(Contro?)cultura in Urss: un’intervista sugli anni ’80   

di Marco Gabbas

Marco Gabbas è un nuovo socio di AISO. Sta concludendo un dottorato all’università statale di Milano con una ricerca sull’influenza del maoismo e del comunismo cinese nella sinistra italiana tra il 1949 e il 1976; vive a Budapest, dove ha frequentato il master alla Central European University tra il 2015 e il 2017. Si presenta a noi con questo articolo, nato come tesina per un corso su Controculture nel socialismo di stato fra il 1960 e il 1990, tenuto dai professori ungheresi Balázs Trencsényi e Gábor Klaniczay. È un bel regalo, che ci fa piacere condividere con tutti i soci e i “visitatori”.

In vari paesi socialisti dell’Europa orientale ci furono diversi tipi di controculture nell’arco di tempo dal 1960 al 1990. Dalla Polonia alla Jugoslavia, dall’Ungheria alla DDR. Ma lo stesso concetto di controcultura può essere interpretato in vari modi. In alcuni casi l’elemento “contro” fu certamente presente, cioè chi partecipava era cosciente di compiere un’attività politica d’opposizione. Ma in altri casi, diversi tipi di attività musicali o culturali venivano intrapresi senza nessuna particolare intenzione oppositiva. Si trovavano piuttosto fra la cultura ufficiale e quella non ufficiale – o vne, fuori, come direbbe Aleksej Yurchak.[1] Ciò era caratteristico soprattutto degli ultimi anni di vita dei paesi socialisti.

Come Alex Astrov ha notato nella sua lezione “Soviet Union: Musical and Political Subcultures”, le attività culturali alternative nella provincia russa – che si potrebbe chiamare glubynka, “provincia profonda” – avevano talvolta caratteristiche diverse da quelle di Mosca e Leningrado.[2]  Anche se Astrov ha ricordato molti ricordi spiacevoli di quei tempi, come la perdita del suo lavoro e le vite rovinate di alcuni dei suoi amici, ha anche notato che la vita di provincia poteva talvolta offrire opportunità che non erano disponibili nei grandi centri. Come ha detto, in una città relativamente piccola come Samara, da dove viene, la gente tendeva a conoscersi, la probabilità di trovare «stronzi» (assholes) era più bassa, e anche i locali quadri di partito, talvolta per amicizia, talvolta per una sorta di “senso di colpa”, potevano essere relativamente liberali e permettere più libertà per uno sviluppo culturale alternativo.

Parlerò qui di una situazione simile a quella descritta da Astrov. Izhevsk, la capitale della Repubblica Udmurta, è una città industriale di circa 600.000 abitanti nella regione degli Urali, 1.200 km a est di Mosca (v. fig. 1). Fu fondata dallo zarismo a metà XVIII secolo, e fu sin dalla nascita un centro artigianale e industriale, soprattutto per la produzione di armi. Dopo, nell’Urss, divenne il tipico, enorme complesso industriale sovietico, famoso soprattutto per la produzione del fucile automatico Kalashnikov. Qui si parlerà della scena musicale alternativa di Izhevsk della fine degli anni ’80, analizzando un’intervista fatta dall’autore a Dima Manylov[3] nel 2016. Dima è un musicista nato nel 1972 e che ha attraversato quel periodo.[4] Questa intervista è trattata seguendo il concetto di storia orale elaborato da Alessandro Portelli: i resoconti orali non sono obiettivi, ma sono al contrario «artificiali, variabili, e parziali».[5] La storia orale «ci dice meno degli eventi che del loro significato»,[6] ed è «credibile ma con una credibilità diversa».[7] Paul Thompson ha chiaramente dimostrato nel suo libro The Voice of the Past che l’eccessivo scetticismo che gli storici tradizionali mostrano verso la storia orale è infondato, dato che le fonti d’archivio sono spesso non meno parziali dei resoconti orali.[8] Pertanto, le impressioni soggettive e le opinioni del nostro testimone devono essere in primo piano.

Fig. 1. Izhevsk indicata in una carta della Russia, con l’Udmurtia evidenziata in giallo.

Musica in una glubynka russa: una vera controcultura?

Dima ha accettato ben volentieri di essere intervistato, ma ha chiarito sin dall’inizio di non potermi dire niente sulle vere “controculture”. Mi ha fatto notare che verso la fine dell’Urss non c’era il divieto di ascoltare alcun tipo di musica, e che per quanto ne sappia nessuno a Izhevsk ha mai avuto a che fare con la milicija, la polizia sovietica, per questioni inerenti la musica. Le uniche eccezioni che Dima ha sentito sono di retate poliziesche nel 1984, ma non a Izhevsk, ed erano motivate da “affari illegali”, cioè la vendita illegale di biglietti per concerti in Case della cultura – centri culturali di stato – o in appartamenti privati. Racconta che una volta un organizzatore di concerti fu anche messo in galera per questo, anche se Dima lo ricorda come un’eccezione. «Se c’era musica proibita», dice, «non ne sono a conoscenza». Infatti, i gruppi musicali che Dima ascoltava, come gli Akvarium, semplicemente non si occupavano di politica. Dima si ricorda piuttosto una grande sete e interesse per il “modo di vita occidentale”, che all’epoca in Unione sovietica voleva dire rock and roll, moda occidentale, scrittori occidentali, ecc. In generale, la fine degli anni ’80 fu caratterizzata da una caccia alle informazioni, dice Dima. Molti collezionavano foto e video inerenti alla cultura occidentale. Infatti, Dima pensa che all’epoca le richieste dei musicisti sovietici fossero semplicemente libertà di viaggiare e di avere quanta più “produzione culturale” occidentale possibile.

Il quadro che Dima dà della scena musicale e culturale nella Izhevsk degli anni ’80 è quello di una scena alternativa piuttosto che contro-culturale. Questa scena alternativa esisteva parallelamente a, e di fatto coesisteva con, quella “ufficiale”. Cioè, la gente era conscia degli enormi cambiamenti che stavano avendo luogo e adottava volentieri e in massa nuove mode e tendenze, ma da quanto Dima ha potuto dire, nessuno provò a fare ciò come una forma di opposizione cosciente al regime, che sostanzialmente li lasciava in pace.

L’”idiotismo” della vita tardo-sovietica

Dima è convinto che nell’ultimo periodo sovietico l’ideologia comunista fosse diventata un peso che molti, semplicemente, non prendevano più sul serio. Un piccolo episodio è indicativo di quell’atmosfera. Quando andava a scuola, nel 1987, una vecchia pensionata comunista, che aveva fatto lavoro di partito tutta la vita, aveva tenuto una lezione ai ragazzi in un orario destinato a temi non scolastici. Dato che tutti erano annoiati e non la ascoltavano, «decise di organizzare un interrogatorio». Si avvicinò a ogni ragazzo chiedendo in tono minaccioso: «Che musica ti piace?». I ragazzi decisero di stare sul sicuro e di non menzionare la musica rock, nominando invece cantanti sovietici più accettabili. Per esempio, Dima rispose: «Mi piace la buona musica!» lasciandola con un palmo di naso, senza poter fare niente. Il giudizio di Dima su quest’episodio è che, essendo dei ragazzi, erano un po’ spaventati all’inizio, ma poi la derisero e basta. Era un esempio di ideologia “comunista” esagerata fino all’assurdo. Dima ipotizza ironicamente che molto probabilmente ascoltare gli Akvarium non sarebbe stato un problema, ma i Sex Pistols sì, e probabilmente avrebbe dovuto sentire una lezione di tre minuti sui mali del sesso e della musica punk. Inoltre, Dima era il portabandiera dei Pionieri locali![9]

Comunque, a scuola poteva succedere di tutto: nel 1988 i bambini incontrarono il fratello maggiore di uno di loro che gli fece ascoltare musica rock, come Akvarium e Alissa, facendo poi discussioni e commenti. La conclusione di Dima su questo è che «insomma non c’era nessuna controcultura: ci davano tutto questo direttamente a scuola!». Dima aggiunge che questa atmosfera rilassata degli ultimi anni dell’Urss – 1986-1991 – era collegata al fatto che era già popolare criticare l’ideologia comunista, mentre lodarla era impopolare.

Dima ricorda anche che, per ragioni che non sa spiegarsi, nei primi anni ’80 ci fu un’esplosione di barzellette sul Comitato Centrale del Partito e su Brezhnev. Allo stesso tempo, però, precisa che anche se a tutti piaceva ridere di loro, «nessuno aveva alcun desiderio di liberarsene, puoi starne certo». Pensa che si trattasse di una conseguenza generale di una propaganda di stato ormai «senza vita», che il partito non poteva spiegare umanamente, e che quindi finiva per essere stupida. Dima pensa che nell’Urss dell’epoca molto funzionasse correttamente: «Se andavi in fabbrica tutto funzionava, se andavi da un’organizzazione tutto funzionava… ma se andavi al Comitato Locale del Partito» ti uccidevano letteralmente con sciocchezze senza sugo, senza alcuna relazione con la vita reale. Dima è convinto che questa incapacità di comunicare con la gente fu una delle ragioni del fallimento dell’Urss.

Lo stile del vestire come controcultura?

Dima spiega che nuovi modi di vestire ebbero una parte non piccola nella cultura alternativa che stava sbocciando a Izhevsk e nell’Urss in generale negli anni ’80. I jeans erano popolari. I “Bolshevichka”, jeans sovietici di scarsa qualità, potevano costare 10 rubli al mercato nero, ma jeans di marca come i Rifle potevano costare 100, 120, 150 rubli! Eppure, la gente era disposta a pagare tanto pur di avere jeans occidentali originali. Dima aggiunge che «i pantaloni sovietici erano cattivi, brutti, senza belle scritte sopra, mentre i jeans Rifle avevano una bella scritta in lettere latine, c’era scritto Rifle! Se anzi che “Rifle” c’era scritto qualcosa in cirillico, sarebbe stato considerato brutto e non alla moda. Questo era il problema principale. Le lettere latine erano considerate molto più piacevoli, e giuste». Dima descrive una “fame d’occidente” che si esprimeva in tutti i modi possibili, anche in piccoli dettagli del vestiario.

Più in generale, Dima dice che negli anni ’80 ci fu un periodo nel quale per i giovani ciò che contava era vestirsi nel modo più stravagante possibile, e indossare dei “segni” che gli altri potessero capire. Per esempio, si ricorda di aver ricoperto di disegni la sua grigia uniforme scolastica e di aver attaccato un campanello al suo berretto invernale, pensando di essere «la persona più alla moda del mondo!». Alle ragazze piaceva il look di Janis Joplin, mentre ai ragazzi piaceva lo stile di John Lennon. A tutti piacevano gli occhiali di John Lennon: per imitarlo, Dima si ricorda di aver usato un paio di occhiali appartenenti a sua nonna, risalenti all’inizio del secolo. Sembravano davvero quelli di Lennon, solo Dima dovette togliere le lenti perché ci vedeva bene. Infatti, come spiega, l’obiettivo di tutta questa attenzione alle apparenze esteriori non era “sembrare bello”, ma mandare messaggi agli altri: vestendosi come Lennon, potevi comunicare agli altri che lo conoscevi e che ti piaceva la sua musica.

Musica sovietica e occidentale

Dima si ricorda che negli anni ’80 i giovani ascoltavano musica sia sovietica sia straniera. Il suo primo contatto con la musica straniera, forse non sorprendentemente, fu con l’album dei Beatles A Hard Day’s Night nel 1986. Poteva ascoltarlo per ore, e poi vennero altri album dei Beatles. Come si ricorda, negli anni ’80 si potevano comprare solo dischi dei Beatles ufficiali rilasciati dalla casa discografica Melodia, cioè l’enorme fenomeno della musica pirata non era ancora iniziato. L’hard rock e il progressive rock erano popolari, e molti ascoltavano i Rolling Stones, i Pink Floyd, i Kim Crimson e i Talking Heads. A Izhevsk si poteva comprare molta musica bulgara, ma non c’era molta musica occidentale, e comunque solo la musica occidentale “più figa” veniva rilasciata nell’Urss. Tutto ciò che poteva fare era visitare regolarmente i negozi di musica e comprare tutto ciò che poteva appena lo vedeva.

Per porre rimedio alla penuria di musica di Izhevsk, Dima spendeva 13 rubli per prendere un treno per Mosca e comprare dischi, il che significava qualcosa come 17 ore di viaggio, dal pomeriggio alla mattina del giorno dopo. Lì passava tutto il giorno in negozi di dischi dove poteva comprare musica occidentale. C’era una grande differenza fra musica sovietica e straniera, nota: un disco sovietico poteva costare 2 rubli e 50, uno bulgaro 4, ma uno straniero poteva costare anche 10, che era quasi il prezzo del biglietto del treno. I soldi erano un problema, chiaramente, ma quando Dima finì la scuola ebbe la fortuna di ricevere una piccola somma di denaro dai suoi nonni, con la quale poté viaggiare nelle repubbliche baltiche, usando l’opportunità per comprare dischi: per esempio comprò a Riga un disco del gruppo di Leningrado Aukcion, che non aveva potuto trovare né a Izhevsk, né a Leningrado.

Per quanto riguarda la musica dell’Unione sovietica, Dima si ricorda che lui e i suoi amici ascoltavano appassionatamente gruppi new wave e post-punk come Akvarium, Kino, Alissa, Nautilus Pompilius e DDT, che paragona ai Talking Heads e a David Bowie. È interessante che i Beatles degli anni ’60 che ascoltavano erano già considerati “arcaici” rispetto alla musica della new wave sovietica, ma alla gente piacevano tutti e due. Musica occidentale simile alla new wave sovietica, come Patti Smith, Velvet Underground, Lou Reed, arrivò loro solo più tardi.

Tra studenti si scambiavano attivamente vinili e cassette. Dima si ricorda specialmente quelli del gruppo Sojuz Kompozitorov, che fu di fatto il primo a fare musica elettronica in Unione Sovietica, e che interpretò una canzone chiamata VVS nel film cult di Andrei Salavev Assa (1987).[10] Secondo Dima, la musica che suonavano i Sojuz Kompozitorov era molto simile alla musica degli anni ’90 e anche dei 2000, ma loro ne furono i pionieri già negli anni ’80.

Enormi incontri di strada

Un fenomeno importante che Dima ricorda è la comparsa di grandi gruppi di giovani che frequentavano le strade di Izhevsk. Da quanto racconta, la loro comparsa fu dovuta alla morte in un incidente d’auto del cantante dei Kino, Viktor Coj, nell’agosto del 1990. Per ragioni che non sa spiegare, decine di giovani che prima passavano il proprio tempo libero in casa uscirono all’aperto, per esempio stazionando vicino al Teatro dell’Opera e Balletto. Sembra che la morte del cantante      fosse seguita da un vero “movimento”: alcuni organizzarono fiaccolate alla sua memoria, altri coprirono i muri del teatro con scritte e poesie a lui dedicate, come “Coj è vivo!” e “Vitja [Viktor] ti vogliamo bene!”. Dima si ricorda anche che il “movimento” divenne così grande che nessuno, neanche la milicija osava avvicinarsi e cancellare le scritte. Ma si ricorda anche che la popolarità di Viktor Coj e del suo gruppo Kino era dovuta anche al fatto che furono i primi nell’Urss a organizzare la loro attività in modo imprenditoriale, con un ricco manager che si occupava del marketing e di pubblicità “all’occidentale”. Per esempio, il cantante degli Akvarium Grebenshchikov era meno popolare, anche perché la sua musica era meno ballabile.

Fig. 2. Concerto all’aria aperta a Izhevsk, fine anni ’80-inizio anni ‘90. Fornito da Dima Manylov.

Dima racconta che questi gruppi diventarono una sorta di comunità eterogenea. «Da 30 a 200, 300 persone [enfasi dell’intervistato] si incontravano» e stavano in giro dalle 10 del mattino sino a mezzanotte. Alcuni di loro erano già amici, ma in genere erano uniti da una sorta di comune interesse per le nuove mode. Talvolta, approfittando del bel tempo, facevano il bagno in uno stagno vicino e bevevano birra insieme. Come si ricorda Dima, potevi trovarci gente in jeans strappati e vari fazzoletti «imitando gli hippies, ma anche i punk, ma non confliggevano l’un con l’altro: anzi, formavano una sorta di gruppo informale unito». Dima ripete che queste tusovki – gruppi di amici – non venivano mai molestate dalla polizia, tranne che quando accendevano un falò o fumavano erba, ma anche in quei casi non c’erano conseguenze serie. Però, non pensa che l’erba fosse diffusa fra gli “hippies” di strada: lo era piuttosto fra i cosiddetti gopniki, persone poco raccomandabili che organizzavano risse di massa. In seguito, l’erba divenne sempre più popolare perché dopo aver fatto parte dello stile hippy cominciò a essere associata a Bob Marley, i cui fan pensavano che solo una persona indegna potesse evitare di fumare erba. D’altra parte, Dima nota che fra gli “hippies” di strada il consumo di alcol era diffuso.

Per quando riguarda i “punk”, Dima pensa che gli stereotipi su di loro in Russia fossero diversi da ciò che ai “punk” veniva attribuito in altri paesi. Secondo Dima, in Gran Bretagna e negli Usa il punk rock voleva dire un rifiuto della musica rock complicata e commercializzata, una cultura nata negli anni ’60 a New York. Il messaggio del punk rock era qualcosa tipo: «Siamo stanchi dei vostri soldi, del vostro show business, delle vostre facce serie, vogliamo riprendere le nostre chitarre e suonare come i ragazzi del cortile, come Elvis Presley, che era un camionista e scriveva canzoni per sua madre. Vogliamo semplicità e siamo stanchi dei vostri soldi!». Insomma, era una specie di invito all’autenticità e a liberarsi di tutto il superfluo, una specie di folk, «come un diamante non tagliato». Ma nell’Urss e poi in Russia essere un “punk” significava essere una persona chiassosa e sporca che cercava cibo nella spazzatura e beveva alcol in pubblico, finendo di solito in una pozzanghera. In un certo senso sembrava che queste persone dicessero: «Guarda, sono uno stupido e un teppista, non ho mai studiato, ed è per questo che sono figo!». A parte questo, Dima dice che alcuni gruppi punk, come ad esempio i Clash, non furono mai popolari in Russia.

Cultura ufficiale?

La musica che si evolveva allora era molto diversa dalla tradizionale musica sovietica, dice Dima. Il “musicista sovietico ufficiale” doveva studiare alla Filarmonica, stampare i propri testi e farli approvare. Se erano approvati – talvolta non senza alcuni cambiamenti e un po’ di censura – allora si potevano girare altre Filarmoniche, altre regioni e città. Diversamente, la musica fatta in casa non andava a nessuna Filarmonica, e non aveva nessun sostegno amministrativo ufficiale. Ma di fatto in ogni città c’era una Casa della cultura dove potevi suonare, e nessuno ti faceva alcun problema. Talvolta le cose erano semplificate dal fatto che conoscevi qualcuno fra gli organizzatori nelle Case della cultura. Dima si ricorda che potevano organizzare dei concerti con l’aiuto di un tecnico luci che lavorava in una di queste Case: non c’erano mai problemi con l’amministrazione, per di più all’epoca tutti erano al verde e cercavano di campare in qualche modo. Nelle Case della cultura di provincia i musicisti di solito ottenevano una percentuale delle vendite dei biglietti, dice Dima, ma erano piccole somme. Ma nelle grandi città come Mosca era diverso, e gruppi come Akvarium potevano fare un sacco di soldi. Una cosa importante da notare è che questi gruppi alternativi di solito non suonavano nella sala principale, ma in un corridoio o nell’atrio d’ingresso.

La sera i gruppi di “gente di strada” andavano alle Case della cultura per ascoltare musica fatta in casa. Come spiega Dima, tutti andavano a sentire i concerti degli altri: per esempio, «su 200 persone, 20 erano musicisti, 40 suonavano qualcosa di tanto in tanto, e andavano sempre ai concerti degli altri». La sua descrizione suggerisce che andare ai concerti all’epoca doveva essere uno stile di vita; infatti, «potevi essere sicuro che se andavi a suonare a una festa in una Casa della cultura, ci sarebbero state almeno 200 persone, perché queste persone andavano sempre dappertutto». La gente sapeva che certi giorni c’era sempre qualcuno che suonava, anche se non sapevano chi, e i biglietti costavano poco.

Descrivendo questi vecchi paradigmi sociali, Dima nota la grande differenza con l’oggi, dato che non può vedere queste enormi masse di giovani che vanno continuamente a eventi culturali, forse «a causa di internet». Dima nota anche che se oggi pubblicizza un concerto in un caffè, forse verranno 3 o 5 persone, mentre “ai vecchi tempi” bastava attaccare un paio di volantini nelle università locali «e 150 persone sarebbero venute certamente». Questa massa di persone, nota Dima, passava sempre il tempo all’aperto, anche se «il nostro clima non è proprio adatto». Ovviamente, ce n’erano molti di più d’estate, e molti di loro dovevano essere studenti con molto tempo libero, dato che passavano letteralmente tutto il giorno fuori, «sfoggiando i loro vestiti alla moda di giorno e andando ai concerti la sera». Come dice Dima, sembrava che «la vita scorresse in una sorta di continuo movimento e nello stare in giro». La cosa importante era «non essere a casa, ma essere da qualche parte in strada e partecipare a questa vita». Dima commenta anche con un po’ di nostalgia che oggi questo tipo di vita sembra essere completamente scomparso.

Anche gli appartamenti privati erano importanti per lo sviluppo della scena musicale alternativa di Izhevsk. Gli amici si riunivano lì per suonare, talvolta sino a 25-30 persone, ma Dima non si ricorda nessun evento a pagamento. Anche qui, Dima sottolinea la differenza fra la provincia e le capitali, Mosca e Leningrado, perché lì nei primi anni ’80 organizzavano eventi a pagamento che potevano essere molto redditizi.

Siccome sembra che nella Izhevsk degli anni ’80 la polizia non costituisse un problema, ci si potrebbe aspettare che almeno i genitori lo potessero essere. Ma Dima dice che lui stesso era stupito di non aver mai avuto nessun litigio con i suoi genitori per la sua partecipazione alla vita giovanile alternativa della città. L’unico problema fu che a un certo punto i suoi genitori, che lavoravano come medici, non ricevettero più il salario regolarmente, e gli amici di Dima venivano in casa e mangiavano tutto il burro, il pane e il formaggio. Provò a contribuire all’economia familiare con la sua borsa da studente, ma notò che di solito poteva comprare meno di quanto lui e i suoi amici mangiassero.

Conclusioni

L’intervista con Dima Manylov qui riportata è una fonte preziosa per osservare come una scena culturale alternativa si sviluppò in una glubynka russa negli anni ’80. Il resoconto di Dima è affascinante, raccontato con passione e un po’ di nostalgia di un tempo che sembra essere passato per sempre. Alcune conclusioni possono essere tratte: la prima è che “controcultura” non è un termine appropriato per definire la vita culturale di Izhevsk negli anni ’80. L’intervistato ha sottolineato che la loro cultura poteva essere definita “contro” solo in senso estetico, ma pensa che la “politica” comparve solo dopo il 1991. La storia raccontata da Dima parla più di una cultura alternativa, quasi parallela, che si sviluppò in coesistenza con la vita ufficiale delle Case della cultura. La seconda conclusione, infatti, è che fu proprio questa cultura ufficiale che alla fine permise alla scena alternativa di evolversi, dato che le Case della cultura fornivano la location per i concerti. I personaggi di questa storia sono persone le cui preoccupazioni principali sembrano esser state il vivere la propria giovinezza nel modo più intenso e interessante, mentre i soldi erano una questione remota e secondaria. Dima pensa che la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 furono un periodo speciale, culturalmente attivo in modo unico, che poté formarsi grazie alla transizione in corso. «Il vecchio se ne stava andando, il nuovo non era ancora arrivato», e questo produsse tale scena culturale. Forse un simile sentire era presente in tutta l’Unione sovietica, perché nel libro di Yurchak ci sono molti esempi simili, e il suo stesso titolo – Everything Was Forever, Until It Was No More – suggerisce il senso di sospensione temporale che la gente sentiva. Fatto da non sottovalutare, Dima ha precisato di non ricordare praticamente nessuna esperienza negativa o repressiva con le forze dell’ordine, a differenza di quanto spesso si sente dire. Se questi episodi ci furono, è probabile che si tratti di periodi antecedenti. Ma può anche darsi che all’interno dell’Urss vi fossero delle differenze, e che Izhevsk fosse un luogo più tollerante di altre regioni o città.

C’è anche un terzo interessante elemento da sottolineare. Nonostante Dima fosse visibilmente irritato da certi “idiotismi” della vita sovietica, pensa che quello sovietico fosse un sistema efficiente, più efficiente di quello odierno. È importante notare che oggi Dima esercita la professione di economista e che, come altri russi, sta attraversando quella che alcuni chiamano la “seconda rivalutazione”. La prima rivalutazione fu quella fatta sui valori comunisti e sovietici, che alla fine degli anni ’80 sembravano a molti vecchiume ormai da buttare. Ma, dopo decenni di economia capitalistica (non certo di democrazia), Dima e molti altri stanno rivalutando i vantaggi dell’economia sovietica, statale, centralizzata, pianificata e su larga scala. Dima è convinto che quel sistema economico fosse fondamentalmente efficiente, e proprio per ragioni economiche (ma tarpato da eccessi ideologici). Oggi Dima rivaluta i vantaggi dell’economia statale e su larga scala che permetteva investimenti e azioni impensabili in un’economia di mercato, lasciata all’anarchia del capitale. Personalmente, posso testimoniare che un simile ripensamento sta avvenendo anche nelle campagne per quanto riguarda le grandi fattorie collettive.

Infine, c’è un’ultima conclusione generale che potrebbe essere fatta. L’esplosione contro-culturale o alternativa che conobbero l’Urss e i paesi socialisti mostrò certamente grande varietà e vitalità. Il problema è che questa varietà, vitalità e attivismo culturali si espressero all’insegna del disimpegno, dell’indifferenza verso la politica, e in un certo senso dell’intimismo culturale e artistico. Nella sua interessante relazione Alex Astrov ha ricordato che all’epoca molti giovani si rivolgevano alla musica rock o ad altre culture alternative perché erano stufi di giaculatorie ufficiali sui lavoratori e la classe operaia. «Non glie ne poteva frega’ de meno», era questo il problema. Questo è più che comprensibile, dato che negli anni ’80 a molte persone questi discorsi potevano ben suonare astrusi e ipocriti: nell’Urss non comandavano certo i lavoratori. Purtroppo, però, questo atteggiamento ha avuto il suo rovescio della medaglia: un sempre maggiore disinteresse per la politica e per la vita pubblica. Ed è cosa nota che se qualcuno è indifferente alla politica ci sarà qualcun altro che se ne occuperà al posto suo. L’essere chiusi in un proprio mondo contro-culturale, alternativo ecc., ha offuscato la gravità dei cambiamenti che stavano avvenendo e delle loro conseguenze.

Oggi è di moda definire la fine del socialismo di stato in Urss e paesi satelliti come una “rivoluzione pacifica e democratica”, ma alla prova dei fatti questa è una versione edificante che poco a ha che fare con la realtà. Come sobriamente ha fatto notare Krishan Kumar, «Diversamente dalle rivoluzioni precedenti, ‘il popolo’, nonostante le apparenze, ha giocato un ruolo relativamente minore».[11] In un suo profetico ma disgraziatamente dimenticato libro del 1997, Giuseppe Boffa notava che certamente quelli del 1989-91 furono grandi cambiamenti, ma «di qui a parlare di rivoluzione ci corre».[12] I cambiamenti furono democratici, o almeno la democrazia fu il risultato finale? Certamente non in tutti i paesi, né nel breve, né nel lungo periodo. La dissoluzione dell’Urss fu decisa in barba a un referendum che sanciva il contrario, e da persone con tassi alcolici francamente pericolosi.[13]  Quando il parlamento eletto non fu di sufficiente gradimento per Eltsin, si pensò bene di prenderlo a cannonate. Gli anni ’90 furono dieci anni di terapia d’urto disastrosa per l’ex-Urss messa in ginocchio, quando si formò un sistema che è stato definito in vari modi: capitalismo banditesco, capitalismo oligarchico, cleptocrazia, ecc. Insomma, tutto meno che democrazia. Non potendo fare ulteriori danni, nel 2000 Eltsin si dimise con un discorso di Capodanno pronunciato con la sua solita voce impastata. E pensò bene di affidare il potere a un ex agente del KGB (noto paradiso di legalità e democrazia). Fu l’inizio dell’autocratico Ventennio Putiniano, che aspira a durare molto di più. Per non parlare di personaggi decisamente poco democratici in Kazakistan, in Turkmenistan, o in Ungheria, dove Orbán ha recentemente instaurato la sua definitiva dittatura.

Furono almeno pacifici quei cambiamenti? Certamente non in Romania, ma sarebbe anche vergognoso ignorare le sanguinose conseguenze a breve e a lungo termine, come le guerre balcaniche o le violenze interetniche nell’ex Urss.[14] Ben ragione avevano sia Giuseppe Boffa sia Domenico Losurdo a parlare di restaurazione più che di rivoluzione.[15] Ora ci troviamo di fronte alle conseguenze di quelle restaurazioni sconsiderate, che Boffa considerava infatti un vero e proprio fallimento. Tutto sommato, dal passato si può anche imparare. La fuga dalla realtà nell’evasione e nell’intimismo non risolve certo i problemi della società. Semmai, rende impossibile affrontarli.

[1] Alexei Yurchak, Everything Was Forever, until It was No More (Princeton: Princeton University Press, 2006).
[2] Alex Astrov, lecture “Soviet Union: Musical and Political Subcultures,” CEU, Budapest, February 11, 2016.
[3] Dima Manylov (1972). Musicista ed economista, collabora con l’Università di San Pietroburgo, dove vive.
[4] Ho conosciuto Dima Manylov avendo vissuto io stesso a Izhevsk nel 2011-12, dove frequentavo dei corsi di lingua e cultura russa. L’intervista si è tenuta via skype ed è stata registrata.
[5] Alessandro Portelli, “What Makes Oral History Different,” in The Oral History Reader, ed. R. Perks and A. Thomson (London: Routledge, 1998), 70.
[6] Ibid., 67.
[7] Ibid., 68.
[8] Paul Thompson, The Voice of the Past (Oxford: Oxford University Press, 1990).
[9] I Pionieri in Unione sovietica e in altri paesi socialisti erano un’organizzazione collettiva statale di bambini e ragazzi. Per l’attività che svolgevano potrebbero essere vagamente paragonati ai nostri boy scout, ma ovviamente non avevano nessuna connotazione religiosa.
[10] Video della canzone VVS interpretata dal gruppo Sojuz Kompozitorov, https://www.youtube.com/watch?v=XDVqickzmIk. 28 marzo 2016.
[11] Krishan Kumar, “The Revolutionary Idea in the Twentieth Century World,” in: Moira Donald and Tim Rees (eds.), Reinterpreting Revolution in Twentieth-Century Europe. Themes in Focus (Palgrave, London: 2001), 177-197: 194.
[12] Giuseppe Boffa, L’ultima illusione. La vittoria dell’occidente sul comunismo (Roma-Bari: Laterza, 1997): 95.
[13] Giulietto Chiesa, Russia addio. Come si colonizza un impero (Roma: Editori Riuniti, 1997).
[14] Joseph Harrison King, “The (Un)Making of Soviet Kirovabad: Pogroms and the End of the ‘Friendship of the Peoples in Azerbaijan,” MA Thesis, Central European University, Budapest, 2015.
[15] Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Roma-Bari: Laterza, 2013).

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