Pubblichiamo il report della Summer School AISO “Dalla Pantera al No-Ocse: Bologna anni Novanta. Un’esperienza sul campo di Storia orale“, scritto da Margherita Borsoi, Sasha Ricci Rovatti e Chiara Mugelli.
Dal 4 al 7 settembre 2025 si è svolta a Bologna la prima edizione della Summer School “Dalla Pantera al No-Ocse: Bologna anni Novanta. Un’esperienza sul campo di Storia orale”, organizzata e finanziata dal centro di ricerca Memory Lab nell’ambito del progetto “Territori della Memoria”, iniziativa del Dipartimento di eccellenza MUR (23-27) e in collaborazione con l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO).
La Scuola si è strutturata in quattro dense giornate di formazione teorica (lezioni frontali, discussioni) e di ricerca di campo (interviste e gestione tecnico-legale delle fonti), le quali hanno fornito metodi e prassi della storia orale applicati al contesto specifico dei movimenti militanti-studenteschi nella Bologna degli anni ‘90. Uno degli aspetti positivi che hanno caratterizzato la scuola è stata la formazione di un gruppo di lavoro eterogeneo e poliedrico. Sia tra partecipanti che tra relatori è emersa una stimolante varietà di percorsi disciplinari e di ricerca. La capacità dialogica e di contaminazione del gruppo si è confermata nelle fasi di confronto collettivo, anche grazie alle diverse prospettive di indagine e alla varietà delle fonti orali stesse.
Chi scrive fa parte del gruppo di circa venticinque partecipanti alla Summer School, composto da studenti e dottorandi in maggioranza afferenti a studi storici, ma provenienti da facoltà sparse in tutta Italia. Ciò che accomunava i diversi itinerari di ricerca personale dei fruitori e delle fruitrici della scuola era certamente un doppio interesse: da un lato, la curiosità per il periodo degli anni Novanta, solo di recente recepito come lontano abbastanza dall’oggi da poter essere studiato in prospettiva storica; e dall’altro il desiderio di sperimentare, conoscere o affinare la pratica dell’intervista. Tendenzialmente, tutte le persone presenti si erano già cimentate con qualche intervista, ma spesso senza partire da una formazione in storia orale. Alcune, infatti, erano più interessate a scoprirne il metodo, altre più curiose dello stato attuale della ricerca sull’ultimo decennio del Novecento, o ancora del rapporto tra fonti estremamente contemporanee e le modalità per la loro conservazione archivistica, diffusione e analisi. Alcune di noi, inoltre, hanno vissuto la scuola come conclusione naturale del ciclo di seminari di Storia orale, organizzato nel corso dell’anno 2024/25 dai docenti Jacopo Lorenzini e Toni Rovatti all’interno del corso di Laurea magistrale in Scienze Storiche all’Università di Bologna. Le autrici di questo report, Chiara Mugelli e Margherita Borsoi, a cui si aggiunge Sasha Ricci Rovatti, (il cui profilo accademico si discosta in quanto studentessa di Design e Curatela), rispondono infatti a quest’ultimo caso.
Nella fase che ha preceduto l’inizio della scuola ci è stata fornita un’esaustiva bibliografia, inerente sia al quadro tematico che metodologico, che ha permesso un primo approccio alla materia. Nell’arco delle quattro giornate abbiamo potuto prendere familiarità con una geografia di movimento e iniziare a collocare spazialmente, storicamente e socialmente i movimenti politici e le subculture giovanili nel contesto urbano della Bologna degli anni in esame, guidati sia dagli organizzatori che dai ricercatori di AISO. Grazie al carattere multiforme e itinerante della scuola, inoltre, abbiamo concretamente attraversato la città di Bologna, e visitato alcuni degli archivi di movimento, diversi tra loro per storia, campo di azione politica e per tipo di fonti conservate. Infine, l’ultima fase, nonché forse la più complessa e coinvolgente, è stata quella di campo: le interviste ai testimoni.
Per la stesura del report, abbiamo deciso di seguire l’ordine cronologico degli appuntamenti della settimana, e di soffermarci su alcuni con un focus più specifico. Il risultato sarà sicuramente parziale, sia per i numerosi percorsi, fortemente autonomi, sviluppatisi intorno alle interviste, sia per l’impossibilità, in questa sede, di approfondire allo stesso modo tutti i momenti che hanno composto la scuola.
Giorno I – Giovedì 4 settembre
La scuola è iniziata la mattina di giovedì. Il luogo di ritrovo era Piazza S. Giovanni in Monte, di fronte al Dipartimento di Storia Culture Civiltà (DISCI), dove ci ha accolto il gruppo organizzativo1. La prima parte della giornata si è focalizzata sulla costruzione di un quadro storico e politico di più ampio respiro: gli Anni Novanta come nuova frontiera storiografica attraverso l’intervento dello storico e sociologo Alessandro Barile Dalla Pantera ai no global. La rigenerazione politica dei movimenti sociali negli anni Novanta2. A premessa è semplice, anche se non sempre facile da digerire: sono passati trent’anni da quel decennio, e possiamo dunque considerarlo ampiamente storicizzabile, a maggior ragione se consideriamo la sua importanza per il nostro presente.
Sin da subito, infatti, è emerso il legame peculiare degli eventi trattati con l’oggi. Pochi giorni prima dell’inizio della scuola, il 21 agosto, le bacheche social, i canali Telegram e le stazioni radiofoniche ci hanno informato dello sgombero, annunciato ma inatteso nei tempi e nei modi, dello Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo dalla sua sede in via Wattenau. Il Leoncavallo è solo uno dei tanti luoghi occupati che sono stati nominati durante la settimana, ma è indubbiamente uno dei più importanti. Si trattava di un’occupazione storica milanese, in vita dagli anni Settanta, e che nei Novanta – come ha sottolineato Barile – è stata indiscutibile esempio a cui tendere per la ricostruzione delle motivazioni della propria esistenza operata dai movimenti dopo la pacificazione del decennio precedente. La scuola si è aperta dunque subito col sapore della distanza tangibile tra i cicli di occupazione dei decenni in chiusura del XX secolo e noi, oggi, desiderosi di studiarli. Già nelle prime ore si è fatta strada l’idea che questo evento potesse modificare lo svolgimento della scuola, dal momento che, casualmente, le interviste a militanti di area erano programmate per la giornata di sabato 6, contemporaneamente alla manifestazione contro lo sgombero. In realtà, nonostante i riferimenti allo spazio milanese si siano riverberati a lungo nelle giornate successive, nessuna intervista è saltata per questa coincidenza, ma alcuni testimoni hanno preferito anticipare l’orario degli appuntamenti in modo da poter raggiungere il corteo a Milano nel primo pomeriggio.

La mattinata è proseguita con la presentazione del paper dell’antropologo e storico Antonino Sciotto Un tranquillo decennio di movimento. Territorio urbano bolognese e movimenti sociali negli anni Novanta, che ha tracciato una chiara geografia dei centri sociali occupati che nacquero o cambiarono sede in quegli anni a Bologna. A partire dal suo lavoro di tesi magistrale sui movimenti sociali bolognesi che si svilupparono dopo quello della Pantera3, Sciotto ha introdotto subito con una nota di metodo: a partire da pochi testimoni ha ampliato consistentemente la sua rete di conoscenze grazie ai contatti che questi stessi gli hanno fornito. È quello che Sciotto ha definito “effetto snowball”, che in effetti rappresenta una delle sorprese di cui ci si accorge immediatamente, non appena si comincia una ricerca di storia orale. L’ultimo intervento introduttivo dello slot tematico è stato quello del public historian e ricercatore indipendente Michele Sgobio I loro incubi sono i nostri sogni. Il movimento bolognese degli anni Novanta tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare4, il quale si è concentrato sulla dimensione comunicativa e sull’ala creativa dei movimenti.
Sia Sciotto che Sgobio hanno indagato fonti più tradizionali, come gli atti dei consigli comunali del periodo preso in considerazione, e le hanno affiancate ad altre testimonianze costruite nel tempo da chi quegli anni li visse attivamente, come i post su Facebook nei gruppi dedicati al ricordo dei momenti e le sezioni d’archivio di siti di controinformazione5. È parso evidente, infatti, come lo studio della storia post-www (ovvero posteriore al 1993, anno in cui il CERN rese il World Wide Web liberamente accessibile a tutti) non possa esimersi dall’interrogarsi ancora una volta, con domande nuove e antiche insieme, sullo statuto, sull’uso, sulla stabilità e sulla conservazione delle fonti.

Il pomeriggio, più metodologico, si è spostato su un progressivo avvicinamento alle Buone pratiche per la storia orale grazie agli interventi degli storici oralisti Giovanni Contini e Jessica Matteo: essi hanno posto l’accento sulla natura co-autoriale e intersoggettiva delle fonti orali, facendo emergere la centralità dello spazio di negoziazione tra chi intervista e chi viene intervistato. Il successivo intervento degli storici Giulia Novaro e Tommaso Rebora, Intervistare memorie militanti. Interrogativi, pratiche, posizionamenti, ha portato alla specificità del contributo che può dare la storia orale alla storiografia dei movimenti sociali, attraverso le intersezioni tra memoria individuale e collettiva, memoria istituzionale e contro-memoria militante.

Le attività sono proseguite la sera al Làbas, oggi Municipio sociale con sede in vicolo Bolognetti 2, luogo che per certi versi si pone oggi in continuità con la scena militante oggetto della nostra analisi. È qui che abbiamo potuto mettere in pratica le nozioni metodologiche apprese nell’arco della giornata, con un’intervista aperta e corale a Federico Martelloni e Sandro Mezzadra, entrambi docenti ordinari all’università di Bologna e figure di spicco nella scena di movimento a partire dagli anni Novanta.
L’intervista collettiva è stata un’occasione per osservare criticamente le dinamiche del racconto autobiografico e i suoi limiti davanti a un gruppo numeroso di interlocutori. Nonostante la densità di informazioni storiche che ci hanno fornito gli intervistati, abituati a parlare in pubblico dati i loro ruoli politici e intellettuali riconosciuti e consolidati, la memoria personale a cui abbiamo avuto accesso è stata più aderente a un’epica collettiva piuttosto che al racconto intimo. Lo rivela, ad esempio, l’uso di una prima persona plurale (“Noi” anziché “Io”) che si è fatta portavoce di una memoria a tratti impersonale. Ci siamo concretamente confrontati con quello spazio di negoziazione tra testimoni e intervistatori, uno spazio conteso tra narrazioni consolidate e il tentativo di individuarvi gli affioramenti spontanei delle memorie di quegli anni; coltivando l’ambizione, così facendo, di fare emergere una narrazione soggettiva, parziale, ma in cui fosse possibile rintracciare l’eco di altre voci prese in prestito.
Giorno II – Venerdì 5 Settembre
Durante la mattinata abbiamo formato le coppie di lavoro per le interviste svolte il giorno successivo. Di coloro che avremmo intervistato avevamo, in quella fase, poche e generiche informazioni: il nome, la professione, talvolta l’appartenenza politica o i luoghi attraversati negli anni Novanta.
Sapevamo già che le interviste si sarebbero svolte in luoghi diversi della città, in base alla disponibilità dei testimoni e ai loro suggerimenti. Alcuni ci avrebbero accolto in casa, o nel loro esercizio commerciale, altri in un bar, o in occasione di feste di quartiere, altri ancora hanno deciso di venire in università, nella sede del DamsLab. È stato molto apprezzabile lasciare un ampio spazio di manovra ai partecipanti nella gestione del loro incontro con il testimone. Se pensiamo poi allo sforzo di chi si rende disponibile a condividere la propria storia, è risultato utile e corretto, nonché funzionale alla buona riuscita dell’intervista, permettergli di scegliere dove farsi ascoltare senza l’imposizione di un luogo unico e istituzionale. Anche la scelta del tipo di intervista (solo audio o audio-video) era a nostra discrezione. Venerdì mattina ci sono stati distribuiti i materiali operativi: microfoni, registratori vocali, videocamere e cavalletti.
La parte principale della giornata è stata invece dedicata alla visita di tre archivi dislocati nella città.

Archivio di storia delle donne di Bologna, Bologna, via del Piombo 5, ore 10:30
In una sala affrescata del complesso di Santa Cristina, già monastero di benedettine camaldolesi e oggi sede del Dipartimento delle Arti, ci hanno accolto Elena Musiani e Cora Benetti che ci hanno raccontato la nascita dell’archivio, ovvero del Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne –, nato da un accordo del 1982 tra l’Associazione Orlando e il Comune di Bologna – che oggi contiene circa cento metri lineari di carte. Musiani ha contestualizzato la nascita e necessità dell’archivio dei movimenti femministi degli anni Novanta e Duemila, evidenziando alcune figure di spicco che hanno poi contribuito alla costruzione dei fondi documentari tramite donazioni di volantini, fotografie, report e libri. In particolare, la maggior parte dei documenti proviene dalle raccolte di Franca Carzedda e Anna Gaudiano, due femministe attive a Bologna tra anni Novanta e Duemila, che dopo numerosi sgomberi e cambi di sede, finirono per conservare personalmente i documenti di movimento. I fondi Carzedda e Gaudiano sono stati poi donati – non senza resistenze e compromessi, data la diversa natura e composizione degli ambienti che produssero e quelli che conservano tali documenti – all’Associazione Orlando.

La presentazione dei fondi spetta a Cora Benetti, che ha lavorato su carte d’archivio utili per ricostruire, oltre alla biografia personale e politica delle attiviste, anche la geografia degli spazi sociali occupati a Bologna in quel decennio. Tra questi spicca Atlantide, sede collettiva situata nel cassero di Porta Santo Stefano dal 1997 al 2015, quando fu sgomberato. I gruppi Clitoristrix, Lilith, Luna Nera, Artemide e le Furie sono solo alcuni di quelli che si resero protagonisti delle occupazioni e del confronto con altri collettivi della città, non senza, talvolta, scontri ideologici esterni e interni ai gruppi stessi. Abbiamo avuto l’opportunità di sfogliare alcuni volantini, fascicoli, autoproduzioni, zines e fotografie che compongono le quattro serie del fondo Carzedda. In particolare, ci siamo trovate a sfogliare i verbali delle assemblee femministe, scritti a mano fittamente e con dovizia di particolari, mentre l’occhio veniva attratto da una certa estetica punk, esoterica e cyber, confermata ulteriormente dai volantini che pubblicizzavano serate di musica punk hardcore nello stesso cassero occupato.

Archivio storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi”, Bologna, via Sant’Isaia 18, ore 14;00
Ci siamo spostati qualche via più in là, tra le strade del centro, fino ad arrivare davanti alla porta dell’Istituto storico Parri Bologna Metropolitana, parte della rete dell’Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia, al numero 18 di via Sant’Isaia, nel complesso di San Mattia, già convento di monache domenicane. Qui, Fabrizio Billi ci ha delineato sinteticamente la figura di Marco Pezzi, che dà il nome all’archivio storico che ci ha ospitato. Militante della nuova sinistra scomparso nel 1989, Pezzi iniziò a raccogliere volantini e documenti degli studenti medi e universitari di Bologna. Billi ha ricostruito il movimento della Pantera dalle sue origini fino al suo scioglimento, tramite immagini e fotografie consultabili nel sito dell’archivio6. Ha sottolineato come venissero portate istanze particolari dagli studenti di facoltà diverse, seppur tutte a supporto della lotta complessiva contro la Legge Ruberti. I Dipartimenti di Ingegneria, Lettere, Lingue, Fisica, e con loro molti altri, si davano appuntamento per dibattiti, seminari ed eventi nelle stesse aule universitarie, alternando alle parole, agli inni e alle immagini comuni (“La pantera siamo noi”), alcune questioni più specificatamente care ai vari Dipartimenti. Se, infatti, la lotta verteva su una comune opposizione alla legge di riforma e parziale privatizzazione dell’Università, l’originalità del movimento stava nella capacità di coordinamento dei punti politici emersi nelle assemblee dei diversi corsi di laurea. Non è facile orientarsi nel complesso intreccio di collettivi, coordinamenti, comitati e assemblee che compongono il movimento: ognuna di queste si dotava di strumenti e statuti differenti, e manteneva una certa autonomia operativa e ideologica da quelle delle altre facoltà, ma quasi sempre la nascita coincideva con un volantino che ne dichiarasse l’adesione al «coordinamento» o al «movimento» degli studenti7.

Oltre a stupirci della varietà e del numero delle iniziative che si sovrapponevano tra il gennaio e il marzo 1990, ci troviamo a farci le stesse domande. La proliferazione di carte, messaggi fax, tazebao e fanzine che si verifica nelle occupazioni della Pantera fa sì che oggi si abbiano a disposizione moltissime fonti. Ci chiediamo come nasca l’idea di un fondo archivistico in un contesto di frenetica mobilitazione politica e, al tempo stesso, di così grande produzione mediatica. Ci domandiamo se sia più comune che chi partecipa attivamente a un movimento si premuri di documentare quello che sta accadendo, e ritenga che ciò debba essere sin da subito ben inventariato e reso pubblico, o se piuttosto non sia più facile lasciarsi trasportare dalla tempestività di un periodo di mobilitazione fitto e di breve durata. Quale che sia la risposta statistica, di fatto l’esistenza stessa di questo e degli altri archivi dimostra che anche nei momenti più frenetici e conflittuali non è difficile trovare anche solo una persona con la passione, il vizio o la lungimiranza di conservare i documenti8.

Archivio storico dei Movimenti “via Avesella”, Bologna, Via Avesella 5/a, ore 16:00
Se i fondi Carzedda, Gaudiano e Pezzi sono ospitati in grandi ex monasteri del centro città, all’interno di istituti storici o dipartimenti universitari, quello che ci aspetta adesso ha una sede decisamente più peculiare, ma non per questo meno interessante. Attraversando Bologna lungo larghe strade e palazzi costruiti dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e in virtù del boom edilizio e demografico postbellico, siamo finiti in un reticolo di viuzze più simile all’estetica del resto della città. Sono tornati i portici rossastri, le grandi chiese e, infilandoci in via Avesella, sembrava di passeggiare in una qualunque strada secondaria.

Entrando da un grande portone, ci siamo trovati in un cortile di mattoni, circondato da terrazzi e giardini, da cui già si intravedeva la piccola porta di ingresso dell’archivio. Il cortile del civico 5/A ci racconta la storia di quel luogo, che a prima vista ha un aspetto così anonimo che stupisce pensare come sia stato invece sede del Manifesto e poi di Lotta Continua negli anni ‘70, e da lì in poi occupato da movimenti della sinistra non istituzionale. Siamo rimasti in piedi nel cortile per un po’: la lista dei movimenti è lunga; i nomi delle persone mitiche che hanno attraversato quelle stanze sono tanti; le scritte sovrapposte sui muri esterni ingaggiano un dibattito di archeologia contemporanea.

Uno dei giovani collaboratori e ricercatori indipendenti dell’archivio, Morgan Vallari, ci fa riflettere anche sul concetto di “pienezza” degli archivi: facendo slalom tra i fondi e le carte che ci interessano, la quantità di fogli da consultare spesso diventa immane, e ne siamo sopraffatti. La cosa da tenere a mente in questi casi è la necessità di riflettere anche su ciò che all’archivio manca, che stavamo cercando e non c’è, o che c’è stato e non c’è più. Gli archivi si costruiscono pian piano e non sono esenti da mutamenti nel tempo, e nemmeno da controlli da parte delle forze dell’ordine o della giustizia (di cui è stato oggetto proprio l’Archivio di Via Avesella, a seguito dell’omicidio di Marco Biagi) che ne possono alterare il contenuto. Siamo dunque entrati nell’archivio, colorato, soppalcato e ricolmo di oggetti di cui era facile percepire la fatica fatta per ricavarvi un ordine. Abbiamo dunque visionato il Fondo Pantera, che contiene molti documenti bolognesi, oltre a quelli provenienti da altre Università italiane che occuparono nello stesso periodo; li troviamo tutti diligentemente catalogati. Li abbiamo sfogliati sul tavolo in cui, ogni mercoledì pomeriggio, si possono liberamente consultare i fondi dell’Archivio dei movimenti. Qui pare ancora più evidente quello che già aleggiava tra le carte sin dalla mattina: la sovrapposizione, l’incastro e lo scontro tra la brulicante vita politica e la volontà, o la necessità, di storicizzarla.

Museo europeo degli studenti (MEUS), Bologna, via Zamboni 33, ore 18:15
La giornata si è conclusa al Museo Europeo degli Studenti, una struttura museale, realizzata dall’Università di Bologna, espressamente dedicata a ripercorrere, attraverso otto secoli, il ruolo che lo studente ha ricoperto all’interno dell’istituzione universitaria e nella società. L’esposizione è articolata in cinque sezioni che riassumono l’evoluzione della figura dello studente nel corso del tempo. La quarta di queste, dedicata all’impegno politico giovanile, ospita una mostra intitolata “La Pantera siamo noi. Il movimento studentesco del 1990 tra protesta, progetti, speranze” , adesso in fase di allestimento (Nota della Redazione: nelle more della stesura di questo articolo è stata inaugurata il 5 dicembre 2025).
La modernista e storica delle università Maria Teresa Guerrini (MEUS) ha dialogato con la storica dell’età moderna Maria Pia Donato, collegata in via telematica all’incontro, sulla presentazione del progetto di mostra. Il movimento, sottolinea quest’ultima, è già stato oggetto di storicizzazione e rielaborato per iscritto da voci provenienti da parti diverse d’Italia, accomunate dal fatto di essere state attraversate, per periodi più o meno lunghi, dalla Pantera. La mostra si presenta dunque come un ulteriore tentativo di lettura documentaria del movimento, approfittando degli spazi a disposizione per esporre il materiale grafico e audio-visivo selezionato. I nuclei tematici della mostra saranno cinque, disposti in ordine cronologico:
- La crisi del sistema universitario e gli esordi del movimento;
- Il movimento e i mass media;
- Le proposte politiche;
- Le facoltà occupate: quotidianità, fantasia, ironia;
- Nuove soggettività, nuove lotte.
Esther Guiducci, studentessa presso il master di Comunicazione storica dell’Università di Bologna, ha lavorato su filmati d’archivio degli anni ’90 e ne sta costruendo un documentario che verrà presentato in occasione dell’inaugurazione. Il documentario restituisce l’esperienza della Pantera attraverso tre atti, ognuno dei quali è centrato su un elemento chiave attorno a cui si è costituito il movimento. Partendo dal presupposto che ogni problema organizzativo è anche un problema politico e viceversa, il primo atto riguarda proprio la forma assunta dal movimento della Pantera, ovvero quella assembleare, insieme con i suoi processi interni. Il secondo è invece dedicato allo strumento tramite cui sono state portate avanti le rivendicazioni, ovvero l’occupazione; infine, il terzo è legato al rapporto del movimento rispetto alla produzione contro-culturale, alla gestione della contro-informazione e al rapporto coi mass media, altro piano in cui la Pantera ha cercato di esprimere la propria creatività e irriverenza.
Giorno III – Sabato 6 settembre
Dams Lab, Bologna, Piazzetta Pier Paolo Pasolini 5b, ore 09:30-18:00
Dislocati nella città, abbiamo effettuato in coppie o piccoli gruppi le interviste nel luogo e all’orario concordato il giorno prima. Più che le singole interviste, da cui ognuno ha tratto le proprie conclusioni, la vera ricchezza della scuola è stata la possibilità di confrontarci tra di noi nel corso della serata, prima ancora del bilancio pianificato per la domenica mattina. Avevamo intervistato persone molto diverse, che avevano vissuto gli anni Novanta bolognesi da punti di osservazione talvolta difficili da incastrare, e che si trovano oggi a ricoprire i ruoli più vari. Era complesso individuare una sintesi della narrazione del decennio in questione, e siamo dunque finiti, piuttosto, a confrontarci sul comportamento che i nostri testimoni avevano tenuto con noi, e noi con loro. Come si erano rapportati a noi gli intervistati? Chi era più diffidente, chi aveva già un’auto-narrazione, chi si è fatto accompagnare, chi distoglieva lo sguardo o si rivolgeva solo a uno degli intervistatori? E perché? Spontaneamente, ci siamo trovati a riflettere su ciò che non hanno detto, di cui non volevano parlare, oppure su quanto ancora avrebbero avuto da dire, e dunque della loro disponibilità a proseguire nel racconto, ma anche su come ci eravamo posti noi, sulle parole di troppo o sulle domande venute in mente troppo tardi.
Abbiamo trovato, però, alcuni temi comuni alle interviste: le voci dei testimoni, sette uomini e sei donne, frequentatori delle assemblee d’ateneo o dei concerti nei centri sociali occupati, militanti femministe o responsabili delle agenzie indipendenti di informazione, hanno raccontato dell’emersione di rotture all’interno dei movimenti e della percezione della multiformità, creatività e assoluta varietà delle istanze assunte in quegli anni. Per altri versi, invece, riscontravamo differenze, anche solo a partire dalle biografie personali: alcuni avevano sempre vissuto a Bologna; molti avevano avuto esperienze all’estero, per lavoro o per desiderio di evasione, col risultato di aver costruito interconnessioni tra giovani di vari Paesi, o ancora di essere rientrati in Italia, magari a Bologna, con delle novità. Altri e altre ancora hanno poi avuto esperienze più istituzionali, ricoprendo tutt’oggi ruoli di avvocatura, o assessorato comunale, in un periodo storico e in una fase della vita ben diversa da quella di trent’anni prima. Si può dire che siano emerse esperienze e sentimenti simili e in contrasto tra loro allo stesso tempo: per quanto riguarda il movimento della Pantera, ad esempio, o per il G8 di Genova, era evidente come fossero differenti i ruoli, i bilanci storici o politici, o anche semplicemente ricordi ed impressioni, ma la costante per tutti e tutte rimaneva la percezione di aver partecipato a momenti importanti, rappresentativi, noi diremmo “periodizzanti”. Non ci poteva essere modo migliore per esprimere e farci comprendere, in minima parte, la frammentarietà di quegli anni, le scintille indipendenti e creative che a posteriori si raggruppano sotto l’etichetta temporale del decennio degli “anni Novanta”.
Al termine delle interviste, condotte in tempi e luoghi diversi, mancava il lato di raccolta delle stesse e consegna dei materiali al comitato organizzativo della scuola. Tommaso Rebora e Giulia Novaro ci attendevano al DAMSlab, per seguirci nel riversamento dell’intervista e nella preparazione dei materiali di corredo. Ad ogni coppia di intervistati era stata fornita la liberatoria sul consenso ed eventuale utilizzo dell’intervista a scopi di ricerca, da far compilare al/alla testimone al termine del colloquio. Inoltre, la raccomandazione che avevamo ricevuto prevedeva che, non appena avessimo raccolto la registrazione, ci fermassimo un momento a riflettere sui punti che ritenevamo salienti, sui temi emersi, sulle impressioni ricevute e gli eventuali errori, lacune o imprevisti. Chi non ne aveva ancora avuto occasione, ha potuto sfruttare questo momento per pensarci e scrivere i propri appunti a caldo, dunque consegnarli insieme alla liberatoria compilata e ai registratori.
Dopo aver conosciuto le fonti archivistiche più tradizionali, aver sentito raccontare di quelle digitali, e aver prodotto quelle orali, mancava un momento dedicato alle fonti documentaristiche. Sabato sera siamo dunque tornati in via Avesella, allestita per la presentazione di un progetto documentaristico legato proprio alla Bologna anni Novanta, con un focus specifico sulla lotta per la casa e sulle conseguenti occupazioni abitative: “Bologna 90” di Nicola Donadio, presentatoci dall’operatore video Alex Scorza. In preludio al documentario che verrà, ne guardiamo un altro, nel cortile dell’archivio. È Aiuto! Orde barbare al Pratello, documentario amatoriale prodotto da Cosimo Terlizzi, uno degli inquilini delle palazzine occupate dall’ottobre 1991 all’agosto 1996 in via del Pratello 76 e 78. Il titolo proviene dalla fine dell’esperienza, ovvero dalla lettera scritta da un comitato per la salvezza della via, a cui seguì uno sgombero plateale, nel pieno stile creativo degli occupanti. Dalle riprese e dalle interviste emerge la centralità dell’arte e della musica nell’esperimento che modificò per cinque anni il quartiere del Pratello. Questo aspetto ritorna sia nelle fotografie e nelle programmazioni settimanali delle occupazioni universitarie che nei racconti di alcuni degli intervistati.

Giorno IV – Domenica 7 settembre
Dams Lab, Piazzetta Pier Paolo Pasolini 5b
9.30-13.00 Restituzione esperienza a cura dei partecipanti: discussione sui contenuti delle interviste
È il momento della restituzione. Dal giro di riflessioni e bilanci personali tra i partecipanti alla scuola e gli organizzatori è emerso l’interesse affinché “Bologna ‘90” possa diventare un laboratorio di ricerca permanente all’interno del dipartimento di Storia dell’Università di Bologna. Dal momento che il materiale su cui studiare o da approfondire ulteriormente è già di per sé variegato e corposo, e data anche la disponibilità da parte di alcuni intervistati a continuare a raccontarsi e coinvolgere altri testimoni nel progetto, Bologna ’90 si presta ad essere oggetto di ampliamenti tematici e, sconfinando dalla realtà strettamente cittadina, anche multi-territoriali. Il collegamento tra collettivi universitari e, più in generale, compagni di lotte dislocati in tutto il territorio nazionale è parte intrinseca del movimento che si disperse a macchia d’olio anche al di fuori della nostra lente di ricerca. Non è quindi da escludere che un’indagine sulla rete che si creò con altre città quali Padova, Roma, Milano, Torino, Genova e Palermo possa integrare il nostro studio e farci comprendere meglio anche da punti di vista esterni cosa successe a Bologna in quel “tranquillo decennio di movimento”.
La Summer school è stata dunque un trampolino di lancio sia individuale che collettivo, verso orizzonti di ricerca inediti e verso lo strumento della storia orale. La conoscenza reciproca tra i partecipanti e i loro interessi personali ha permesso l’instaurarsi, a due mesi dalla conclusione dell’esperienza, di piccoli gruppi di lavoro che approfondiscano temi emersi dalle interviste e su cui vale la pena continuare a discutere: l’antiproibizionismo, i collettivi femministi, le azioni di piazza e i movimenti per la casa saranno alcuni dei casi di studio che verranno presentati prossimamente in un apposito seminario che si dovrebbe tenere a Bologna, presso il DISCI. Un lavoro più disteso nel tempo, a più bassa “intensità” rispetto alle giornate dense della scuola, potrebbe rivelarsi interessante e permettere di accogliere in questo cantiere di ricerca più e più stimoli che si presentano nei percorsi di formazione degli studiosi.
1 Il gruppo, coordinato da Toni Rovatti e Jacopo Lorenzini, comprendeva anche Greta Fedele, Brenda Fedi, Jessica Matteo, Giulia Novaro, Tommaso Rebora.
2 Alessandro Barile, La protesta debole: I movimenti sociali in Italia dalla Pantera ai No global (1990-2003), Milano, Mimesis, 2024.
3 Antonino Sciotto, “Noi non siamo vestiti uguali. Movimenti a Bologna nei primi anni Duemila”, Università Alma Mater di Bologna, 2022.
4 Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri sogni. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», n. 49, 1|2022.
5 Solo a titolo di esempio: www.ecn.org ; www.tacticalmediacrew.org ; www.geocities.org ;grafton9.net; https://www.lutherblissett.net/; per quelli scomparsi Wayback machine di Internet archive https://archive.org/.
6 Fabrizio Billi, Dalla Pantera a Genova. Movimenti in Italia nel decennio dalla fine del Novecento agli “anni zero”, in «Zapruder», 54, 2021, pp. 83-95.
7 Cfr. Volantini consultabili sul sito dell’archivio, accessibile dal precedente collegamento ipertestuale.
7 Si ringrazia Chiara Paris per i consigli integrativi a questa riflessione, come Paola E. Boccalatte, Movimenti in archivio. Documentare il presente, in «Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi», IV|2000.
