Una recensione a Fare archivio. Oralità e movimenti in Sicilia di Giulia Crisci, Francesca Di Pasquale, Sara Manali, Michela Nalbone (Palermo, Navarra Editore, 2026).
Oggetto di perdurante pregiudizio e di riduzione, persino storiografica, i movimenti politici, sociali e civili siciliani del secondo dopoguerra iniziano progressivamente a vivere una sorta di rivincita, cominciando a ricollocarsi in una storia – quella dei movimenti dell’Italia repubblicana – di cui fanno parte a pieno titolo.
Diversi lavori di taglio storiografico stanno oggi mettendo in discussione narrazioni consolidate, frutto certamente di una sostanziale carenza documentaria ma anche di pregiudizi vecchi e nuovi, probabilmente radicati anche negli habitus di una generazione di studiosi che, fino a qualche decennio fa, è stata a lungo l’unica narratrice della “storia dei movimenti” in Italia.
Si tratta, da un lato, di pregiudizi di lunga durata che hanno contribuito a rappresentare il Mezzogiorno – e la Sicilia in particolare – come territori privi di una cultura “ribelle” moderna o di un autentico senso collettivo, e piuttosto inclini alla risoluzione dei conflitti attraverso pratiche clientelari e familistiche (si veda il successo riscontrato dal “familismo amorale” di Banfield), se non mafiose. Dall’altro lato, tali rappresentazioni si sono intrecciate con una storiografia dei movimenti che, consolidatasi tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila, non ha ignorato tout court il Sud, ma lo ha collocato in una posizione di minore rilevanza: in una sorta di gerarchia implicita delle mobilitazioni dell’Italia repubblicana, la Sicilia in particolare è stata spesso interpretata come una periferia, ritenuta (implicitamente) di minore impatto rispetto ai contesti del Centro-Nord, e per questo solo parzialmente integrata nella narrazione dominante.
In questa prospettiva, come ha notato Francesca Di Pasquale, già nei primi anni Duemila, all’alba della storiografia sui movimenti degli anni Sessanta e Settanta, Marco Grispigni e Leonardo Musci potevano osservare – nella loro ricognizione sulle fonti – come una delle caratteristiche principali di quella stagione fosse stata la “diffusione di forme di conflitto sociale e politico in aree sociali e geografiche tradizionalmente lontane da queste esperienze”, lasciando così implicitamente intatta l’idea di un loro originario radicamento altrove. Analogamente, anche in parte della storiografia siciliana – si pensi a Umberto Santino – emergeva l’immagine di un Sessantotto “periferico”, costruito a partire dal presupposto implicito di un centro settentrionale delle contestazioni. Più sfumato appariva lo sguardo di Guido Crainz che, nel suo Il paese mancato (2015), dedicava certamente spazio al Mezzogiorno nel quadro del “lungo Sessantotto” italiano, riconoscendone le tensioni sociali e le spinte alla trasformazione; tuttavia, anche in quel caso, il Sud — e la Sicilia in particolare — tendeva a comparire, salvo sporadiche eccezioni, come terreno in cui si manifestavano i nodi irrisolti della modernizzazione incompiuta del secondo dopoguerra, più che come luogo di elaborazione autonoma di pratiche e culture del conflitto sintonizzate con la più ampia conflittualità di quegli anni. Ne risultava inoltre consolidata l’immagine di un Mezzogiorno con una componente studentesca presente, ma marginale, all’interno della contestazione degli anni Sessanta e Settanta, quasi come se la protesta studentesca fosse un fenomeno intrinsecamente legato agli atenei del Centro-Nord, gli unici investiti dai processi di massificazione dell’istruzione superiore.
Similmente a quanto avvenuto con l’esperienza resistenziale, ne derivava così una sostanziale esclusione della Sicilia e del meridione anche da alcuni dei principali snodi della modernizzazione italiana di quegli anni, come nel caso della cosiddetta “questione psichiatrica”: l’esperienza della deistituzionalizzazione in Sicilia e nel meridione, pur significativa, è rimasta a lungo ai margini di una narrazione centrata quasi esclusivamente sulle irradiazioni settentrionali del modello basagliano. Solo di recente gli studi di Manoela Patti hanno iniziato a problematizzare questo quadro, restituendo la complessità di un Mezzogiorno tutt’altro che estraneo alla questione e contribuendo a incrinare l’immagine di un Sud passivo nei confronti dei processi di riforma istituzionale. Resta da chiedersi — e meriterebbe un’indagine autonoma — perché questa storiografia dei movimenti, consolidatasi tra anni Novanta e Duemila, non abbia interagito con una storiografia sul Meridione che, proprio in quel periodo, stava smontando le interpretazioni in negativo del Mezzogiorno: una mancata ricezione tra campi storiografici che resta ancora da indagare.
Insomma, si tratta solo di alcuni esempi che, senza alcuna pretesa di esaustività, problematizzano uno sguardo che fino a qualche tempo fa appariva troppo radicato negli habitus di chi aveva vissuto partecipativamente gli anni Settanta.
Lo notava già Marica Tolomelli oltre un decennio fa, mettendo in discussione l’interpretazione degli anni Ottanta come “trionfo del privato”: una categoria che, a suo avviso, risentiva di una sorta di “settentrionalismo”, cioè di un’idea di movimento radicata quasi esclusivamente nei grandi conflitti industriali, con la fabbrica come luogo privilegiato del conflitto. Secondo questa idea, una volta esaurita quella stagione, il movimentismo sarebbe così scivolato in un ripiegamento nel privato, interpretato come spoliticizzante e dunque “trionfante”. Eppure, il movimentismo antimafioso di quegli anni, nei suoi caratteri dialettici anche con altre culture politiche e con diverse issues di protesta, mostrava alla studiosa l’esatto contrario, inducendola a interrogarsi sulle origini di quella formula.
Va notato poi come anche nella storiografia più recente, e nelle rassegne più aggiornate sugli anni Settanta, il Meridione venga spesso riassorbito all’interno della questione migratoria verso i poli industriali del Nord nel secondo dopoguerra, questione di assoluta centralità ma che rischia di ridurre il movimentismo meridionale alla sola partecipazione dei meridionali ai conflitti industriali settentrionali, oscurando le forme autonome di conflitto sviluppatesi nel Sud.
Nuove generazioni, non vincolate a un’idea di conflitto modellata sull’esperienza industriale, stanno oggi proponendo narrazioni alternative. Anche sulla scia dei propri maestri, guardano alla Sicilia non come a un’entità separata dai grandi processi di modernizzazione, bensì come a una loro declinazione. È in questo sguardo che la storiografia sul Meridione si riconnette probabilmente finalmente alla storia dei movimenti.
Come avevano già notato agli inizi degli anni Duemila gli antropologi Peter e Jane Schneider nel loro studio sull’antimafia palermitana, i movimenti che vi si sviluppano appaiono pienamente intrecciati con la più ampia storia dei movimenti, nazionali e transnazionali. In questa direzione si collocano, tra gli altri, i già citati studi di Manoela Patti sulle donne e sulla deistituzionalizzazione; lo studio di Marco Grifo sulla rete di Danilo Dolci, le riflessioni della stessa Di Pasquale sugli archivi dei movimenti degli anni Settanta, nonché i lavori di Matteo Di Figlia, della stessa Patti e di Pietro Maltese sugli anni Ottanta e Novanta.
Se gli studi e le riflessioni sugli anni Sessanta e Settanta restituiscono l’immagine di un movimentismo siciliano vitale e, in alcuni casi, anticipatore, quelli sugli anni Ottanta e Novanta mettono in luce un dato forse ancora più significativo: la configurazione di un vero e proprio laboratorio di ridefinizione della militanza, tutt’altro che riconducibile a un riflusso politico. All’interno del movimento antimafia – una delle espressioni più rilevanti del movimentismo italiano di quel decennio – si intrecciano generazioni, culture politiche e percorsi diversi: donne senza precedenti esperienze politiche e militanti femministe, fuoriusciti della nuova sinistra e nuove leve, in un quadro segnato anche da un certo trasversalismo politico.
In questo laboratorio prende forma una collettività nuova, in dialogo con movimenti ecologisti, pacifisti e reti transnazionali, e capace di ridefinire non solo le pratiche della militanza, ma anche il modo di abitare i luoghi e di intendere la cittadinanza: non più orientata alla sovversione, quanto piuttosto alla trasformazione della società.

Il volume Fare archivio. Oralità e movimenti in Sicilia a cura delle archiviste Giulia Crisci, Francesca Di Pasquale, Sara Manali e Michela Nalbone si inserisce in questa stagione di rinnovata attenzione non solo storiografica, ma anche archivistica. In tal senso, Francesca Di Pasquale, nel suo saggio, dedica particolare attenzione all’esperienza di Danilo Dolci in Sicilia. Rifacendosi allo studio di Marco Grifo sulla rete “dolciana” degli anni Cinquanta e Sessanta, la studiosa individua in quell’esperienza un momento fondativo del movimentismo siciliano del secondo dopoguerra, radicato tanto nel pacifismo di ispirazione cristiano-cattolica quanto nei principi democratici della Carta costituzionale. È un dato significativo, perché colloca le origini del movimentismo siciliano in una fase che precede la stagione dei conflitti industriali su cui la storiografia dominante ha costruito il proprio canone. Di qui l’invito di Di Pasquale a una “mappatura e valorizzazione dei fondi ascrivibili a tutti i soggetti della rete dolciana”: un’operazione archivistica che è, al tempo stesso, un gesto di restituzione storiografica. Va sottolineato, del resto, che l’esperienza dolciana, nella sua forma reticolare, problematizza ulteriormente il quadro. La rete di Dolci coinvolse attivamente esponenti di quella che sarebbe divenuta la Nuova Sinistra — tra cui, solo per citarne qualcuno, Toni Negri, allora militante della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, e Giovanni Levi, che di lì a poco avrebbe iniziato a frequentare l’ambiente dei Quaderni Rossi. La Sicilia, in questo caso, non sarebbe la periferia che riceve il conflitto dal centro, ma uno dei luoghi in cui si formano (certo, sarebbe da indagare in che modo e con quali implicazioni) figure destinate a divenire centrali nel movimentismo degli anni Sessanta e Settanta: un dato difficilmente compatibile con l’immagine di un’esperienza marginale.
È anche alla luce di queste considerazioni che la proposta archivistica del volume assume il suo pieno significato. Partendo dall’assunto che “l’assenza di una tutela adeguata e di una valorizzazione sistematica dei patrimoni prodotti dai movimenti hanno contribuito a nutrire la rappresentazione stereotipata” del movimentismo siciliano, il volume mette al centro il valore politico del “fare archivio”, inteso come pratica consapevole e come spazio partecipato: “un atto deliberato e strategico” volto a lasciare tracce durature di eventi e dinamiche sociali spesso marginalizzate.
L’archivio non è qui una semplice operazione tecnica, ma un dispositivo politico e generativo: uno spazio di coinvolgimento attivo, in cui soggetti individuali e collettivi partecipano ai processi di tutela e valorizzazione dei patrimoni documentali. In questa prospettiva, acquisizione, gestione e fruizione diventano momenti di un processo condiviso di produzione di senso, capace di ribaltare stereotipi e attivare nuove forme di cittadinanza, per “diventare strumento di visione e di lotta politica”.
Va rilevato come, in questo quadro, le fonti orali assumano un ruolo centrale, forse anche al di là delle stesse intenzioni delle autrici e dell’ambito strettamente archivistico, contribuendo a una più ampia risignificazione storiografica e pubblica dei movimenti siciliani. Non solo come interviste, ma come più ampia documentazione sonora, esse si inseriscono a pieno titolo nella tradizione del movimento oralista, affermatosi a partire dagli anni Sessanta come esigenza di “presa di parola” delle soggettività marginalizzate. Il volume riflette, tra l’altro, sull’esperienza di Radio Libera, promossa nel 1970 da Danilo Dolci e altri, che rappresentò una delle prime rotture del monopolio RAI e un esempio precoce di intreccio tra ricerca, militanza e produzione culturale. Negli anni successivi, la storia orale si diffonde come pratica situata e territoriale, con Palermo come uno dei suoi centri più significativi, anche se a lungo rimossa dalle narrazioni dominanti. In questo contesto si inserisce l’esperienza di Elsa Guggino e del Folk Studio, da cui nacque il canzoniere popolare di Palermo: un laboratorio – come sottolineato nel saggio di Giulia Crisci – in cui vennero raccolte e registrate voci operaie, femministe e popolari, restituendo una pluralità di esperienze spesso rimaste invisibili anche agli stessi storici “oralisti” di nuova generazione, che raramente si spingono fino a Palermo nelle loro analisi.
Il protagonismo delle donne, in particolare, emerge con forza nella produzione orale degli anni Settanta e Ottanta. Come sottolinea Michela Nalbone, si tratta, anche in questo caso, di un patrimonio fragile, segnato da dispersione e difficoltà di accesso, che richiede oggi nuove pratiche di valorizzazione e cooperazione archivistica. E in questo senso l’invito non è solo rivolto alla valorizzazione di ciò che già esiste, ma anche alla produzione di nuova documentazione e all’emersione di quel patrimonio che giace negli archivi privati, ancora silente e inaccessibile. La politicità sta, infatti, soprattutto in questo.
È proprio questa tensione tra conservazione e produzione attiva della memoria a caratterizzare anche il lavoro sull’archivio del Movimento della Pantera (1989-1990), oggetto del contributo di Sara Manali. Le interviste raccolte nell’archivio Limone Lunare, realizzate anche attraverso laboratori universitari di storia orale, mostrano come l’archivio possa diventare uno spazio attivo di trasmissione e di riappropriazione del passato. Studentesse e studenti, spesso ignari di quell’esperienza, si scoprono così eredi di una storia che torna a essere praticata attraverso l’oralità. Una storia di movimento che nasce a Palermo e si espande in tutta la penisola, raccogliendo e rielaborando forme di azione collettiva maturate tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta e destinandole a nuove strutturazioni nel corso dei Novanta.
Resta tuttavia una consapevolezza metodologica fondamentale: ogni archivio, come la dimensione della memoria, è il risultato di scelte, inclusioni ed esclusioni. Esso richiede di essere “abitato criticamente” per evitare il rischio di mitizzazione o semplificazione.
In definitiva, la progressiva emersione dei movimenti siciliani nella storia dell’Italia repubblicana non rappresenta soltanto un ampliamento geografico dello sguardo, ma impone una revisione più profonda delle categorie interpretative con cui quella storia è stata raccontata. Il “fare archivio”, così come emerge dal volume, è lo strumento decisivo di questa revisione: non mera conservazione, ma produzione di senso, capace di attivare comunità, restituire voce e ridefinire i confini stessi della cittadinanza. Proprio per questo, tuttavia, la necessaria rivendicazione della non marginalità della Sicilia deve guardarsi dal rischio di tradursi in una nuova narrazione identitaria. Non si tratta di sostituire una periferia con un centro alternativo, ma di contribuire a una storia dei movimenti più articolata e relazionale: una storia in cui il “fare archivio”, allo stesso modo del “fare storia”, sia esso stesso, come questo volume dimostra, un atto di militanza critica.
