Memorie della “spagnola”: un’antologia

Con un’introduzione di Giovanni Contini.

A una classe di studenti universitari è stato dato un compito, nei giorni in cui il Covid-19 imperversava e le lezioni venivano seguite da casa: chiedere in famiglia, agli anziani, se qualcuno abbia memoria di parenti morti per l’influenza “spagnola” del 1918, se qualcuno ne ricordi almeno il nome o ne conservi traccia materiale (una fotografia, un documento, un oggetto-ricordo), e poi sintetizzare in poche righe l’esito della propria ricerca. Ne è uscita un’antologia di testimonianze che è stato chiesto a Giovanni Contini – storico della memoria – di leggere e commentare per il sito di AISO.

Un’immane tragedia sprofondata nell’oblio: considerazioni sulla memoria e la mancata memoria della pandemia “spagnola”, di Giovanni Contini

Un primo aspetto che mi colpisce leggendo i brani di intervista che vengono pubblicati è l’estrema incertezza dei protagonisti, che ormai parlano in racconti ricordati dai loro eredi, nel dare un nome al morbo e alle sue cause. Dopo l’esperienza del Covid 19 sappiamo che molti sono morti di polmonite, ma nessuno ignora che la causa prima di quelle morti è quel determinato virus, il cui nome viene prima di ogni descrizione specifica delle varie forme della patologia.  Sembra invece che l’esperienza della “spagnola” non abbia fissato quel nome nella memoria delle famiglie in modo altrettanto chiaro.

Moreno Meneghetti, per esempio, viene a sapere dal suocero quasi centenario che sua madre piangeva di fronte all’immagine del fratello morto nel ’19 “per malattia”. Pare che non sapessero cosa fosse la malattia, forse tifo o polmonite. Anche la zia di 91 anni conferma: “nessuno sapeva di cosa si trattasse”. La stessa ignoranza traspare dai resoconti di un sacerdote relativamente ai soldati morti nella sua parrocchia: trentotto su novantadue erano morti di malattia. Il termine “spagnola” non compare.

Dario Zanon viene a sapere dalla madre novantaduenne che la nonna aveva perso un fratello morto di malattia dopo il ritorno dalla guerra all’ospedale di Oderzo. Era “un bellissimo ragazzo (lo erano tutti), era tornato debole e malaticcio dalla guerra, ed era possibile, come è possibile che sia invece morto di spagnola”. Di nuovo un’incertezza, e l’assenza del nome “influenza spagnola”.

E Daria Bugliesi dice quello che le hanno raccontato i nonni materni “basandosi sui racconti dei loro genitori. Ricordano entrambi che c’è stata una grandissima carestia che si è lasciata alle spalle molti morti che addirittura seppellivano in fosse comuni”. Questa volta si era morti di carestia.

Marta Dalla Corte parla di un piccolo paese in provincia di Belluno. Qui muoiono ben 150 persone, si fa un voto a San Rocco e “La terribile peste in pochi giorni scomparve… ed ora dobbiamo mostrare la nostra gratitudine a S. Rocco”. Di nuovo un nome improprio, peste.

Tiziano Marson parla di “nove prigionieri di guerra italiani e cinque soldati austriaci, in condizioni troppo gravi per essere trasportati”. In questo caso il parroco registra correttamente come la causa della morte fosse stata la “febbre spagnola” ma “La fantasia popolare fece (…) arrivare fino ai nostri giorni la diceria che erano stati avvelenati”. Di nuovo una causa diversa da quella reale, l’avvelenamento.

Il nonno di Paola Juris parlava di un suo fratello “morto di febbre e di polmonite a Cannaregio, mentre lui era prigioniero in Germania (dal 1918 al 1920) dopo essere stato catturato a Caporetto. Mio nonno diceva che nel sestiere di Cannaregio-Venezia tanti giovani nel 1918 sono morti di ‘febbre’. Non so altro. Non fa parte delle cose che si raccontavano”. Di nuovo, quindi: febbre e polmonite, l’epidemia specifica non compare.

Questa confusione circa la causa della morte sembra fosse presente anche nelle testimonianze coeve: Erica De Zorzi racconta come una prozia non raccontasse nulla dell’epidemia e come, consultando documenti dell’archivio comunale, avesse notato come non si facesse “mai riferimento alla “spagnola” come causa di morte, seppur anche nella lapide ai caduti siano segnati 82 nomi di soldati morti per malattia. Nei tabulati, infatti, risultano come malattie causanti la morte polmonite, broncopolmonite, tubercolosi, tifo, malaria, pellagra: nessun cenno alla ‘spagnola’” (corsivi miei).

Spesso però la memoria dell’epidemia non è sbagliata ma del tutto assente. Giuseppe Santocono ha intervistato in un piccolo paese in provincia di Siracusa e ci dice che le risposte alle sue domande ai parenti anziani “sono sempre state le stesse: non vi è ricordo di nessun racconto tramandato da parte dei loro padri o nonni”;  ma Vincenzo Rabito, scrivendo della situazione  a Chiaramonte Gulfi, un paese vicino a quello di cui parla Santocono, raccontava invece: “mio fratello mi ha detto: “Ora ti ne vaie addormire e poi deve stare atente che qui a Chiaramonte, con la “spagnola”, ni moreno magare 20 o 24 al ciorno”[1].

Anche altri parlano di una vera amnesia riguardo la “spagnola”: Carlotta Carrettin: “la mamma di mia mamma […] mi ha detto infatti che in casa sua non se ne parlava mai”; Giorgio Boem: “ho chiesto ai miei nonni […] se avevano qualche notizia di familiari o parenti morti per la “spagnola”, ma nessuno di loro mi ha saputo fornire delle indicazioni. Molto probabilmente, il ricordo si è perso”; Rosa Marzano: “in famiglia non c’è o si è perduto il ricordo di familiari morti di “spagnola”; probabilmente, il ricordo si è perso”; Alice Zamai: “mia nonna (87 anni) e le mie prozie non ricordano nessuna vittima dell’influenza “spagnola” in famiglia”; Davide Campi: “tutti i parenti che ho consultato mi hanno riferito che nessuno si ammalò o morì di questa epidemia. Ho provato a chiedere anche alle mie vicine anziane se hanno avuto parenti che gli hanno raccontato di questa cosa, ma ciò che mi ha sorpreso è che questa epidemia venne quasi dimenticata dalla gente della mia zona”.

Anche Giovanni Ottomano ci dice che la sua famiglia “non ricorda vittime legate all’epidemia “spagnola”, o fatti particolari legati a quella tragedia”. Solo nel cimitero, scopre Ottomano, si fa riferimento a soldati che appartenevano al 59° Reggimento di Fanteria “Salisburgo” molti dei quali “non morirono a causa dei combattimenti, bensì stroncati dalla ‘spagnola’”.

C’è anche un’interpretazione secondo la quale la memoria della “spagnola” fosse legata al genere. Per Rosa Pietroiusti “Mentre le donne della famiglia che avevano vissuto la Prima guerra mondiale parlavano della malattia, il mio bisnonno […] che aveva combattuto in Veneto non ne parlava, piuttosto parlava della guerra, delle trincee […]. Questa differenza ovviamente riflette le diverse esperienze avute, ma mi sembra interessante che l’esperienza prioritaria da raccontare – in particolare dell’uomo – fosse quella della guerra”.

Da questo quadro di memorie familiari lacunose o assenti emergono soltanto racconti particolarmente orridi. Rosa Marzano: “al tempo della ‘spagnola’ quando io ero piccolo, mia madre diceva che fuori le persone camminavano per la strada e morivano e non si sapeva perché”. La madre di Alessandro Conte racconta che suo nonno narrava che la zona dove abitava “fu molto colpita dalla ‘spagnola’, e per evitare che il contagio dilagasse nella popolazione alcuni malati vennero seppelliti vivi, tra cui la sorella di sua mamma […] all’epoca poco meno che ventenne. Di lei non si è conservato nulla, nemmeno una fotografia, anche perché molti dei suoi effetti personali furono seppelliti in un secondo momento o bruciati per paura che la malattia si potesse depositare negli oggetti toccati dal malato”. Il nonno del marito di Rina Zanutel “raccontava che per la fretta di allontanare i morti per limitare il contagio, tra questi era finito anche qualcuno solo apparentemente deceduto, che riprendendo i sensi aveva creato il panico tra i presenti”.

Oppure rimangono racconti di guarigioni miracolose e di cure tradizionali ma efficaci: la bisnonna paterna di Gianluca Bee, “di circa 18 anni di età, (venne) curata con delle sanguisughe (o salassi) attaccate alle braccia, dopo giorni di febbre molto alta”. In un altro caso la salvezza viene dal rifiuto della cura: “diceva che le avevano dato una medicina ma che lei si era rifiutata di prenderla, al contrario di sua sorella” che era peggiorata (Eric Kuhel).

È passato più di un secolo e questo spiega in parte perché rimangano memorie sbagliate circa la causa della morte, oppure un vuoto di memoria, oppure infine il ricordo di eventi particolarmente “adatti” a diventare una storia da narrare come i racconti orridi o quelli delle guarigioni miracolose o delle cure tradizionali, notevoli perché capaci di mettere in scacco le terapie proposte dalla medicina ufficiale dell’epoca (che del resto erano molto poco efficaci).

Ma il tempo trascorso non basta da solo a spiegare questa gigantesca amnesia: stiamo parlando di una pandemia che a livello mondiale fece milioni di morti (le stime oscillano molto, tra 27 e 100 milioni)[2], e in Italia (ma le stime sono anche in questo caso oscillanti) tra i 390.000 e i 600.000, 446.000 secondo il riconteggio più recente.[3]

Si ha infatti l’impressione che questa amnesia dipenda anche da come l’informazione venne gestita al tempo, a come venne gestita la memoria della “spagnola” negli anni e nei decenni successivi, a come gli eventi immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale influirono su quella memoria.

La “spagnola”, infatti, esplode nel corso dell’ultimo anno di guerra, quando tutte le energie della nazione sono tese a vincere e lo stato vuole assolutamente evitare tutto quello che potrebbe compromettere lo sforzo bellico. Non si può ridurre lo sforzo produttivo nelle fabbriche e nelle campagne, non si deve ridurre la mobilità perché questo comprometterebbe, appunto, lo sforzo produttivo. Non si devono diffondere notizie che possano allarmare la popolazione, anzi si deve sostenere che l’epidemia è una normale influenza, e bisogna vietare l’informazione sulla sua reale portata. Questo è evidente dalle esortazioni delle autorità dello stato, unanimi dal vertice supremo alla periferia, nel minimizzare gli effetti della “spagnola”. Il 20 ottobre, quando la pandemia raggiunge il suo apice, il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando invia una circolare  “ai prefetti, alla stampa, ai comitati di mobilitazione civile, ad ogni deputato e senatore” nella quale, forte del parere degli esperti, invitava a “rasserenare gli animi, fugando quelle “voci arbitrarie, assurde, frutto di incompetenza e di fantastica sovraeccitazione” che  parlarono di peste polmonare e morbi esotici, in ragione di “qualche caso eccezionale di complicanze polmonari particolarmente gravi”, o di colera, per il manifestarsi sporadico di “complicanze intestinali, con vomito e diarrea””. Orlando finiva appellandosi “alla stampa, ai sanitari, ai comitati di mobilitazione civile, agli enti di propaganda sociale e patriottica, al clero affinché fosse esplicata “un’opera pratica di persuasione, di consiglio di indirizzo, di conforto” mettendo “finalmente termine alle voci che ancora si sussurrano, voci che impressionano sinistramente le popolazioni, ne scuotono la resistenza morale, ne disorientano l’attitudine, rendono infine impossibili o meno efficaci i provvedimenti e i suggerimenti delle autorità competenti delle quali si sminuisce ingiustamente la fiducia con critiche sterili quanto infondate””[4].

Così proprio quando la “spagnola” infuriava maggiormente vennero censurati i giornali, non solo l’”Avanti!” ma anche i giornali di orientamento liberale, che facevano parte del fronte interventista ma avevano osato descrivere quanto stava succedendo. Del resto, i giornalisti erano quasi sempre la causa e il frutto della retorica nazionalista e nella grande maggioranza erano assolutamente predisposti a far proprie e ad eseguire le direttive del governo. Direttive che vennero rese operative da prefetti e vescovi, con il risultato di nascondere la verità alla popolazione. Che, per questo, resuscitò vecchie terapie parzialmente magiche, rifiutò una medicina ufficiale che effettivamente non riusciva a curare, arrivò a pensare che la pandemia fosse stata diffusa ad arte dallo stato per massacrare il popolo.

Si moriva ma non si sapeva di cosa si moriva: ecco il motivo della confusione circa le cause di morte rilevato dai ricercatori e sopra riportate.

Negli anni successivi e soprattutto con l’avvento del fascismo la macchina propagandistica puntò sull’esaltazione della Grande guerra, che divenne l’unico evento degno di memoria e di celebrazione, tanto che (di nuovo mi riferisco alle testimonianze raccolte nel 2020) molti soldati morti di “spagnola” figurarono nei sacrari come morti in combattimento. Del resto, com’è noto, uno dei risultati del totalitarismo fascista fu quello di isolare i singoli e quindi anche le loro memorie e quelle delle loro famiglie.

Rimase quindi, quella della “spagnola”, una memoria individuale e familiare che conservava tutte le distorsioni e le lacune informative che erano nate quando l’evento si era prodotto.

Progressivamente anche questa memoria familiare andò svanendo con la morte dei protagonisti. Che lasciarono ai più giovani racconti che vennero conservati solo se apparivano interessanti da raccontare: ricordare un prozio morto di “spagnola”, o un bisnonno, non era particolarmente interessante per i giovani della famiglia. Che magari potevano invece ricordare i malati gettati vivi nelle fosse, i morti presunti che si alzavano prima della sepoltura, le persone che improvvisamente crollavano morte nelle strade, le fosse comuni, le guarigioni miracolose, le medicine tradizionali migliori di quelle moderne.

Una storiografia prevalentemente etico-politica non poteva provare interesse per la vicenda della “spagnola”, che infatti hegelianamente non esiste proprio, nella storia dello spirito del mondo. Quindi non provò neppure ad agganciare, a registrare queste memorie familiari, che furono lasciate in balia della lenta erosione del tempo. Non si valorizzarono quei ricordi, raccogliendoli e mettendoli in relazione tra loro fino a costruire un affresco collettivo. Così quei ricordi sparirono nel grande vortice insieme a chi li custodiva.

Negli anni Novanta del secolo passato un gruppo di storici, tra i quali chi scrive, iniziò a studiare le stragi compiute dai tedeschi durante la loro ritirata, tra il 1944 e il 1945. Si trattava di migliaia di morti, ma la storiografia dell’epoca non aveva giudicato politicamente interessante occuparsene, i morti erano stati frettolosamente etichettati come antifascisti e di fatto dimenticati. Nel frattempo la memoria degli uccisi era stata conservata gelosamente dalle famiglie, che insieme al rimpianto per i cari massacrati conservava le spiegazioni che all’epoca erano state date, per spiegare le stragi. Spiegazioni che partivano dal piccolo mondo dove le uccisioni erano avvenute, e spesso avevano molto erroneamente spostato la responsabilità dei massacri dai responsabili veri, i tedeschi, ai partigiani, accusati di avere provocato i soldati della Wermacht.

Quella memoria familiare era destinata a sparire anch’essa con la fine dei testimoni se non li avessimo ascoltati, se non avessimo registrato la loro voce per costruire libri e documentari dedicati a quelle vicende terribili.

Si trattò di un grande esperimento di storia orale che rivestì un ruolo politico. I nostri libri e i nostri filmati trasformarono quelle memorie di famiglie in una storia pubblica, una public history che da un lato protesse dall’oblio la memoria di quegli eventi, dall’altro corresse le distorsioni e le semplificazioni che si erano insinuate nelle memorie che le famiglie avevano elaborato nel loro isolamento.

Ecco, il mio rimpianto rispetto alla “spagnola” è che non si sia fatto in tempo a compiere la stessa operazione. Immagino quale straordinario spaccato sulla storia sociale italiana nell’ultimo anno della guerra mondiale sarebbe potuto emergere dalle interviste coi protagonisti, se solo ci si fosse mossi una trentina di anni fa.

Antologia. Tratta da un forum didattico all’interno dell’insegnamento di Storia sociale, Università di Venezia Ca’ Foscari, aprile 2020

Ho chiesto a mio suocero, di 96 anni, se ricordasse qualcosa della “spagnola”. Lui si ricordava di sua madre che a volte guardava una vecchia foto di famiglia e si metteva a piangere per il fratello più giovane morto nel 1918 per malattia. Mi ha anche detto che, per sentito dire, all’epoca neanche sapevano cosa fosse e che molti pensavano fosse tifo o polmonite. Nessuno aveva notizie che riguardavano questa malattia e nessuna precauzione venne presa.
Ho chiesto anche a una mia zia di 91 anni. Lei aveva solo sentito dire che era stata una gravissima calamità che aveva fatto tantissimi morti, ma nessuno sapeva di cosa si trattasse.
A tal proposito, da un libretto sulla storia della parrocchia di Melma (ora Silea) ho letto che su 92 soldati deceduti nella guerra del 1915/18 ben 38 erano morti per malattia, ma senza alcun riferimento alla “spagnola”. Mi sembra una percentuale alta e sarebbe interessante verificare quanti ne sono morti tra il 1917 e il 1918 per malattie che potrebbero essere collegate alla “spagnola”.
Moreno Meneghetti

Ho potuto approfondire meglio le vicende di due miei parenti, di cui conoscevo la storia ma solo a grandi linee, che morirono di influenza “spagnola” a cavallo tra 1918 e 1919.
Il primo è il mio trisavolo Luigi Marton, nato nel 1876 e arruolato come soldato durante la Grande Guerra. Morì di influenza “spagnola” il 15 novembre del 1918 all’ospedale militare di Genova, dove venne anche sepolto dato che la mia famiglia, ai tempi, non aveva i soldi per poter riportare la salma a casa. C’è una sua foto che ho sempre visto sopra il caminetto a casa dei miei nonni, e ho trovato un documento in internet (ma non so se autentico al 100%) sul sito http://www.cadutigrandeguerra.it/ in cui viene indicata la causa della morte come malattia. Nel monumento ai caduti di Casale sul Sile è presente anche il suo nome tra i caduti della guerra, nonostante sia morto addirittura dopo la fine del conflitto, e ciò mi fa pensare che probabilmente i morti siano stati accorpati in un’unica lista.

Immagine che contiene interni, tavolo, fotografia, facciata Descrizione generata automaticamenteImmagine che contiene testo Descrizione generata automaticamente

Il secondo familiare, Romeo Marton, è un fratello del mio bisnonno e figlio di Luigi che ho citato prima, che morì di febbre “spagnola” a soli 6 anni. Purtroppo, di lui non si sa molto e si ipotizzava fosse morto un anno dopo il padre, nel 1919 quindi (e ho ricordi dei racconti della mia bisnonna che concordavano su questo), ma per carenza di materiale reperibile, per la quarantena, non posso essere sicuro. Non ho trovato nessuna sua foto ma credo non ve ne siano, dato che viveva in una famiglia contadina piuttosto povera e non penso avessero possibilità o interesse nel fare fotografie (la foto del mio trisavolo infatti è in divisa, quindi penso fornita dall’esercito dopo l’arruolamento).
Alessio Barbazza

Sono riuscito a ricostruire questa parte parlando stamattina al telefono con mio padre che ha 83 anni. Il mio bisnonno Daniele Zoggia (nato nel 1886) era primo cugino di Carlo Zinato (nato a Torcello il 18 dicembre 1890). Erano primi cugini per il fatto che la sorella del mio bisnonno aveva sposato il padre di Carlo Zinato. Carlo Zinato intraprese la carriera ecclesiastica. Fu insegnante in seminario, cancelliere patriarcale, assistente del carcere femminile, assistente diocesano di Azione Cattolica e venne consacrato Vescovo di Vicenza nel 1943 dal Cardinale Adeodato Piazza. Iniziò il ministero episcopale nel periodo più cruciale della guerra rimase Vescovo di Vicenza per quasi trent’anni. Il mio bisnonno raccontava a mio padre che Carlo Zinato nel 1918 perse ben sette (o otto) fratelli a causa dell’influenza “spagnola”. A Torcello. Carlo era terzultimo di undici figli. Morì a Vicenza nel 1974 all’età di ottantatré anni. Mio padre ricorda che suo nonno Daniele (quindi il mio bisnonno) andava in barca a Venezia da dove abitavano (e dove ho abitato anch’io fino a 13 anni) Lio Maggiore (una frazione di Jesolo situata nelle valli della Laguna nord) per portare il vino a questo suo primo cugino e spesso lui gli raccontava di come aveva perso tutti questi fratelli. Il mio bisnonno morì quando io avevo pochi mesi nel 1964. Nei prossimi giorni dovrei riuscire ad andare a trovare i miei genitori a Jesolo e così vedo se riesco a completare meglio questa storia che sorprendentemente mi era del tutto sconosciuta. Forse è proprio vero che si era proceduto ad una rimozione collettiva. Non se ne parlava.
Davide Zoggia

Provando a indagare nelle memorie familiari ho scoperto che mia madre ha un piccolo ricordo riguardante l’influenza “spagnola” dovuto a Silvio, suo nonno e mio bisnonno, una persona a cui piaceva molto parlare ai nipoti e pronipoti delle vicende della sua vita, soprattutto della guerra: lui (nato nel 1918) e la sua famiglia vivevano in una zona di campagna della provincia di Venezia (tra Ponte Crepaldo, Torre di Fine e Valcasoni) che, secondo ciò che gli venne raccontato dai genitori, fu molto colpita dalla “spagnola”, e per evitare che il contagio dilagasse nella popolazione alcuni malati vennero seppelliti vivi, tra cui la sorella di sua mamma (dunque una mia prozia di terzo grado se non mi sbaglio con i termini di parentela) all’epoca poco meno che ventenne. Di lei non si è conservato nulla, nemmeno una fotografia, anche perché molti dei suoi effetti personali furono seppelliti in un secondo momento o bruciati per paura che la malattia si potesse depositare negli oggetti toccati dal malato.
Alessandro Conte

La mia ricerca è avvenuta solo tramite telefono, purtroppo era l’unica soluzione che avessi; sono riuscito a scoprire, grazie ai racconti di alcuni parenti, che entrambi i miei bisnonni, all’epoca della “spagnola”, hanno contratto il virus. Da quello che mi è stato detto, mio bisnonno non ce l’ha fatta a superarla, mentre la bisnonna è riuscita a guarire. Non ho potuto approfondire molto, poiché avevo solo gli zii che mi hanno riferito i racconti, che a loro volto avevano appreso dai miei nonni.
Mattia Pasquariello

Mia madre oggi 92enne è la mia fonte. La sua mamma era di Rustignè vicino ad Oderzo. Erano tre sorelle e due fratelli. Dei due fratelli uno non fece mai ritorno a casa: uno delle migliaia di ragazzi dispersi. Il fratello invece tornò ma morì poco dopo di malattia all’ospedale di Oderzo. La nonna diceva che il fratello, un bellissimo ragazzo (lo erano tutti), era tornato debole e malaticcio dalla guerra, ed era possibile, come è possibile che sia invece morto di “spagnola”. La famiglia era originaria di Rustignè e rimase ad Oderzo, non fu sfollata. Con l’occasione aggiungo un ricordo del nonno materno che veniva da Santa Maria di Campagna comune di Cessalto (Treviso) il quale, classe 1896, si fece tutta la prima guerra: Ortigara, Isonzo, Carso e Montello… per poi finire a farsi un altro periodo fine 1918 e per tutto il 1919 in Albania, a Valona.  Era un sergente, e disse che lì la sua compagnia ebbe più morti per febbri che nell’ultima parte della Grande guerra. Ma non ho mai pensato fosse “spagnola”, in quanto Valona era una zona malarica.
Dario Zanon

Ho la fortuna di avere la nonna paterna nata negli anni ’20, perciò le ho subito chiesto se sapesse qualcosa in merito alla febbre “spagnola” nel nostro paese, Sovramonte. Mi ha confermato che anche il nostro comune (mille abitanti in provincia di Belluno) è stato colpito da questo virus, ma che per fortuna la nostra famiglia non è stata direttamente contagiata. Mi ha raccontato che sono state un paio le famiglie colpite dalla “spagnola”. Durante questa epidemia, i morti venivano sepolti in una specie di fossa comune, chiamata tutt’ora “la val dei mort”, ovvero la valle dei morti. Negli anni ’40 sopra questa fossa venne costruita una casa, ma i lavori dovettero cessare in quanto gli operai trovarono dei resti appartenenti alle persone morte di “spagnola”. Questi resti vennero raccolti e sepolti dove ora si trova un piccolo santuario dedicato alle vittime colpite da questo morbo.
Dopo aver raccolto queste informazioni ho contattato il parroco di Sovramonte per chiedergli se avesse qualche documento che riportasse alcuni dati sulla febbre “spagnola”. Egli mi ha inviato la foto di un documento scritto nel 1918, si tratta di un voto fatto dai parrocchiani, che si impegnano a commemorare la strage definita “peste polmonare” nelle funzioni religiose successive, inoltre in questo voto chiedono la protezione di San Rocco.

Il documento riporta le reali cifre dei defunti, si parla di oltre 150 vittime in un solo mese. Verso la fine del documento, i parrocchiani dedicano una festa a San Rocco, in memoria della “spagnola”. Ancora oggi questa festa avviene il secondo venerdì di settembre. La conclusione del voto fa riferimento alla scomparsa del morbo, avvenuta dopo pochi giorni il voto di San Rocco. “La terribile peste in pochi giorni scomparve… ed ora dobbiamo mostrare la nostra gratitudine a S. Rocco”.
Marta Dalla Corte

Il mio ex marito, Pietro Pascutto, mi ha parlato delle testimonianze delle sue nonne.
La sua nonna paterna, Augusta Botter, raccontava d’aver dovuto lasciare la sua casa nel Veneto Orientale, a San Stino di Livenza, dopo la battaglia di Caporetto, e di essersi trasferita come profuga a Firenze, insieme alla suocera, a una cognata e dieci bambini.  A Firenze, sia le donne che i bambini furono contagiati dal virus dell’influenza “spagnola”, non ebbero alcuna cura, trascorsero i giorni di febbre rimanendo a letto, comunque tutti superarono la malattia.
La nonna materna, Maddalena Artico, invece raccontava d’essere rimasta nel proprio paese di residenza, sempre San Stino di Livenza, e di ricordare che l’epidemia aveva causato molte vittime. In particolare, ricordava un uomo, chiamato Ras, che passava a prendere i cadaveri che poi finivano in fosse comuni. Raccontava che per la fretta di allontanare i morti per limitare il contagio, tra questi era finito anche qualcuno solo apparentemente deceduto, che riprendendo i sensi aveva creato il panico tra i presenti. Il ricordo di quel periodo tragico era rimasto vivo e forte, la nonna ne parlava al nipote con grande partecipazione dopo circa quarant’anni.
Ho pensato poi di controllare sul monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, che si trova nella piazza del mio comune, i nomi dei militari morti nel 1918 e poi ho controllato le cause della morte nella banca dati dei caduti e dispersi Prima guerra mondiale nel sito del Ministero della difesa. Devo dire che mi ha sorpresa constatare che su 49 decessi ben 32 (65% circa) avevano come causa la malattia.
Rita Zanutel

Non ho riscontri in famiglia, né ho avuto memoria di questo evento in casa. Si parlava del nonno materno caduto e disperso sul Monte Hermada, il 21 agosto 1917, nell’Undicesima battaglia dell’Isonzo.  Quello che ho potuto mettere insieme, per quanto riguarda i miei ambiti personali – il paese di origine al confine tra Friuli e Veneto e il luogo dove abito, il comune di Casier, Treviso – si riferisce prevalentemente all’ambito militare, e attinge a racconti e documenti raccolti da più fonti. La memoria che è stato possibile ricostruire intreccia inevitabilmente gli sviluppi dell’epidemia con le fasi finali della guerra.
1. Pravisdomini, sinistra Piave. A Barco, una frazione del comune friulano sul fiume Sile (non quello di Treviso), nell’ospedale della Croce Rossa n. 406, abbandonato il 30 ottobre 1918 dagli austro-ungarici, nell’arco di cinque giorni morirono nove prigionieri di guerra italiani e cinque soldati austriaci, in condizioni troppo gravi per essere trasportati. In questo caso la memoria incrocia anche il tema della diffusione di notizie false. La fantasia popolare fece infatti arrivare fino ai nostri giorni la diceria che erano stati avvelenati. È possibile? Il parroco, don Massimino Simoni, trascrisse in tutti i casi: “La morte è stata causata da febbre spagnola”. Di quei giorni restano frammenti sparsi. Si racconta per esempio come, a fronte della brutalità dei comandanti militari, si distinguesse la disponibilità degli ufficiali medici, oltre all’impegno dei sacerdoti. Scrive don Giacomo Bianchini: “Merita che qui si ricordi che i medici germanici, austriaci e boemi ed anche ungheresi curarono sempre i nostri ammalati, dando loro, finché ne avevano, anche le medicine gratuitamente. Volevano bene ai nostri bambini”. I bambini. La memoria del paese ricorda come i frequenti funerali procurassero ai chierichetti alcune “corone”, poi divenute carta straccia, quale gradita ricompensa.
Nel precipizio della guerra sopravviveva qualche forma di solidarietà. In un paese confinante, Corbolone, nel trambusto della ritirata, un medico austriaco che aveva in cura una donna grave, già partito con il suo ospedale, ritornò la sera dopo aver percorso a cavallo parecchi chilometri a cavallo, per praticare l’ultima iniezione. “Domani – disse – qualche ufficiale medico italiano le continuerà la cura”.
La voce dell’avvelenamento dei soldati non era l’unica fake-news che circolava da quelle parti. Agli austriaci era attribuita ogni sorta di nefandezza. Compreso lo stupro e l’uccisione di una ragazza di 13 anni, in quella stessa località di Barco. Il corpo sarebbe stato poi nascosto in un covone di canne di granoturco.  Ma una ricerca condotta recentemente dall’ex sindaco del comune, Gianni Strasiotto, ha potuto stabilire che nella data della morte riportata dal parroco gli invasori non avevano ancora attraversato il Tagliamento. Quindi, se il fatto è vero, andrebbe attribuito ai nostri soldati in ritirata dopo Caporetto.
2. Il secondo capitolo riguarda il paese dove vivo, Dosson. Qui la documentazione disponibile è più ricca, grazie a una bella ricercacondotta nel Centenario della fine della Grande Guerra dagli studenti del Liceo Da Vinci di Treviso guidati dal professor Paolo Criveller. Il lavoro, concentrato su tre comuni (Silea, Casier-Dosson appunto e Casale sul Sile) si è basato sullo studio della sanità militare nelle retrovie del fronte, incrociato con i registri del comune e in particolare con le annotazioni della parrocchia. Nel 1918 a Casier sono presenti sei ospedali da campo (vi sarà curato anche Hemingway). Per ogni ognuno sono elencati i morti, e in alcuni casi è stato possibile risalire anche alle storie personali. A Dosson l’epidemia risulta devastante: solo nell’ospedale 060 su 109 decessi 84 sono dovuti alla “spagnola”. In decine di casi sulla causa della morte è annotato: malattia o broncopolmonite. È la “Spagnola”. Gli ospedali militari installati nelle ville storiche (De Reali, villa Toso, villa Nenzi…) accolgono anche i civili: il progresso dell’epidemia è fulminante.  Prezioso tra gli altri il diario del cappellano militare del 129° Fanteria all’ospedale 162, don Beniamino Ubaldi: “La influenza o febbre ‘spagnola’ – scrive – comincia a comparire anche da noi. L’ospedale deve riservare un reparto di 60 posti. Da ieri a oggi è già pieno. Oggi tre morti. Crisi improvvise e in poco tempo succede la morte”. Questi decessi non sono registrati in parrocchia ma compaiono nell’elenco dei sepolti nel cimitero di Casier. Il parroco non li annota, probabilmente perché non vengono celebrate le esequie in chiesa per ordine delle autorità per evitare il contagio. Il primo caso di un militare morto per “spagnola” nel territorio del comune risale al 22 settembre. Don Ubaldi celebra la messa nella cappella privata della villa dei Toso. Il 10 settembre annota: “Ho celebrato nella cappella del parco, avendo dovuto levare l’altra cappella per portare i letti a 175”.
Don Ubaldi, pesarese, divenne vescovo di Gubbio, ebbe un ruolo nella Resistenza e partecipò attivamente al Concilio Vaticano II.
Tiziano Marson

Ho chiesto alle mie due nonne ancora in vita se si ricordassero qualcosa di quella terribile epidemia. Vivono entrambe in un piccolo paese di poco più di mille anime, nella provincia di Siracusa. Nelle consuete telefonate settimanali che faccio loro, ho cercato di porre alcune domande sulla “spagnola”, ma le risposte sono sempre state le stesse: non vi è ricordo di nessun racconto tramandato da parte dei loro padri o nonni. Gli accenni si focalizzavano per lo più sulla Grande Guerra, alla quale i loro padri avevano partecipato; molto spesso, tuttavia, mi confessavano come questi fossero “argomenti che in casa si tendevano ad evitare”, sicuramente per non far riaffiorare ricordi dolorosi. L’unica informazione che sono riuscito ad estrapolare riguarda il cimitero del paese, dove c’è tutt’oggi una zona dedicata alle epidemie e ai terremoti, una specie di area adibita al rapido seppellimento. Non appena avrò la possibilità di andare a far loro visita.
Francesco Giuseppe Santocono

La mia ricerca è stata molto complicata, ma ho infine ottenuto un risultato. Il cimitero comunale è chiuso alle visite a causa dell’epidemia e a Spinea il monumento ai caduti in epoca di guerra è assente, e chiaramente non posso recarmi nei comuni limitrofi di Mirano e Martellago per ricavarne i dati richiesti. In ogni caso ho potuto parlare con mia nonna che mi ha confermato con certezza che nessun parente a lei noto ha contratto l’influenza “spagnola”, seppur in un periodo dove quasi tutti i maschi adulti della famiglia partivano per il fronte. Questi sono i pochi dati che sono riuscito ad ottenere.
Filippo Salomone

Mi sono affidata ai ricordi delle mie due nonne e di quello che i loro famigliari raccontavano loro quando erano più giovani: purtroppo la mamma di mia mamma non ha potuto darmi molte informazioni; mi ha detto infatti che in casa sua non se ne parlava mai, quasi come se si volesse attuare una sorta di “damnatio memoriae”. Assieme alla mamma di mio padre invece sono riuscita a ricavare qualche dato in più, anche se attraverso ricordi molto offuscati: mia nonna, che ha sempre vissuto a Campogalliano (Modena), mi ha raccontato che sua nonna (potremmo dire la mia trisnonna quindi) tra il 1912 e il 1931 partorì ben 10 figli due dei quali morirono a causa di influenza “spagnola” proprio nel 1918 (quando ancora erano bambini)  mentre il mio trisnonno (marito della nonna di mia nonna e padre dei figli deceduti) combatteva al fronte.
Carlotta Carrettin

Sono partita dall’esperienza della mia famiglia, iniziando da ciò che la mia prozia, nata nel 1905 e all’epoca residente alla Gazzera (Venezia), aveva raccontato a mia madre riguardo alla sua infanzia. Mi ha stupito il fatto che dai suoi racconti, molto vividi e pieni di particolari, nonostante le condizioni di miseria durante gli anni della guerra, non avesse mai fatto cenno alla “spagnola”. Da questo punto sono andata a vedere per curiosità negli archivi comunali della zona del Miranese, su cui avevo lavorato alle superiori per un progetto sulla Prima guerra mondiale, relativi al mio comune, Spinea. Attraverso l’analisi di quei documenti ho notato come non si faccia mai riferimento alla “spagnola” come causa di morte, seppur anche nella lapide ai caduti siano segnati 82 nomi di soldati morti per malattia. Nei tabulati, infatti, risultano come malattie causanti la morte polmonite, broncopolmonite, tubercolosi, tifo, malaria, pellagra: nessun cenno alla “spagnola”. Ho trovato, infatti, testimonianze di come intere famiglie, tra cui ad esempio la famiglia Da Lio della mia città, Spinea, siano morte per malattia, ma viene indicato appunto il tifo come causa. Una spiegazione che posso darmi riguardo a questa assenza di riferimenti all’epidemia della “spagnola” è il fatto che, molto spesso, venisse identificata erroneamente come tifo.
Erica De Zorzi

Ho coinvolto nella ricerca la zia di mia madre, nata del 1920, lo zio di mio padre e sua moglie, lui nato nel 1939, lei nel ’49: in famiglia non c’è o si è perduto il ricordo di familiari morti di “spagnola”. Nel primo caso la zia ha aggiunto che quand’era bambina non si presentava a scuola il giorno in cui era stabilita la vaccinazione, si andava a nascondere tra le galline e rimaneva lì l’intero giorno. Le ho domandato se ad avere qualche timore o remora fossero i suoi genitori e ha risposto di no, aggiungendo che, non essendoci alcun tipo di obbligatorietà né conoscenza in merito e vedendo la figlia impaurita, i suoi semplicemente le permettevano di non vaccinarsi. Nel secondo caso l’altra zia riporta che quando era bambina suo padre le raccontava di questa influenza ripetendole una frase che aveva sentito dire da sua madre: “al tempo della ‘spagnola’ quando io ero piccolo, mia madre diceva che fuori le persone camminavano per la strada e morivano e non si sapeva perché”.
Rosa Marzano

Per questa ricerca ho fatto affidamento alla memoria di mia nonna, di 81 anni, la quale ha conservato documenti degli anni della Prima guerra mondiale che appartenevano alla mia bisnonna, sua suocera, nata nel 1899.  In uno di questi documenti che mi ha mostrato vi erano delle fotografie dei partecipanti alla battaglia di Vittorio Veneto che facevano parte del comune da dove viene la mia famiglia, Azzano Decimo (Pordenone); tra loro due cugini della mia bisnonna, uno caduto nei combattimenti, l’altro deceduto per malattia: chiedendo a mia nonna se si trattasse di “spagnola” lei ha risposto affermativamente, aggiungendo che nel sopraddetto comune ci furono molti morti dovuti all’influenza “spagnola”, soprattutto bambini, menzionando figli di parenti e di amici, arrivando a contarne circa una quindicina.
Andrea Trevisan

Purtroppo la mia ricerca non ha avuto grandi risultati, perché mia nonna (87 anni) e le mie prozie non ricordano nessuna vittima dell’influenza “spagnola” in famiglia. Ho cercato di chiedere loro se magari fossero a conoscenza di altre persone della zona morte per “spagnola”, ma anche qui non ho ricevuto risposte concludenti perché nel giugno del 1918, all’inizio della Battaglia del Solstizio, il paesino in cui vivono – Falzè di Piave, comune di Sernaglia della Battaglia, in provincia di Treviso – venne raso al suolo completamente dagli austroungarici, e loro finirono sfollati in provincia di Pordenone, vicino a Spilimbergo. A causa di questo spostamento, persero i contatti con gli altri abitanti del paese fino all’anno successivo, motivo per cui non possono conoscere l’impatto dell’epidemia su di loro.
Alice Zamai

Mia mamma ricorda che mio nonno le parlava di un proprio fratello giovane, Vittorio, appartenente al corpo dei granatieri, morto di febbre e di polmonite a Cannaregio, mentre lui era prigioniero in Germania (dal 1918 al 1920) dopo essere stato catturato a Caporetto. Mio nonno diceva che nel sestiere di Cannaregio-Venezia tanti giovani nel 1918 sono morti di “febbre”. Non so altro.  Non fa parte delle cose che si raccontavano.
Nonni e prozii (fra cui un “ragazzo del Novantanove”) hanno combattuto tutti sul Grappa o a Caporetto ma a parte vantarsi di conoscere qualche parola di tedesco, o esprimersi in modo irripetibile riguardo a Cadorna, non raccontavano mai niente.
Paola Juris

Ho fatto ricerche in famiglia chiedendo ai miei genitori e ai miei parenti, ma nessuno risulta malato o morto a causa dell’influenza “spagnola”. L’unico dubbio che mi viene è riferito al mio quadrisavolo, Campi Giovanni, nato a Chiampo (Vicenza) nel 1839 e morto a Vestenanova (Verona) nel 1921: era assai anziano quando morì e potrebbe essere morto di “spagnola”, come anche no. Suo consuocero, Michelangelo Siviero, nato a Vestenanova nel 1842, morì nel 1918, ma anche qui non saprei se a causa dell’influenza “spagnola”. Facendo ulteriori ricerche ho scoperto che la figlia di Giovanni, Campi Ginevra (1879-1918), sposata con Modesto Roncari, morì di influenza “spagnola” a Vestenanova il 30 marzo del 1918 all’età di 39 anni. Anche la moglie in seconde nozze di Giovanni, Maddalena Camponogara (1856-1918) potrebbe essere morta di “spagnola”. Questo quanto emerge dall’albero genealogico che ho fatto sulla mia famiglia (al momento sono giunto fino al 1732).
Mi viene dunque da supporre che l’epidemia non colpì molto le aree montane della nostra zona, dal momento che tutti i parenti che ho consultato mi hanno riferito che nessuno si ammalò o morì di questa epidemia. Ho provato a chiedere anche alle mie vicine anziane se hanno avuto parenti che gli hanno raccontato di questa cosa, ma ciò che mi ha sorpreso è che questa epidemia venne quasi dimenticata dalla gente della mia zona, non so per quali ragioni, ma mi piacerebbe approfondire di più.
Riguardo la lapide in memoria dei caduti del mio paese non vi è alcun riferimento ai morti per “spagnola” e nemmeno nella lapide posta nella cappella del cimitero, tuttavia ci sono ancora delle lapidi di persone morte di “spagnola” (tra l’altro assai giovani, in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni) e la cui morte era tra il 1918 e il 1924 e in alcune di essa era riportata la dicitura “morto per le fatiche di guerra”.
Davide Campi

Per prima cosa ho chiesto ai miei nonni (che hanno superato abbondantemente gli 80 anni) se avevano qualche notizia di familiari o parenti morti per la “spagnola”, ma nessuno di loro mi ha saputo fornire delle indicazioni. Molto probabilmente, il ricordo si è perso. Nell’impossibilità di vedere le lapidi del monumento ai caduti, ho allora cercato su alcuni libri di storia locale (rispettivamente del 1981, 1994, 2012) della mia città, San Donà di Piave, scritti sulla base del diario del parroco del mio paese tra il 1917- 1920 e di un suo stretto collaboratore (mons. Luigi Saretta e mons. Costante Chimenton). Anche in questo caso però nulla. Sembra che l’influenza “spagnola” abbia stranamente risparmiato il mio paese; in realtà penso che non sia stata possibile diagnosticare la malattia per mancanza di mezzi, visto che cent’anni fa nel mio paese le strutture sanitarie erano assai precarie. Dalle pagine di questi libri emergono la miseria e la distruzione totale che il conflitto ha provocato sulla comunità e sugli edifici della città, che si è trovata proprio sulla linea del fronte, ma non si riscontrano picchi di mortalità tra la popolazione civile. L’unico dato che può fornire qualche informazione è un elenco di soldati morti in seguito a malattia contratta per causa di guerra, presente su uno dei libri che ho consultato: 147.
Giorgio Boem

Ho solo una nonna di 96 anni in vita e, purtroppo, non è in grado di ricordare. i miei genitori non hanno nessun ricordo trasmesso in tal proposito.
Da una ricerca sul web risulta che nel mio comune (Chioggia-VE-) i morti per la spagnola furono 650 (stima di un articolo di giornale).
Non ho la possibilità di raggiungere le varie lapidi commemorative sparse per il comune, ma in rete su www.cadutigrandeguerra.it ho trovato un elenco di 133 militari chioggiotti morti nel 1918 per malattia. Di quale malattia si tratta non ci è dato sapere. Ho trovato anche una foto di una lapide sita in una frazione del comune (Cà Lino) dove figura un certo Ernesto Tiengo morto a Macerata per malattia.
Iginio Boscolo Contadin

Per la mia ricerca mi sono rivolto a mia nonna Mariella, classe 1938, che fortunatamente abita nella casa accanto alla nostra e che quindi ho potuto interpellare di persona. Per quanto riguarda la nostra famiglia non ricorda se abbiamo avuto dei morti o se qualcuno abbia passato la “spagnola”, ma ricorda invece i racconti che il padre, e quindi il mio bisnonno, Ferruccio Cavalieri, le raccontava riguardo il contagio fra le file dell’esercito.
Ferruccio all’epoca era ufficiale del Regio Esercito, secondo i ricordi di mia nonna doveva essere capitano nel 1918 (arrivando poi a fine carriera al grado di colonnello), ed era inquadrato nel 6° Alpini, Battaglione Vestone, come testimoniato da una medaglietta. Una frase in particolare era rimasta impressa a mia nonna: “Non c’erano gli antibiotici, è stata una strage”. Mi ha inoltre raccontato del forte legame che aveva coi propri soldati e commilitoni, e del senso di perdita che provava nel vederli morire, oltre che per la guerra, anche per l’epidemia.
Matteo Ballini

Sembra che il ricordo della “spagnola” si sia perso durante gli anni, se non altro per quanto riguarda la mia famiglia. Le motivazioni che ho potuto riscontrare sono essenzialmente due: principalmente il dialogo quasi assente, una freddezza fra genitori e figli che ha impedito alla radice la trasmissione di questa informazione; un secondo motivo è stata la percezione distante della malattia, come se questa non avesse toccato le esperienze di alcuni parenti.
Tuttavia sono comunque riuscito a reperire qualcosa, anche se di poco conto. La mia prozia ricorda un racconto di sua madre, che quando la “spagnola” esplose in Italia aveva diciotto anni, a proposito della morte di una sorella più piccola. Doveva avere qualche anno in meno della madre. Ma oltre a questo non ha saputo niente altro.
Aggiungo al volo anche il risultato (negativo) di una telefonata appena fatta ad una amica di famiglia, ancora molto lucida nonostante i suoi 98 anni d’età: non ricorda di aver mai sentito racconti riguardo all’influenza “spagnola”.
Daniele Pelizzon

La mia ricerca è partita dalla mia nonna materna, nata nel 1938 quindi a 20 anni dalla diffusione della pandemia. Dalla sua testimonianza è emersa la conoscenza della “spagnola”, di come essa si fosse diffusa negli anni del primo conflitto mondiale ma nulla di più; non sono emersi ricordi tramandati dai suoi genitori o nonni, e nemmeno vittime della malattia interni alla nostra famiglia (fortunatamente). Incuriosita dalle mie domande, la nonna ha insistito per compiere diverse telefonate a delle sue amiche per indagare oltre ma anche questo tentativo è risultato vano; le diverse testimonianze sono apparse simili alla sua: in ciascun caso emerge la conoscenza della diffusione di questa pandemia ma in nessuno di essi si ricordano racconti famigliari di casi diretti.
Sembrava, da quanto ricavato in queste chiamate, che la “spagnola” non avesse toccato concretamente gli abitanti del mio paese (Domegge di Cadore, BL) ma così non fu. Indagando su vari numeri del giornale parrocchiale infatti mi sono imbattuto in diversi articoli commemorativi le vittime della Grande Guerra del mio paese; scorrendo tra i nomi dei caduti del 1918 ho trovato due casi di decessi per “malattia” (uno nel giugno e l’altro nell’agosto).
La definizione “malattia” era molto vaga ma le date relative mi avevano fatto pensare direttamente ad un legame con la “spagnola”. Interessato allora a scoprire se la mia ipotesi fosse corretta e, allo stesso tempo, di comprendere l’origine delle informazioni riportate nel bollettino sono riuscito ad arrivare all’autrice dell’articolo. Le informazioni erano state prese da bollettini medici del tempo conservati presso diversi istituti storici del bellunese all’interno dei quali si contavano molteplici casi di decessi per “malattia”, “influenza”, “polmonite”, definizioni che spesso corrispondevano alla “spagnola”. Emerge da essi la difficoltà del tempo di comprendere la malattia e al contempo le complessità che vanno affrontate nel conteggio effettivo delle sue vittime.
Ugo De Polo

Le mie ricerche familiari purtroppo non hanno prodotto gli esiti sperati ma non mi sono data per vinta e ho continuato a cercare tra i miei conoscenti. La mia curiosità si è spinta oltre perciò volevo sapere qualcosa in più riguardo l’epidemia “spagnola” vissuta nel mio paese. Premetto che abito a Priverno, in provincia di Latina, un paese che conta circa 15.000 anime. Il mio punto di riferimento nella ricerca è stato un caro amico di famiglia, molto anziano che ha svolto il mestiere dello storico; lui non ha saputo darmi informazioni esaustive perché il suo campo di interesse si limita all’Ottocento, perciò mi ha consigliato di consultare un libro presente nella biblioteca comunale di Priverno il quale titolo è “Quel terribile autunno del 1918” scritto da Donato Marraffino: ho trovato il link del libro in pdf. È frutto di ricerche effettuate nel basso Lazio (nel mio paese e in quelli limitrofi) riportando dei documenti importanti per comprendere lo stato dell’epidemia anche a livello medico.
Maria Letizia Fontana

Ho deciso di provare a indagare se nel mio paese, Isola della Scala, in provincia di Verona, ci fosse qualche informazione o caso riscontrato di questa epidemia.
Per prima cosa mi sono informata tra i miei familiari ma nessuno si ricordava né aveva informazioni a sufficienza.
Poi mi sono documentata a partire dai registri conservati in municipio, in questo periodo consultabili solo online e, dopo aver sfogliato pagine e pagine dei registri dei deceduti in questi anni, in nessun caso, nella voce “causa del decesso” sono riuscita a trovare la “febbre spagnola”. Ho però notato che moltissime morti del periodo del 1918 e 1919 erano causate da malattie respiratorie oppure infezioni interne i cui sintomi riconducono a questa malattia, come Bronchite cronica, Febbre infettiva, Artrite cronica.

Ho deciso quindi di informarmi a partire da alcuni libri sulla storia di Isola della Scala, in particolare ho fatto affidamento su Isola della Scala. Territorio e società rurale nella media pianura veronese, a cura di Bruno Chiappa, pubblicato nel dicembre 2002. All’interno di questo libro, nonostante le numerosissime pagine che vanno a descrivere la situazione sociale del paese, non è mai citata l’influenza spagnola. Leggendo però, mi sono resa conto che molte parti del testo sono occupate dalla descrizione meticolosa di tante altre malattie che si erano verificate in questo periodo, più precisamente a partire dall’inizio del 1900 fino al 1930; le malattie che vengono descritte maggiormente e citate sono la malaria, il vaiolo, il colera ed essendo una zona di campagna la famigerata pellagra. Tutte queste malattie decimarono la popolazione; sempre secondo fonti citate all’interno di questo libro si sa che andarono a colpire fatalmente il 20% dei residenti, senza contare tutti i casi di contagi e di malati.
Dopo aver analizzato queste informazioni, nonostante non abbia trovato nulla riguardante l’influenza spagnola, ho ipotizzato che potrebbe essere accaduto che nel nostro comune questa epidemia non abbia avuto moltissima “importanza” nella memoria delle persone che hanno vissuto in quest’epoca dato che, come in molti altri paesi d’Italia, hanno dovuto affrontare altre malattie molto gravi e che quindi sia passata “inosservata”.
Linda Limina

Tra i miei nonni materni e paterni ho purtroppo recuperato poche informazioni. L’unica testimonianza datami da mia nonna è quella della mia bisnonna, nata nel 1908 e morta nel 2014, che aveva dieci anni all’epoca e viveva a Rossano Veneto (Vicenza). Lei raccontava che per via dell’epidemia erano morte molte sue amiche e soprattutto amiche delle sue sorelle più vecchie. Inoltre, sembra sia stata ricoverata lei stessa con sua sorella più giovane; diceva di non aver avuto la “spagnola” ma sembra avesse una febbre, quindi mi viene da pensare che forse potrebbe averla presa in forma lieve. Del ricovero diceva che le avevano dato una medicina ma che lei si era rifiutata di prenderla, al contrario di sua sorella. Il giorno dopo lei stava bene mentre sua sorella stava anche peggio, a conferma del discorso sull’inadeguatezza delle cure.
Nel mio albero genealogico ho poi notato che il mio trisnonno tedesco è morto proprio nel novembre 1918, ma mio nonno non ha saputo dirmi per quale causa: mi ha detto che di queste cose non si parlava in famiglia, nonostante posso supporre che mio bisnonno ne avesse avuto esperienza diretta in quanto parte dell’esercito, e che nella Germania del primo dopoguerra con la caduta del Secondo Reich c’era una tale confusione che sembra che chi l’aveva vissuta non ne volesse parlare, soprattutto coi bambini. Mi ha fatto molto pensare, visto invece il numero relativamente maggiore di racconti sulla guerra e sul primo dopoguerra che i miei nonni italiani hanno da dispensare.
Una cosa interessante che mi ha detto mia nonna materna è invece che da lei (in Val di Zoldo, la valle più impervia e isolata del Bellunese) sembra che l’epidemia non sia nemmeno arrivata. La cosa non mi ha sorpreso moltissimo in quanto so che al tempo la zona era davvero isolatissima e i contatti col mondo esterno erano molto rari in tempo di Guerra. Appena dopo partirono molte persone in cerca di fortuna, ma sicuramente non tornarono che a epidemia terminata o quasi. Non ho avuto modo di avere conferma della cosa ma appena sarà possibile vedrò di documentarmi. Mi sento comunque di fidarmi abbastanza della sua testimonianza; erano talmente pochi e con una tendenza a sapere tutto della vita di ogni altro abitante della valle che dubito che un fatto del genere possa essere sfuggito.
Erich Kuehl

Fortunatamente nella mia famiglia non sono presenti casi di morte per influenza “spagnola”, però mia bisnonna e sua sorella, da parte materna, si sono ammalate nel 1918 durante la prima ondata e a guerra non ancora conclusa, avevano entrambe pochi anni di vita e sembravano sul punto di morire, tanto che al padre fu concessa la licenza dal fronte per restar loro vicino negli ultimi momenti di vita. Sono poi miracolosamente guarite. Altro caso di guarigione è stata la bisnonna paterna, di circa 18 anni di età, curata con delle sanguisughe (o salassi) attaccate alle braccia, dopo giorni di febbre molto alta. Racconto del nonno vuole, non so bene quanto possa essere leggendario o veritiero, che in seguito alla guarigione abbia sviluppato anticorpi talmente robusti da aver goduto poi di incredibile salute nel resto della vita, arrivando alla veneranda età di 101 anni.
Gianluca Bee

I miei nonni materni mi hanno raccontato quello che sono riusciti a ricordare basandosi sui racconti dei loro genitori. Ricordano entrambi che c’è stata una grandissima carestia che si è lasciata alle spalle molti morti che addirittura seppellivano in fosse comuni. Oltre a questo, mi hanno raccontato che ci furono frequenti atti di sciacallaggio dovuti alla scarsità di risorse e al panico generale. Mio nonno in particolare ha tenuto a sottolinearmi come l’influenza “spagnola” fosse una pandemia e non una epidemia, proprio per rimarcare la gravità e la globalità della situazione.
Daria Bugliesi

Sono riuscita ad attingere ad alcuni ricordi di mio padre e della mia prozia. Anche se in famiglia non abbiamo avuto casi diretti di influenza “spagnola”, trovo interessanti anche le informazioni “parallele” emerse.  La mia prozia mi ha raccontato che sua madre (nata nel 1899) e la sorella di quest’ultima parlavano in casa dell’influenza “spagnola”, dicendo che era stata una tragedia, durata vari anni, ed esprimendo un certo senso di fortuna per averla “scampata”. Credo che le due si trovassero già a Roma in quegli anni.
Interessante secondo me è la questione di genere che emerge anche da un esempio così piccolo. Mentre le donne della famiglia che avevano vissuto la Prima guerra mondiale parlavano della malattia, il mio bisnonno (sempre di Roma) che aveva combattuto in Veneto non ne parlava, piuttosto parlava della guerra, delle trincee, e delle zone del Veneto di cui poi si innamorò e dove tornò spesso dopo la guerra. Questa differenza ovviamente riflette le diverse esperienze avute, ma mi sembra interessante che l’esperienza prioritaria da raccontare – in particolare dell’uomo – fosse quella della guerra.
Rosa Pietroiusti

La mia famiglia non ricorda vittime legate all’epidemia “spagnola”, o fatti particolari legati a quella tragedia. Il mio bisnonno andò in guerra e sopravvisse. Le sue lettere di quegli anni non fanno riferimento a quegli eventi. Però, forse qualcosa ho trovato comunque: un paio di mesi fa, poco prima che scoppiasse l’emergenza, sono andato con la famiglia a Folgaria, e sono venuto a sapere che vicino alla chiesa parrocchiale c’è un cimitero militare austroungarico, che ospita 2285 salme, di cui 750 ignote. L’ho visitato con grande interesse e ho fotografato due delle quattro grandi urne in cui furono traslate le salme a seguito di un intervento di riqualificazione negli anni Settanta.