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20 Luglio 2026 da AISO
Resoconti, Scuole AISO

Nominare il Vuoto: un report della Scuola di Milano

Nominare il Vuoto: un report della Scuola di Milano
20 Luglio 2026 da AISO
Resoconti, Scuole AISO

Pubblichiamo “Nominare il Vuoto” di Arturo Casu, un report della Scuola dell’Associazione Italiana di Storia Orale sulle tossicodipendenze (Fondazione ISEC, Milano 5-6 febbraio 2026).

La Scuola AISO “Voci, politiche e narrazioni della tossicodipendenza in Italia”, tenutasi a Milano fra il 5 e il 6 febbraio, dimostra anzitutto l’interdisciplinarietà connaturata al macrotema “droghe” e alla pratica della storia orale. Fra i partecipanti troviamo infatti chi afferisce strettamente alla disciplina storia, chi al mondo della regia, della psicologia, dell’antropologia.

Tema già affrontato nell’ambito di altre scienze sociali e della farmacologia, le riflessioni sulla diffusione dell’eroina in Italia si possono ora giovare della prospettiva storica, preziosa perché in grado di illuminare con nuove domande, nuove prospettive, un campo d’indagine ancora largamente oscuro. Di ciò mi rendevo conto io stesso, lavorando a una tesi di laurea triennale sulla risposta dei gruppi politici romani alla diffusione dell’eroina nella città, rinvenendo nelle storie di vita delle persone intervistate costanti e differenze che, senza la pratica della storia orale, sarebbero andate perdute, lasciando ancora maggior spazio alla vergogna collettiva, contraria ad ogni vera comprensione, storica o meno che sia. Alla Scuola milanese giungo da Glasgow, dove sto conducendo una ricerca per la mia tesi magistrale, raccogliendo storie di vita di persone con esperienza vissuta in un Paese in cui la questione della salute mentale si fa sempre più pubblicamente politica.

Foto di Enrico Ruffino

In questo breve report avremo modo di constatare la molteplicità di approcci adottabili all’interno del campo della storia, e di quello (per ora) più circoscritto della storia orale. Appare per questo chiaro, al contempo, l’utilità del lavoro d’equipe, di cui la Scuola in oggetto è un ulteriore virtuoso esempio. Il presente resoconto seguirà la cronologia delle attività che hanno composto la Scuola, muovendo dalla prima giornata di “seminario partecipato”, per concludere con un palinsesto di spunti e riflessioni emerso dalle interviste, cui scelgo di dedicare uno spazio a sé perché se ne possa meglio saggiare il potenziale storiografico.

Lidia Piccioni (Presidente AISO) apre i lavori offrendo un excursus introduttivo alla pratica della storia orale, evidenziandone la natura immediatamente “ibrida”, sia rispetto all’Accademia, in quanto metodo che continuamente si confronta con chi dubita l’attendibilità della fonte “suscitata”, sia rispetto alla stessa pratica intellettuale, essendo l’indagine oralista una forma di ricerca-intervento. Testimoni storicamente favoriti sono proprio coloro cui, a differenza dei più classici “produttori di cultura (scritta)”, difficilmente viene prestato ascolto.

L’intervento di Matteo Pasetti (Università di Bologna) evidenzia alcuni dei principali motivi per cui una Scuola come questa è necessaria, sottolineando quanti e quali percorsi di indagine storica sul tema rimangano ancora inesplorati. Ciò da una parte si deve al ritardo che a questo riguardo il nostro Paese sconta rispetto ad altri, scarto dovuto anzitutto a motivi politici1. È grossomodo negli ultimi nove anni che, grazie soprattutto ai lavori di Paolo Nencini e Vanessa Roghi, la nostra coscienza collettiva ha iniziato a confrontarsi non solo con cosa è successo – l’abuso di sostanze è divenuto un problema sociale in Italia, ma ha cominciato a chiedersi, per esempio, perché “la droga” si sia diffusa in questo modo, o per quali motivi il fenomeno resti a dir poco opaco nella memoria pubblica. Possiamo qui sottolineare quanto sia curioso il fatto che i principali autori richiamati dal Pasetti, venendo da percorsi diversi, giungano entrambi a propugnare una storia culturale delle droghe in Italia. Nencini, Roghi, Pasetti, come gli stessi Blumir e Cancrini, in tempi e modi diversi, ci invitano quindi a “smontare” la cronaca, per avvicinarci alla storia vera e propria.

Prendiamo ad esempio la questione del silenzio storiografico sul tema. Mantengo l’opinione per la quale l’origine di tale imbarazzo si deve, fra le altre cose, all’atteggiamento più o meno volutamente miope avuto da parte delle autorità competenti rispetto alla diffusione degli stupefacenti nella Penisola. La mancanza ad esempio di programmi di riduzione del danno su scala nazionale ha portato almeno due problemi, l’alienazione sociale, e per questo culturale, di coloro che iniettavano droghe nell’ultimo trentennio dello scorso secolo, e la loro morte fisica, la quale, con lo scorrere silenzioso del tempo, sempre più si avvicina alla morte storica, al vuoto di memoria. Sottolineo che negli stessi primi anni Ottanta in cui il Regno Unito attivava programmi di distribuzione gratuita di siringhe, assistiamo in Italia a dibattiti parlamentari nei quali il virus dell’immunodeficienza umana veniva presentato quale problema intrinseco a quei gruppi che vivevano contro “la ragion naturale” – ciò, fra gli altri, nell’opinione di Olindo del Donno, il “Prete Nero” prima aderente alla Repubblica di Salò, e poi parte della Commissione Sanità e Igiene Pubblica (1979-1987) e della Commissione Affari Sociali (1987-1992) in anni determinanti per la questione in oggetto – ciò, fra gli altri, nell’opinione del sottoscritto.

Concludendo il proprio intervento, Pasetti sottolinea la ricchezza storiografica cui l’indagine sulla diffusione dell’abuso di droghe può condurre, trattandosi di un avvenimento osservabile sotto numerose scale di grandezza: quale fenomeno sociale, in quanto oggetto di dibattito politico, oppure trattandolo dal punto di vista della Storia Economica e del narcotraffico, dei rapporti che tale mondo ha intrattenuto e mantiene con vari ambienti più o meno sotterranei del mondo politico, nonché il suo ruolo nelle dinamiche e rapporti di forza internazionali.

Prendono quindi la parola gli organizzatori della Scuola milanese. Maria Elena Cantilena, autrice di Una Storia Disonesta?, nel corso del proprio intervento concentra anzitutto l’attenzione sul cumulo di caratteri “viziosi” che buona parte della stampa italiana, soprattutto se afferente alla “società bene” conservatrice, ha scaricato sul proletariato giovanile costruendo, scandalo per scandalo, l’equazione per la quale “sul petto Mao, nelle vene la droga”, paradigma nocivo che, pur mutando nel corso dei dibattiti che avrebbero portato all’approvazione della legge 685/75, per altri versi le sopravvive. Pur stabilendo che il soggetto dipendente non è più necessariamente un criminale, ma un malato, la nuova legge suggerisce d’altro canto che “farsi curare” non è solamente un diritto, ma un dovere. La persona con dipendenza, in altre parole, resta in buona parte oggetto e non soggetto di discorsi e politiche che la interessano direttamente.

Interventi e confronti durante la scuola. Foto di Enrico Ruffino

Cionondimeno, nonostante i dibattiti e le controversie scatenate dalla nuova legge, la sua promulgazione apre la strada ad una serie di esperimenti di quel “privato sociale” del quale, fatto salvo per le comunità residenziali, si è quasi del tutto persa traccia nella memoria collettiva. Nel proprio intervento Simone Varriale, concentrandosi sull’esempio milanese, ha richiamato alcune delle iniziative più interessanti anche dal punto di vista dell’agentività riconosciuta alla persona con dipendenza. Tali esperienze, spesso nate e sviluppatesi su scala locale, muovendo dal presupposto per il quale l’abuso di eroina non può essere compreso a meno di considerare l’interazione fra individuo e ambiente, guardano per questo al soggetto dipendente come manifestazione di problematiche complesse, legate soprattutto al quartiere, delineando perciò due linee d’intervento, l’una affidata a servizi para-statali afferenti alla larga sfera del privato sociale, l’altra autogestita e non legittimata dalle istituzioni comunali. Al primo caso si può ad esempio ricondurre l’esperienza del CAD, fondato nel 1969 dal Dottor Alberto Madeddu, in risposta alla “serrata” delle istituzioni sanitarie che consideravano il tossicodipendente un malato “scomodo”. In ogni caso, la presa in carico da parte di tale struttura del reinserimento sociale dell’utente prevedeva la totale disassuefazione fisica dello stesso, fatto salvo per un pur parco impiego di terapia metadonica.

Parallelamente, nelle periferie del capoluogo meneghino, i nascenti circoli del proletariato giovanile costituiscono una sorta di welfare autogestito, valorizzando la persona con dipendenza quale soggetto politico attivo. Vedono quindi la luce nuovi modelli di partecipazione, punti di riferimento per iniziative, dibattiti e riflessioni in grado di dare nuovi significati a quartieri per altri versi lasciati a sé stessi. Un ruolo, questo, svolto anche dal Leoncavallo, recentemente sgomberato dopo quasi cinquant’anni di attività.

 

Il Fondo ISEC
Anche la mattina della seconda giornata di lavori, dedicata alla consultazione del Fondo ISEC, si è concentrata sulle esperienze locali di antagonismo politico e di argine agli effetti più nocivi della diffusione dell’eroina, attività queste che vedono spesso impegnati gli stessi attori sociali, da cui ereditiamo materiali preziosissimi, dalle minute delle assemblee agli opuscoli informativi, testimonianze delle diverse prospettive attraverso le quali il nuovo fenomeno veniva compreso, e delle diverse tattiche, molto reattive ai mutamenti esterni, adottate per arginarlo.

Consultazione in archivio presso la Fondazione ISEC. Foto di Enrico Ruffino

Le interviste
Il pomeriggio viene dedicato al momento fondante di ogni Scuola AISO, la realizzazione di interviste, svolte in piccoli gruppi e poi discusse collettivamente. Nel richiamare brevemente questa fase conclusiva della Scuola, metterò in evidenza alcune delle risonanze emerse fra quanto lumeggiato nel corso degli interventi della prima giornata, e gli spunti offerti dalle testimonianze raccolte dai partecipanti.

Franco Barracchia racconta di una Milano centro caratterizzata da profonde ed evidenti differenze di classe, oltre che da amichevoli «we drogato» rivolti dai più anziani ai giovani in quanto tali, formula che certamente faceva eco alla strategia mediatica che concentrava su questa generazione in fermento tutto ciò che alla società bene poteva risultare di difficile comprensione e perciò tendenzialmente pericoloso, dai mutamenti nei rapporti fra i sessi all’antagonismo politico, ai capelli lunghi o l’estetica beat, il tutto emblematizzato, appunto, dall’uso di droghe. Dopotutto, sottolinea l’intervistato, il pensiero conservatore facilmente accordava un interesse ben maggiore alle conseguenze visibili del problema, gli scippi o le siringhe abbandonate, che alle sue cause sociali, sulle quasi viceversa si concentravano, come abbiamo visto, i gruppi antagonisti.

La Dottoressa Paola Sacchi, chiamata a rappresentare la memoria storica del Centro Aiuto Dipendenze (CAD) di Milano, esplora le direttrici che spesso, nella categoria essenzializzante del tossicodipendente, si confondono sino a perdere la propria specificità. L’utente-tipo del CAD viene infatti considerato responsabile di sé fintanto che si limita alla “sperimentazione”, per divenire viceversa “vittima” quando «comanda la sostanza», momento a partire dal quale esso diviene, ad un tempo, oggetto delle manovre commerciali dell’imprenditoria mafiosa, e un malato con un’eziologia complessa. La Sacchi, ricordando l’intuizione del Dottor Alberto Madeddu di far collaborare anche chi aveva abusato di sostanze al primo CAD, sottolinea l’importanza che la valorizzazione dell’esperienza vissuta mantiene nella prevenzione e nella riduzione del danno. Nel corso dell’intervista, evidenzia d’altra parte la fondamentale dimensione del tempo, rispondendo al «retropensiero» di molte pubblicità-progresso per le quali il consumo patologico di sostanze è equivalente alla caduta in un buco. La Sacchi si augura viceversa che, come un tempo avveniva per i malati oncologici, anche i potenziali utenti del CAD possano vedere la propria dipendenza come una malattia da curare, e al più presto, prima della cronicizzazione.

Roberto Battistoni è fra coloro che, volendo rispondere agli sconvolgimenti portati nel proprio quartiere dal diffondersi dell’eroina, hanno dato vita a centri spontanei di prevenzione e supporto per le dipendenze. Di natura completamente volontaria sia per gli operatori che per gli utenti, il gruppo di cui l’intervistato faceva parte avrebbe avuto vita breve, a causa del rapido scoraggiamento di molti dei suoi membri. Parlando dell’approvazione della 685/75, l’intervistato non evidenzia particolari mutamenti di fatto, almeno al livello di scala del proprio quartiere. Sottolinea viceversa due fatti paralleli, per certi versi complementari, ricordando che, indipendentemente dalla legge in vigore, mai le retate di polizia siano riuscite a eliminare completamente il commercio illecito nei quartieri, da una parte, e dall’altra che il decorso della dipendenza non è impermeabile alle differenze di classe: «non tutti hanno i soldi per farsi le dialisi» e lavare dal proprio sangue il principio dell’astinenza.

Maurizio e Pablito sono testimoni dell’ala libertaria della nebulosa della stagione dei movimenti. Un’adolescenza all’insegna della sperimentazione di sostanze e della partecipazione politica attiva. Sono anche testimoni dell’avvento della cultura rave e delle sue “nuove droghe”. Ricordano anche il loro rapporto con il Leoncavallo, che li avrebbe ospitati, o si sarebbe lasciato parzialmente occupare, dopo lo sgombero del Centro Sociale Virus. Nel corso dell’intervista, entrambi richiamano l’importanza di parlare con i protagonisti di quella stagione, nonché i diretti interessati dalle politiche sulle droghe, i consumatori, «che se ci parli, ti dic[ono] delle cose».

Sollecitato dallo sguardo attento della Redazione, indico a chi legge un ulteriore spunto d’interesse: T., non da sola fra le persone intervistate ad aver fatto uso di sostanze, ma l’unica ad aver riconosciuto il proprio consumo quale patologico, chiede che il suo nome non venga scritto per esteso, pur offrendo la propria testimonianza perché essa possa essere conservata e diffusa, resa operativa, per essere d’aiuto ai posteri. Lo stigma crea martiri invisibili. Speriamo possa essere presto accordata loro la giusta riconoscenza.

La conversazione con Luca “il Tondo”, proprietario dell’omonimo bar in zona Rogoredo, conduce a considerazioni analoghe a quelle espresse da T. I suoi sono i racconti di chi ha vissuto la propria adolescenza in piazza, circondato da amici, da pari capaci di elargire consigli ben più facilmente assimilabili di qualsiasi pubblicità progresso, quand’anche abilmente architettata – eventualità questa assai rara nel caso italiano. È certamente anche per questo che, insieme ad un fortissimo orgoglio per il proprio quartiere, spesso preponderante in quanto punto di riferimento, l’intervistato restituisce quello che era un discrimine assai efficace per la gioventù di fine secolo scorso: da una parte chi “gioca” con questi nuovi vettori di socialità, cannabis, cocaina, “acidi”; dall’altra chi usa eroina, il tossico.

Elemento caratterizzante ogni Scuola AISO, il confronto ha nuovamente messo sul tavolo molte delle trame già dipanate nel corso delle interviste stesse: la trasversalità sociale del consumo di droghe e la specificità di classe dei modi in cui esso si esprime, l’ineludibile importanza di una prospettiva che consideri chi abusa di sostanze nel proprio ambiente e nei diversi campi sociali, culturali, storici nei quali la persona esiste, e ciò per decostruire la categoria stessa della dipendenza, sezionarla per poterne meglio comprendere le componenti e sottrarre queste ultime alla dimensione quasi mitica nella quale sono destinate a restare, fintanto che rimarranno articolazioni di un argomento scomodo. In ultimo, questa Scuola pone in luce due ulteriori aspetti fondamentali per la pratica della Storia Orale. Da un lato, la semplice disponibilità delle persone a condividere i propri trascorsi, quand’anche dolorosi, o tabù; dall’altro, l’incommensurabile ricchezza che in essi si può trovare, per poter guardare al nostro recente passato con uno sguardo meno pudico, e per questo certamente più intelligente, più in grado di far presa sulla realtà. Che questo possa essere un ulteriore passo in avanti nella nuova attenzione ai margini.

1 Motivi che hanno radici profonde. Da una parte l’immediata resistenza di componenti fondamentali del Governo all’adozione di politiche di Riduzione del Danno – è famigerata l’opinione del Ministro alla Sanità Donat-Cattin per la quale l’AIDS attecchiva solo su chi “se lo andava a cercare”. Per delle trattazioni più articolate e autorevoli sul muro di silenzio storiografico e mediatico sul tema, nonché sui suoi effetti nocivi, rimando nuovamente a P. Nencini, La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia, Il Mulino, Bologna 2017; P. Nencini, Storia culturale degli stupefacenti, Futura Editrice, Roma 2022; V. Roghi, Piccola città. Una storia comune di eroina, Laterza, Roma-Bari 2018; V. Roghi, Eroina. Dieci storie di ieri e di oggi, Mondadori, Milano 2022; M. E. Cantilena, Una storia disonesta? Il consumo di droghe nell’Italia dei lunghi anni ‘70, Pacini Editore, Pisa 2022.

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È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto.

Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti.

Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società.

Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti.

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