Non una biografia partigiana, qualcosa di meglio

di Giulia Sbaffi

Classe 1927, Otello Palmieri cresce ad Oliveto, piccola roccaforte antifascista dell’Appennino bolognese. Nel 1944, tra quelle montagne da cui osserva con orrore e fascinazione le bombe cadere sulla valle, Otello si prepara a «andare nei partigiani» e poi, dopo l’attentato a Togliatti e il processo per i fatti compiuti dagli ex partigiani dopo il 25 aprile 1945, a fare la valigia, una soltanto, per la Cecoslovacchia. Accusato pretestuosamente per l’omicidio dell’unico fascista ed oste di Oliveto, Otello fugge in esilio oltrecortina dove per qualche anno ancora coltiva con «poesia e verità» – le due cifre del suo percorso politico attraverso il ’900 – l’illusione dell’imminente farsi della rivoluzione comunista. Nel 1953, a processo concluso con la sua assoluzione e con crescente disillusione, Otello si prepara a tornare in Italia. Decide poi di emigrare in Svizzera, il paese – dice – «più socialista d’Europa». Il libro di Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri, però, non racconta questo. Ma qualcosa di meglio.

La biografia partigiana – tanto in senso storico quanto politico – di Otello Palmieri è la quinta della messa in scena del ricco e faticoso incontro tra gli autori e il loro protagonista. Come in tutte le storie, questo incontro ha un luogo: Bologna, città che tesse frammenti delle biografie di tutti e tre. Ha poi un inizio – l’inverno del 2017 – e una fine – la primavera successiva – che sono anche gli estremi attraverso i quali la storia o le storie di Otello si dispiegano. Questo racconto ha poi anche un lessico specifico e un registro preciso, oltre all’ambizione di coinvolgere tutti quei luoghi, personaggi e momenti attraversati da Otello e presenti al sollecitare la sua memoria. Provo ad esplorare almeno alcuni di questi snodi che fanno di Qualcosa di meglio un libro speciale, inteso nella sua accezione più precisa come eccezionale.

Quella che ci raccontano gli autori è infatti prima di tutto una storia orale. Per fare una (buona) storia orale, come ci racconta la sua ormai solida bibliografia, ci vuole un’intervista, la messa in relazione di tutte quelle identità che presiedono ad un incontro. Che spesso sono soltanto due, intervistato e intervistatore, ma che talvolta si rivelano essere molte di più. In questo caso, le identità che si svelano nella consapevolezza dei diversi e molteplici ruoli assunti nella relazione – intervistato e intervistatore, generazione ’27 e generazione ’88-89, ricercante e ricercato – sono almeno quattro. Quella di Otello narratore, che si articola attraverso le sue letture, le sue illusioni ideali, i suoi luoghi. Quella dei suoi autori, che si mostra attraverso le reazioni al sollecito della memoria del protagonista. Ed infine quella di Otello come microstoria nella Storia, che viene sintetizzata attraverso una serie di immagini. Il terrore e la curiosità per la guerra degli anni Quaranta appare, per esempio, con il filare di bombe viste dalle montagne come fosse uno spettacolo pirotecnico. L’intero progetto ideologico e storico del Nazifascismo viene invece catturato dal gesto sprezzante di una SS che lancia in aria le stampelle di un disabile durante una rappresaglia. O ancora, dal popolo in armi del luglio del 1948 che sembra quasi echeggiare quello della Bastiglia francese e che segna, come indicano con attenzione i due storici, il tramontare di uno spirito partigiano che fu profondamente sacrificato al bipolarismo ideologico della guerra fredda.

Otello ha poi anche un lessico specifico per inquadrare il suo percorso che è fatto soprattutto di aggettivi. Su uno di questi aggettivi i due autori si soffermano con attenzione:

Pulito è un aggettivo che Otello usa con parsimonia, ma sempre con lo stesso significato. Pulita è a val Samoggia quando quelli del «Sozzi» spiegano alla 5armata che i nazisti erano ormai tenuti prigionieri. Pulita sarebbe stata Monteveglio se fosse accaduto ciò che non accadde. Ri-pulita da quegli occhi e orecchi che, proprio perché rimasero dov’erano, costituivano una minaccia.

Pulita è poi anche l’aria della montagna, mentre pulire significa togliere il sudicio, letteralmente docciare (che indica, al pari del nazista «gasare», un atto forzato) gli emigranti che arrivavano al confine con la Svizzera, il prerequisito igienico del passaggio in dogana. Epurare, invece, è termine politico che caratterizza una cesura; dopo i fatti del ’45 e del ’48, l’Italia è ormai fatta, bisogna che ora le si faccia spazio scegliendo su di un piano politico e sociale quali sono le soggettività che le appartengono e quali debbano esserne escluse.

Le parole inquadrano e creano relazione; sono, assieme al corpo, i marcatori di un affidamento più o meno profondo dell’intervistato all’intervistatore. Sono, inoltre, i significanti di una continua negoziazione di senso tra passato e presente.

I momenti che sintetizzano la più o meno solidale complicità che si costruisce nell’intervista fra i tre sono tanti, ma gli autori tentano qualcosa di molto più ambizioso che fa di questo libro di storia orale anche un piccolo manuale di metodologia per gli addetti ai lavori e un affaccio generoso sul lavoro culturale ed emotivo di chi la storia orale la fa e la sa fare.

Il libro è diviso in tre capitoli e ha tra gli ultimi due un intermezzo. Una pausa, ma una pausa da cosa? Sicuramente non dall’intervista perché il microfono è rimasto acceso. Come al cinema, a teatro o all’opera, l’intermezzo è lo spazio tra due tempi e tra due punti: la storia e il pubblico. Così, dopo la faticosa ricognizione storica che presiede alla prima parte del libro, dove i ricordi della guerra si legano a quelli della Resistenza e della fuga verso il socialismo dell’est, il racconto viene sospeso. Otello, Enrico e Alfredo portano il lettore dentro il loro incontro; prendono il caffè, discutono di politica. L’intermezzo è lo spazio attraverso il quale gli autori mostrano al lettore che questa è solo una delle tante storie di Otello e questo solo uno dei tanti libri possibili.

L’intermezzo è poi funzionale al ribaltamento che avviene nella seconda parte del libro. I protagonisti si conoscono, Otello ha affidato il suo racconto ad Alfredo ed Enrico e quindi spariscono le letture, le esitazioni o i ricordi fiume della guerra e si fanno più frequenti le risate, ma anche le cupezze. I balzi in avanti e all’indietro, i particolari di Otello e gli interrogativi degli autori sempre più intimi, mostrano al lettore come quello della storia orale sia un lavoro corale, complice e continuo che è fatto di illusioni, di negoziazioni, di interruzioni, di riprese e di costruzioni di ricordi e fonti selezionate dai protagonisti in concerto. Otello e sua moglie Giovanna attingono al proprio archivio familiare scegliendo cartoline, fazzoletti, valigie e libri, mentre i due storici mostrano al lettore come e quali fonti abbiano scelto per corredare e verificare il racconto – anche se la verifica, come direbbe Alberto Grifi, è sempre incerta e non rappresenta la ricerca di una attendibilità, ma piuttosto di un orientamento nel mondo di Otello.

Questa intensa coralità presuppone tuttavia un distacco, un congedo dalla storia affinché essa possa prendere forma altra, quella di un libro. La scrittura impone delle scelte, delle selezioni casuali o ideali che sono diverse da quelle dell’intervista e che non sempre riescono a sintetizzare l’orizzonte di esperienze e di aspettative del suo protagonista e dei suoi autori. Qualcosa è destinato a rimanere sospeso e come per le sopravvissute illusioni ideali di Otello, sembra come se qualcosa di meglio possa ancora essere estrapolato da questo incontro.

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