medici hanno detto: <em>paralisi infantile<\/em>. Prima di quel male camminavo e parlavo, poi niente: n\u00e9 camminare, n\u00e9 parlare, n\u00e9 mangiare. Allora mamma e pap\u00e0 mi hanno lasciata in un angolo: non sapevano che fare [\u2026] Una volta se i bambini nascevano sani, bene, altrimenti\u2026 [\u2026] Mio fratello senza gengive pure sarebbe stato sano, ma l\u2019avevano fatto nascere col forcipe e con quello gli avevano schiacciato il cervello, mangiava solo col ciuccio a latte ed \u00e8 vissuto dieci anni. A me \u00e8 toccato questo gran male che mi ha lasciata senza potermi muovere. Sono rimasta qualche mese come morta, poi mi sono accorta di essere\u2026 Ma non potevo muovermi. Ero l\u00e0, sempre ferma, e vedevo la mia famiglia che continuava a fare le sue cose. Mi sono detta: \u201cNo, io non posso stare cos\u00ec. No. Io non posso stare cos\u00ec\u201d. Dovevo far capire alla mamma che c\u2019ero. Allora mi sono sforzata di alzarmi e: un passo, una <em>tombola<\/em> [caduta]. E dai, e dai, e dai, fino a che, a quattro anni, ho cominciato a camminare da sola. Sono riuscita a fare tre, quattro passi, prima di cadere\u00bb. [testimonianza raccolta il 6 maggio 2015] *<\/p>\n<p>Dietro la percezione dell\u2019utilit\u00e0 della propria testimonianza vibra sempre un racconto che \u00e8 soggettivo. Le emozioni del protagonista-narratore ne influenzano il corso e le caratteristiche narrative. Ogni narratore ha un suo stile, nel quale convergono emotivit\u00e0, abitudini, gusti personali. Oltre a ci\u00f2, il lessico e lo stile narrativo fanno parte del milieu familiare e sociale al quale appartiene. Ad esempio, nella piccola comunit\u00e0 rurale di San Leonardo Valcellina gli stili narrativi dei raccontatori hanno fatto emergere la composizione sociale del paese nei primi decenni del \u2018900. Anche per quanto riguarda le donne. Una delle testimoni, cresciuta in un contesto di disagio famigliare, ha utilizzato una parlata fortemente diversa, sebbene altrettanto incisiva, rispetto a molte delle raccontatrici sanleonardesi: una somma di dialetti e lingue di vari luoghi del nord Italia in cui \u00e8 vissuta. Osserva, a proposito della propria espressivit\u00e0:<\/p>\n<p>\u00abI pos disi da esi nassuda in tai ciamps, i\u00f2. [\u2026] I gevi in ziru par i pr\u00e2ts par mangi\u00e0 e i ciapavi su pist\u00ec\u00e7 [\u2026] Una volta a si ciatavin p\u00f2ucs sclous, parc\u00e8 a finivin in boscia. A si zeva a la carit\u00e2t, a Torototela. [\u2026] Tanta ignorancia, una volta. L\u2019ignorancia al \u00e8 pesu da la miseria, satu? Ai fioi na si insegnava nuia, nencia a d\u00ec bund\u00ec. [\u2026] [Io e i miei fratelli] i \u2018ven tac\u00e2t a scola a fevel\u00e0. [\u2026] Ma l\u2019ignorancia a \u00e8 rimasta. Tu no sas ce ca \u00e8. Tu no s\u00e9. L\u2019ignorancia a \u00e8 chista: da no sav\u00e8 fevel\u00e0\u00bb. [testimonianza raccolta il 7 novembre 2015]<\/p>\n<p>[Posso dire di essere nata nei campi, io [\u2026] Giravo per i prati per mangiare e raccoglievo pist\u00ec\u00e7 [NdA. Miscuglio di erbe edibili spontanee, che, bollite, costituiscono uno dei piatti della tradizione culinaria friulana] [\u2026] Una volta si trovavano poche lumache, perch\u00e9 finivano in bocca. Si andava alla carit\u00e0, a Torotot\u00e8la [NdA. Torotot\u00e8la: espressione tradizionale veneto-friulano che indica l\u2019andare a carit\u00e0] [\u2026] Tanta ignoranza, una volta. L\u2019ignoranza \u00e8 peggio della miseria, lo sai? Ai bambini non si insegnava nulla, neanche a dire buongiorno. [\u2026] [Io e i miei fratelli] abbiamo iniziato a parlare a scuola. [\u2026] Ma l\u2019ignoranza \u00e8 rimasta. Tu non sai cos\u2019\u00e8. Non sai. L\u2019ignoranza \u00e8 questo: il non saper parlare\u00bb]<\/p>\n<p><strong>Il racconto e la societ\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>La consapevolezza dell\u2019utilit\u00e0 della propria parola \u00e8 pi\u00f9 chiara dove sia rafforzata dalla percezione di tale valore da parte della comunit\u00e0 vicina al testimone. L\u2019agente che spesso porta alla testimonianza \u00e8 il supporto del nucleo famigliare e della rete di amicizie, convinti dell\u2019importanza della memoria del proprio caro, o dell\u2019affine per esperienze.<\/p>\n<p>In alcuni casi il testimone decide di comunicare la propria memoria in modo solitario, soprattutto se ha la percezione che la propria esperienza sia stata rifiutata dalla comunit\u00e0 di appartenenza. La decisione matura spesso lontano dal luogo natio, e viene alla luce di frequente solo quando, dopo il pensionamento, il testimone torna nel paese nel quale aveva vissuto le esperienze traumatizzanti. Il tempo intercorso tra l\u2019evento traumatico e il momento della testimonianza \u00e8 tale che, nel frattempo, la societ\u00e0 di appartenenza \u00e8 profondamente cambiata, lasciando spazio al ricordo. \u00c8 il caso di M., originario di Spilimbergo, unitosi giovanissimo al movimento resistenziale in seguito al traumatico arresto del padre. L\u2019arresto dell\u2019uomo segue al sospetto di socialismo, aggravato dal ritrovamento di una pistola nascosta in casa per gioco dal figlio, allora poco pi\u00f9 che bambino. Il padre, incarcerato assieme al figlio a Udine, viene deportato a Mauthausen e a Melk, dove trova la morte. La famiglia cade in disgrazia in seguito alle requisizioni delle SS. Il figlio, scarcerato, ritorna a Spilimbergo e va partigiano. Alla fine della guerra, come molti testimoni ricordano, la partecipazione alla Resistenza \u00e8 una carta di difficile presentazione. Anche per questo, racconta M., non trova lavoro nello spilimberghese, ed emigra a Torino. Il ragazzino non si ambienta in citt\u00e0, da anziano ricorda il disagio. Rivolge una preghiera accorata alla madre, ma non verr\u00e0 pi\u00f9 accolto in famiglia: \u00abNon tornare perch\u00e9 non ho soldi per mantenerti\u00bb. Solo in pensione torna a vivere in una Spilimbergo socialmente mutata, quando la sua storia personale e il suo trascorso partigiano hanno pochi testimoni e una valenza fortemente attenuata.<\/p>\n<p>Per molti dei testimoni da me intervistati, il passaggio del racconto da ambiti ristretti, famigliari e amicali, a spazi pi\u00f9 ampi di memoria collettiva \u00e8 complesso, e spesso doloroso. Il racconto del testimone del \u2018900, infatti, ancora oggi restituisce i margini taglienti dei conflitti maturati durante il Ventennio e approfonditisi dopo l\u2019Armistizio dell\u20198 settembre 1943. Conflitti che, come osserva Claudio Pavone, hanno assunto il profilo di \u201cuna guerra civile\u201d [<em>Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit\u00e0 nella Resistenza<\/em>, 1991]. La memoria della guerra civile \u00e8 una memoria pesante. Ma il peso delle memorie del Novecento sta anche, e molto, nei libri non scritti, nelle testimonianze non divulgate. Come quella degli ex deportati politici di Frisanco che hanno rivelato pochissimo del proprio passato, solo a pochi, e dopo molti anni dalla deportazione. Come testimonia Maria Noemi Roman Zotta, moglie di uno di essi, Aldo Dreon di Dour, al termine del conflitto sugli ex deportati politici poteva gravare il peso di essere stati partigiani e \u201cdetenuti\u201d. Ricorda:<\/p>\n<p>[All\u2019epoca del fidanzamento] \u00abmia madre \u00e8 andata a Frisanco per raccogliere informazioni su Aldo da famiglie influenti. Qui le hanno detto: \u201cGran lavoratore, la famiglia \u00e8 di brave persone. Ma era partigiano, \u00e8 comunista\u201d. Quella sera mia madre mi riferisce quanto ha saputo e mi dice di rompere il fidanzamento. Io le rispondo: \u201cSe \u00e8 questo quello che vuoi, io lo faccio. Ma sappi che mi fai un grande dispiacere\u201d. Poi non so com\u2019\u00e8 andata: forse perch\u00e9 mio padre, che intanto era tornato dalla Germania [dov\u2019era lavoratore coatto, NdA], conosceva Aldo da ragazzino\u2026 fatto sta che abbiamo potuto continuare a frequentarci. Una sera, mentre ballavamo, Aldo mi dice con aria mesta: \u201cSono stato anche in prigione\u201d. Io non ho capito che si riferiva a Dachau, non l\u2019ho capito per molti, molti anni: ne parlava solamente con gli altri deportati\u00bb. [testimonianza raccolta nell\u2019estate 2015]<\/p>\n<div class=\"mceTemp\"><\/div>\n<figure id=\"attachment_12033\" aria-describedby=\"caption-attachment-12033\" style=\"width: 941px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" class=\" wp-image-12033\" src=\"https:\/\/www.aisoitalia.org\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/corsa-03-300x212.jpg\" alt=\"Partenza per una corsa\" width=\"941\" height=\"665\" srcset=\"https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/corsa-03-300x212.jpg 300w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/corsa-03-768x542.jpg 768w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/corsa-03-1536x1084.jpg 1536w, https:\/\/www.aisoitalia.org\/staging1\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/corsa-03-2048x1445.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 941px) 100vw, 941px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-12033\" class=\"wp-caption-text\">Frisanco, partenza per una corsa. Aldo Dreon di Dour \u00e8 il primo in piedi da destra,<br \/>Michele Mezzaroba \u00e8 il terzo da sinistra (1929)<\/figcaption><\/figure>\n<p>Nella mia esperienza di storica oralista alcune partigiane hanno preferito non divulgare la propria memoria per timore che questa diventasse un carico per la famiglia, anche a causa degli stereotipi di genere che pesano \u2013 e soprattutto pesavano \u2013 sulle donne. Ancora, molti partigiani ricordano la pregiudiziale comunista che \u00e8 gravata su di loro per molto tempo dalla fine della guerra. Pregiudiziale da leggere anche alla luce delle peculiari condizioni politiche della Guerra fredda, che in Friuli Venezia Giulia avevano come sfondo la linea di frontiera a Est, sulla cortina di ferro. Clima politico e sociale che ne ha reso difficile la testimonianza, e in certi casi impossibile. Ricordo, ad esempio, il libero professionista di Pordenone che tutt\u2019oggi tace della sua esperienza come commissario politico di brigata nella \u00abGaribaldi\u00bb, perch\u00e9 \u2013 secondo la sua esperienza \u2013 il passato partigiano rendeva inaccessibili le commesse statali, e pi\u00f9 in generale rendeva assai ostico il mondo del lavoro e gli inerenti rapporti sociali.<\/p>\n<p>Eppure alcuni decidono di testimoniare. Nella fase di allargamento della ricezione della memoria dalla sfera privata a quella comunitaria, il rapporto con la memoria pubblica, oggetto di dibattito pubblico, e l\u2019accettabilit\u00e0 sociale del ricordo personale possono influire sul racconto, sui modi del narrare, su quanto il narratore intende dire oppure non dire. \u00c8 vero anche, tuttavia, che la mia esperienza di storica oralista mi ha mostrato che proprio la percezione di possedere una memoria rigettata o contestata dalla comunit\u00e0, o da una parte di essa, fa s\u00ec che il testimone, deciso a parlare, faccia tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 per dimostrare la veridicit\u00e0 di ci\u00f2 che sostiene: raccoglie aneddoti che possono essere confrontati con fonti giornalistiche o documenti famigliari o di archivio, e si sforza di collegare le proprie informazioni con tutto ci\u00f2 che pi\u00f9 pare oggettivo. La discrasia tra memoria collettiva e memoria privata pu\u00f2 condurre a delle inchieste tanto pi\u00f9 fruttuose quanto il testimone decida di uscire dal silenzio. Ricordo la sorpresa con cui ho letto per la prima volta una lettera spedita da Michele Mezzaroba alla madre dal fronte albanese il 14 maggio 1941. Michele me l\u2019aveva mostrata allo scopo di testimoniare che lui era al fronte, come mi aveva raccontato: per lui, come per molti testimoni della deportazione, condurre prove al proprio discorso \u00e8 importante, per superare la possibile reazione incredula degli ascoltatori. Quelle righe contenevano per\u00f2 un\u2019espressione che ai miei occhi era ancora pi\u00f9 ricca del valore probante la leva nei Balcani. Nella lettera infatti si legge: \u00abdopo un po\u2019, quando tutti [i greci] erano scesi, il fuoco incominciava, e cos\u00ec andavano gi\u00f9 come le pere di Sip\u00f9cia\u00bb. La sorpresa risiede in quel \u201cpere di Sip\u00f9cia\u201d: un termine cos\u00ec radicato nella cultura locale, valligiana, di Frisanco, da risultare di difficile interpretazione ad occhi esterni. I <em>pir<\/em><em>\u00fbc di sip\u00f9cia<\/em> sono, infatti, una variet\u00e0 locale del <em>Pirus communis L.<\/em>, pressoch\u00e9 scomparsa, caratterizzata dalla produzione di una grande quantit\u00e0 di pere piccole e molto dolci. Alla maturazione i frutti cadono dai rami e nel giro di pochi giorni il terreno sotto l\u2019albero appare ricoperto di piccoli frutti dall\u2019interno scuro e succoso. L\u2019espressione nella lettera del \u201941 voleva rendere con un lessico comprensibile alla madre \u2013 e a pochi altri \u2013 l\u2019immagine dei morti; e rivela che la cultura materiale era una risorsa lessicale e interpretativa per i contadini e montanari immersi nelle tragedie del Novecento; e rimane tale nelle interviste del 2000 e successive. Questa espressione ha contribuito ad aprire un filone di studio che sar\u00e0 presente da <em>Il sale sul tar\u00e0ssaco<\/em> in poi, in tutte le mie ricerche di storia orale \u2013 sul quale ritorner\u00f2 oltre.<\/p>\n<p><strong>Il racconto e la storica<\/strong><\/p>\n<p>Nel momento in cui viene avviata la divulgazione di una testimonianza, la mia presenza quale storica oralista rappresenta il ponte tra l\u2019esperienza personale e la memoria collettiva. A questo punto come storica devo svolgere due compiti.<\/p>\n<p>Il primo compito \u00e8 quello di far comunicare culture diverse. Il racconto della maggior parte dei testimoni con i quali ho avuto modo di lavorare fluisce da un mondo che ha delle caratteristiche culturali peculiari, dal mondo rurale friulano della prima met\u00e0 del \u2018900, verso un mondo che ha delle caratteristiche culturali profondamente diverse, quello dato dalle trasformazioni socio-economiche che segnano il presente. In questo senso, le parole dei narratori erano, e sono, intrise di una cultura materiale e immateriale attraverso la quale il testimone legge la propria esperienza. E sono parole che vengono da una cultura diversa dalla mia. Per ottenere una testimonianza attendibile il mio ruolo di storica richiede di ascoltare attentamente le parole del testimone, di cogliere quegli elementi che a un primo ascolto possono sembrare \u201csbagli\u201d del raccontatore, \u201cconfusioni\u201d, \u201cpasticci linguistici\u201d, e di approfondirli per capirne il significato. I miei interventi come intervistatrice operano in primo luogo proprio qui, per chiarire il significato di espressioni che paiono di primo acchito oscure perch\u00e9 intrise di una cultura altra, a tratti premoderna. Sopra ho riferito dell\u2019espressione \u00abandare gi\u00f9 come le pere di Sip\u00f9cia\u00bb: la cultura locale, valligiana o contadina, forniva lessico e figure retoriche alla popolazione rurale che affrontava la storia del Novecento. E non solo: forniva abilit\u00e0. Geremia Della Putta ricorda come lo zio, in guerra in Etiopia nel 1935, avesse combattuto la disidratazione con un sistema tradizionale, diffuso nelle valli alpine tra Veneto e Friuli:<\/p>\n<p>\u00abMio nonno ci aveva insegnato un rimedio per la sete in montagna: ci procuravamo un rametto di nocciolo, toglievamo la corteccia, infilavamo il bastone scortecciato in un formicaio di montagna, non di formiche rosse, ma di quelle grandi e nere, che costruiscono formicai alti; le formiche si arrampicano e lasciano sopra il legno un liquido. Quel liquido \u00e8 dissetante e ha un gusto simile all\u2019aranciata, leggermente pi\u00f9 agro, tendente al limone\u00bb. [Testimonianza raccolta nell\u2019estate del 2012]<\/p>\n<p>La cultura locale forniva, e fornisce, lessico, immagini e strumenti; ma pure categorie interpretative. Geremia, ricordando le leggende diffuse a Erto, associa <em>la sc\u00f2la dal Bon Z\u00f9ac<\/em> ai rituali delle SS:<\/p>\n<p>\u00ab<em>La sc\u00f2la dal Bon Z\u00f9ac<\/em>, secondo i <em>nert\u00e0ns<\/em> [abitanti di Erto], era una <em>squadra<\/em>, una congrega che viaggiava solo di notte, incappucciata e con il volto nascosto. Si spostavano in fila e i paesani temevano che arrestassero il cammino di coloro che incontravano sulla propria strada, li portassero via con s\u00e9, o facessero loro del male; soprattutto ai bambini. A Buchenwald i racconti del terrore di Erto sono diventate persone in carne e ossa, le SS uccidevano i bambini a sangue freddo per dimostrare di essere realmente \u00dcbermenschen\u00bb. [Testimonianza raccolta nell\u2019estate del 2012]<\/p>\n<p><em>La sc\u00f2la dal Bon Z\u00f9ac<\/em>, scuola del Buon gioco, \u00e8 credenza di antica origine e si riconduce ai convegni notturni di cui erano signore Diana o Erodiade, presieduti talora da una Signora di grande sapere che insegnava la virt\u00f9 delle erbe e la difesa dai malefici. Nelle credenze di tali apparizioni, come della scuola del Buon gioco, gi\u00e0 raccolta a Erto dalla ricercatrice Novella Cantarutti negli anni \u201970 del Novecento, accanto ai cortei prevalentemente femminili al seguito di divinit\u00e0 notturne \u2013 nota lo storico Carlo Ginzburg [<em>Storia notturna<\/em>, 1998, pp. 80; 170-171] \u2013 ci sono squadre generalmente maschili impegnate nelle battaglie per la fertilit\u00e0. Tali squadre, come i <em>benandanti<\/em> friulani, sono un\u2019associazione di tipo iniziatico, organizzata in forma militare e guidata da un capo. La presenza di una dimensione iniziatica spiega probabilmente l\u2019aura mortuaria che circonda i comportamenti di gruppi di giovani, talvolta associati in forme di violenza rituale, talvolta stretti in organizzazioni guerriere. La valenza iniziatica insita nella credenza della scuola del Buon gioco fornisce a Geremia la categoria interpretativa di un accaduto estremamente difficile da elaborare, nonch\u00e9 da comunicare, ovvero la violenza delle SS.<\/p>\n<p>Il secondo compito che spetta a me come ricercatrice storica, nel lavoro di costruzione di un ponte tra l\u2019esperienza personale e la memoria collettiva, consiste nel trovare la collocazione di tutte le parti del narrato all\u2019interno dei quadri culturali e storiografici. Questa parte del lavoro \u00e8 strettamente connessa con la ricchezza che la testimonianza orale offre. Infatti, raccontando la propria vita, il narratore riporta informazioni complesse, riconducibili a molte aree del sapere: tecniche di lavoro tradizionali, etnobotanica, medicina, sociologia, etnologia, storia&#8230; La sfida per lo studioso \u00e8 quella di raccoglie quanti pi\u00f9 stimoli possibili e accompagnarli verso quadri conoscitivi definiti. Il lavoro della storica si apre qui alla multidisciplinariet\u00e0. Il confronto con aree conoscitive diverse da quella storica diventa inevitabile per capire nel modo pi\u00f9 adeguato possibile il racconto di un testimone.<\/p>\n<p>Il lavoro da me condotto di ricondurre la testimonianza all\u2019interno di quadri culturali, e storici in particolare, consolidati ha subito nel tempo un\u2019evoluzione. Progressivamente, infatti, ho sentito la necessit\u00e0 di leggere le testimonianze alla luce di categorie nuove. Categorie come \u201cpartigiano\u201d, \u201cdeportato\u201d, \u201cdonna\u201d, \u201cbambino\u201d durante il secondo conflitto mondiale e la Resistenza, sono indubbiamente fondamentali nel momento in cui io, come storica, voglia far confluire la testimonianza nei quadri storiografici. Tuttavia non sempre esauriscono i dubbi che emergono durante le interviste, e a posteriori durante il lavoro di riflessione sulle raccolte. Quindi il lavoro sulle categorie \u00e8 diventato per me importante per ampliare il significato e il contesto dei narrati. Nella mia personale esperienza una categoria fra le altre che ha contribuito a fornire nuove chiavi di lettura delle memorie orali \u00e8 stata quella della <em>marginalit\u00e0<\/em>, esemplificata dal termine Torotot\u00e8la nel gi\u00e0 ricordato San Leonardo Valcellina. Tita, giovane bracciante che si unisce ai partigiani, che si presenta alle porte a chiedere da mangiare come da bambino faceva quando andava a carit\u00e0, ma stavolta con il fucile in mano, \u00e8 indicato dai compaesani come Torotot\u00e8la. Il ragazzo verr\u00e0 catturato, torturato e ammazzato nelle carceri di Roveredo in Piano. Quella del Torotot\u00e8la \u00e8 una figura sia fisica sia simbolica della fascia veneto-friulana che rappresenta il margine. \u00c8 il mendicante, cantastorie, teatrante, che raccoglie il labile confine tra questua, banditismo e rivolta sociale. Nelle comunit\u00e0 rurali veneto-friulane il mendicante era accolto come bisognoso, e benvenuto; ma allo stesso tempo temuto. Quando poi si associava in gruppi, la rivolta sociale che ne poteva derivare, soprattutto nella stagione dei raccolti, diveniva reale pericolo per molti, e veniva ostracizzata dalle comunit\u00e0 rurali. L\u2019ostracismo, il timore, ma anche la compassione che la comunit\u00e0 sanleonardese comunica nei riguardi del Tita partigiano, considerato appunto un Torotot\u00e8la che prende le armi, si concretano nel lessico localistico delle campagne pordenonesi. Eppure il Torotot\u00e8la ci pu\u00f2 forse ricondurre a categorie culturali presenti non solo in quella zona, ma in altre campagne italiane della prima met\u00e0 del Novecento. Categorie che rendono visibile un tratto della cultura immateriale rurale di quel periodo che altrimenti sarebbe pi\u00f9 complesso illuminare; tratto della cultura immateriale, in questo caso, che legge la guerra civile.<\/p>\n<p><strong>Provvisorie considerazioni sullo stato della ricerca<\/strong><\/p>\n<p>Ho cercato qui di epilogare la mia esperienza come ricercatrice storica, ad oggi. Ho perci\u00f2 fatto riferimento alle ricerche pubblicate da me, e ho citato testimonianze da esse tratte. Il lavoro di storica oralista si \u00e8 rivelato un lavoro di pazienza, e di cesello. Ma proprio la pazienza che \u00e8 necessario investire per comprendere il narrato degli altri si rivela fruttuosa, e restituisce una ricchezza di stimoli che \u00e8 una delle motivazioni che mi spinge a proseguire questo tipo di lavori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*Nelle testimonianze qui riportate non viene trascritto il dialogo tra me, intervistatrice, e il testimone. Questo perch\u00e9 nella mia pratica di storica oralista intervengo di rado durante l\u2019esposizione del narratore. Vista l\u2019et\u00e0 dei testimoni preferisco incontri non troppo lunghi, e piuttosto ripetuti nel tempo: un lasso di tempo di circa un\u2019ora e mezza ad incontro permette al narratore di non stancarsi troppo, e di esporre le proprie memorie quasi senza interruzione. Il mio ruolo di intervistatrice, mentre il testimone racconta, si esplica essenzialmente nel riallacciare il filo del discorso, qualora venga perduto, e, a volte, nel chiedere di ripetere particolari che siano sfuggiti alla mia comprensione.<\/p>\n<p><strong>Foto di copertina<\/strong>: Frisanco e la sua vallata negli anni &#8217;30 del XX secolo.<\/p>\n<p>*Le foto pubblicate in questo articolo provengono dall&#8217;archivio digitale di Nuovadimensione ed.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Francesca Bearzatto Le mie esperienze di ricerca di storia orale iniziano nel 1995 con le prime raccolte di testimonianze. 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