Alessandro Leogrande in Argentina. Tra storia recente e storie orali

di Camillo Robertini.

Due anni fa si era da poco conclusa la prima tappa di un viaggio che si profilava come straordinario e che invece si è concluso con la scomparsa prematura e dolorosa di Alessandro Leogrande (Taranto 1977-Roma 2017). Alessandro è stato scrittore, giornalista, attento cronista dei fatti dell’Ilva (Fumo sulla città, Fandango 2013) e della migrazione attraverso il Mediterraneo (La frontiera, Feltrinelli 2017); munito di taccuino e registratore era arrivato in Argentina nell’agosto del 2017. Era stato spinto a intraprendere quel viaggio per lavorare a quello che molto probabilmente sarebbe diventato il romanzo narrativo della sua maturità.

Alessandro si era messo sulle tracce di una storia ambigua e sordida, avvenuta ai tempi dell’ultima dittatura militare argentina (1976-1983), quella di un cappellano militare accusato di aver partecipato alle sessioni di tortura di diversi militanti politici a San Rafel (Mendoza): una vicenda nella quale le versioni e i punti di vista, come in un gioco di specchi, generavano ricordi e rappresentazioni circa l’ultima dittatura degni di un racconto di Borges. Il gusto per le versioni discrepanti, la voglia di ricostruire quella storia senza dover stabilire la verità, ma bensì le verità, profilavano i contorni di una ricerca estremamente necessaria, volutamente distante da posizioni manichee, da quanti giuravano che il cappellano militare era colpevole e quanti al contrario avrebbero messo la mano sul fuoco affermando la sua estraneità di fronte a quelle accuse.

Alessandro puntava, come si può leggere nell’anticipo della sua inchiesta apparsa su «Pagina99» Sermoni e torture tra i dannati di Videla, a un genere narrativo capace di tenere assieme l’inchiesta giornalistica e la narrazione letteraria, qualcosa che si avvicinava molto al genere inaugurato da Rodolfo Walsh col suo romanzo Operación Massacre (1957), ritradotto nel 2011 e pubblicato con una sua postfazione per i tipi di La nuova frontiera.

Era arrivato a Buenos Aires e da subito si era installato dal fratello Orazio che, combinazioni della vita, lavora in città occupandosi di cinema. Io e lui ci eravamo conosciuti qualche anno prima in Puglia e successivamente avevo avuto modo di collaborare con un paio di articoli per «Lo Straniero» che dirigeva assieme a Goffredo Fofi.

Aveva passato una buona parte dei primi giorni a scoprire Buenos Aires, quella città colossale e scomoda, affascinante e spietata, sospesa tra il ricordo di un’Europa di fine Ottocento e l’America Latina attuale, che aveva intravisto attraverso i romanzi. Nelle passeggiate per i quartieri di San Telmo o della Recoleta ogni scoperta era accompagnata dal confronto che tesseva idealmente tra i suoi riferimenti letterari e la realtà che gli si profilava sotto gli occhi. Nei primi giorni del suo viaggio porteño Alessandro si era dedicato, con la scrupolosità che spesso ne restituiva un’immagine seria, quasi austera, ad accumulare più articoli e documenti possibili circa la storia dell’ultima dittatura argentina. In quei giorni avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una spugna che, dotata di grande intuito, assorbiva indistintamente stimoli e informazioni, che poi in maniera insondabile si tramutavano in reportage accurati e taglienti.

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Osservando i romanzi e gli articoli che aveva scritto su altri temi a lui cari – il caporalato, l’ex Ilva, il viaggio dei migranti dall’Africa sub-sahariana all’Italia – un filo rosso che attraversa quelle ricerche è rappresentato dall’intervista, dall’avvicinamento agli altri.

L’importanza della voce dei protagonisti, del dialogo con le proprie fonti, sostenuto dalla necessità di non farne meri “mezzi” per raggiungere un obiettivo, rappresenta uno degli aspetti salienti del metodo che Alessandro adoperava sul campo e che stavo conoscendo giorno dopo giorno. Alla capacità di ascolto che aveva affinato negli anni si aggiungeva quella qualità umana che non si apprende sui manuali, la facilità di entrare in sintonia con uno sconosciuto e di sollecitarlo tanto con le parole come con la comunicazione non verbale.

Durante le settimane di un inverno australe particolarmente mite il piano dei suoi incontri, ai quali avevo partecipato in veste di “conoscitore” della comunità di storici e ricercatori locali, prevedeva una serie di interviste a personaggi di spicco dei diritti umani, avvocati che avevano lavorato ai mega juicios che avevano visto la condanna di militari per reati di lesa umanità e a ricercatori informati sui fatti.

Attraverso il contatto con Analía Goldentul, ricercatrice del CONICET e docente della Università di Buenos Aires, da anni impegnata in una ricerca sui militari argentini implicati con le violazioni dei diritti umani, eravamo riusciti a ottenere l’autorizzazione per intervistare un ex tenente dell’esercito detenuto per i fatti al centro della ricerca che stava svolgendo Alessandro. Analía ci aveva introdotto a quell’ambiente grazie a una rete di conoscenze maturate nel tempo di ricerche, che ci avevano dato la possibilità di arrivare alle carceri di Ezeiza, più specificamente alla Unidad 31, il padiglione dei militari colpevoli di reati commessi durante la dittatura.

Un lungo viaggio in taxi dal centro di Buenos Aires alla periferia di Ezeiza, a tratti interrotto dal nostro chiacchierare vacuo, aveva smorzato l’attesa di quell’incontro. Più che di una visita extra-ordinaria si trattava del permesso di raggiungere l’ex tenente nel giorno delle visite e in qualità di “amici”.

Transitando per la grande palestra arredata con panche di legno e mobili austeri, avevamo avuto l’impressione di trovarci, come se la realtà si fosse rovesciata, in uno di quei centri di detenzione clandestina della dittatura. Il rispetto che quegli ex militari infondevano ai secondini e la sostanziale normalità dell’ambiente all’improvviso avevano trasformato quei tre visitatori negli unici soggetti che si sentivano a disagio, che erano fuori luogo.

In quell’occasione Alessandro, prima che cominciasse l’intervista, aveva cominciato a scrutare verso gli altri tavoli intercettando lo sguardo di Astiz, l’«ángel de la muerte», autore dei famigerati voli della morte raccontati nel libro-inchiesta El vuelo di Horacio Verbitsky.

Seduti finalmente al tavolo col colonnello, tra un mate e un tramezzino, cominciò una lunga intervista condotta da Analía e Alessandro. L’impossibilità di registrare con apparecchi elettronici aveva fatto sì che tutti e tre ci fossimo muniti di penna e taccuino. Durante le lunghe ore di cattività in quel padiglione (non era possibile lasciare il carcere prima di tre ore) Alessandro aveva fissato su carta le sue impressioni attraverso strani segni, a prima occhiata indecifrabili. L’ex militare aveva affermato con forza che, nonostante si ritenesse estraneo ai fatti per i quali era stato incarcerato, avrebbe ripetuto gli ordini ricevuti per «sconfiggere la sovversione armata». Durante quelle lunghe ore i nostri sguardi si erano incrociati varie volte, forse in cerca di un appiglio che ci allontanasse dagli orrori della repressione. Alessandro invece pareva nel suo ambiente. Con decisione, e con la determinazione di chi vuol arrivare fino in fondo a una vicenda, aveva incalzato il tenente con domande acute e circostanziate.

Forse anche per l’onestà che soggiaceva alle domande poste da Alessandro, poste in un indecifrabile equilibrio tra l’irriverente e l’imbarazzato, il colonnello non sembrava essere infastidito, forse anche lui era stato rapito da quell’italiano che, senza motivi apparenti, aveva attraversato l’oceano cercando di ricostruire quella storia.

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La scomparsa di Alessandro ha lasciato un vuoto che l’attuale scenario politico fa ogni giorno più insopportabile. L’aver perduto quel romanzo d’ambientazione latinoamericana è probabilmente meno doloroso di quanto non lo sia l’assenza della sua voce circa la lunga agonia della sua Taranto o l’exploit del salvinismo.

Chiudo questa riflessione con alcune righe provenienti da una pagina di diario di campo che poco tempo fa mi ha fatto avere Analía circa quella giornata di settembre, fotografia di una persona non comune con la quale abbiamo intrecciato, seppur brevemente, le nostre vite:

Alessandro è stato l’ultimo ad uscire. Camillo ed io eravamo già fuori assieme ai secondini. Ha utilizzato gli ultimi istanti per prendere appunti. […] Mi ha sorpreso quanto fosse informato. Ho sempre creduto che le persone che si interessato molto ad un tema lo fanno per qualche tipo di vincolo con la propria esistenza. Ma niente a che vedere. Credo che le persone che si dedicano alla ricerca di temi estranei alla loro realtà, alla loro individualità, hanno un senso dell’etica e dell’impegno civile maggiore.