di Angelo D’Arcangeli
Giovani storiche e storici alle prese con le fonti orali. Pubblichiamo il primo contributo della restituzione collettiva della scuola itinerante Affioramenti a cura del gruppo di giovani usciti da un percorso universitario di Storia dalla Sapienza Università di Roma. Riprendendo le loro parole, si tratta di una collettività che “ha un denominatore comune: l’essere stati studenti della professoressa Lidia Piccioni. Abbiamo deciso di condividere una serie di contributi, riflessioni e questioni aperte emerse grazie alle interazioni della nostra esperienza con le fonti orali e gli insegnamenti ricevuti durante la scuola Affioramenti. La filiera generativa della storia orale.”
La partecipazione alla Scuola Affioramenti promossa dall’AISO è stata un’esperienza particolarmente stimolante e istruttiva. Mi ha permesso di approfondire la comprensione della storia orale, un “universo” a cui mi sono avvicinato nel 2024 con un’altra scuola promossa dall’associazione, questa volta presso l’Ecomuseo di Ostia. Da allora mi sono cimentato in alcune interviste, in connessione con le mie ricerche universitarie sul colonialismo italiano e sull’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (un’intervista a Vito Ailara del Centro studi e documentazione Isola di Ustica, organismo che si occupa della ricerca e della divulgazione della vicenda dei ribelli libici deportati nelle isole italiane in epoca coloniale; alla scrittrice italo-somala Ubah Cristina Ali Farah; a Mauro Caruso, presidente dell’Associazione Nazionale Comunità Italo-Somali, associazione che si batte per ottenere verità e giustizia su una pagina drammatica e poco conosciuta della storia della Repubblica italiana: la deportazione avvenuta nel 1963 dalla Somalia all’Italia di 550 bambini “meticci”, figli di padri italiani e madri somale, sequestrati dalle Autorità italiane e dalla Chiesa e fatti sparire in conventi, carceri minorili e manicomi).
Ho usato il termine “universo”, riferendomi alla storia orale, non a caso. Probabilmente è un termine poco scientifico, ma soggettivamente sento che sia quello che più riesce ad esprimere al momento la percezione che ho della storia orale. Penso che sarebbe veramente riduttivo circoscriverla a mero metodo di ricerca storica. È molto di più. È a tutti gli effetti un approccio alla realtà presente e passata, un modo di porsi davanti alla storia, con la S maiuscola o minuscola che sia, ma anche un modo di intendersi in quanto ricercatore e di concepire il rapporto con l’intervistato nel momento “unico e irripetibile” dell’intervista.
È una “postura” rispetto alla storia e rispetto alla ricerca: è concepire la ricerca come “ricerca intervento”, dunque con un’importante connessione con l’impegno civico, attingendo dai ricordi e dalla voce di chi solitamente non ha voce nella storiografia – le “classi subalterne” per usare la definizione gramsciana – “provocandone la memoria” con l’intervista e ponendosi davanti al loro racconto senza preconcetti e senza volontà di avere il “timone in mano”, ma lasciandosi guidare, per molti versi, dal loro racconto, anche quando sembra che esso esca dai “binari” che noi ci prefiggiamo, consapevoli che a volte è proprio uscendo dai binari che si scoprono nuovi aspetti della realtà e, magari, si arriva anche a ribaltare alcune conclusioni a cui la storiografia è giunta.
Ma significa anche raccogliere il racconto di fatti e avvenimenti senza timore di incontrare e affrontare le contraddizioni che emergono dalla narrazione fatta dall’intervistato, dalla sua ricostruzione degli eventi, concependo invece anche queste contraddizioni come elementi utili alla ricerca, come indice di una sua visione parziale o ristretta della realtà, ad esempio, o come il manifestarsi della necessità (anch’essa da indagare) dell’intervistato di fornire una determinata rappresentazione di sé, di autorappresentarsi in un modo piuttosto che in un altro per corrispondere a determinati canoni sociali dell’ambiente di appartenenza o a modelli a cui aspira a conformarsi o, ancora, come l’effetto del processo di rielaborazione del passato effettuato dalla sua mente, processo che può avvenire quando la mente torna al passato analizzando nuovamente eventi e nessi alla luce di ulteriori informazioni, di maggiori strumenti di comprensione, di una diversa sensibilità.
Ma, soprattutto, “non spegnere mai il registratore”, registrare tutto, anche fuori dall’intervista ufficiale, perché spesso è fuori dall’intervista che emergono gli elementi più interessanti e utili per condurre e sviluppare la ricerca.
Tutto questo presuppone una grande apertura mentale da parte del ricercatore, il quale dovrà essere in grado di creare una certa “sintonia” con l’intervistato per metterlo a suo agio e condividere i suoi ricordi con la maggiore serenità possibile (per quanto questo sia possibile: a volte tornare al passato significa infatti riaprire vecchie ferite o liberarsi di questioni rimaste in sospeso, di storie mai condivise, di confessioni mai fatte; in entrambi i casi occorre la creazione di una sorta di intimità tra intervistatore e intervistato, di fiducia, tale da permettere a quest’ultimo di ripercorrere la sua esistenza senza timore di “mettersi a nudo”). Ma l’apertura mentale da parte del ricercatore è necessaria anche per riflettere su tutto il materiale raccolto e condurre la critica delle fonti (comprendendo in questo anche il confronto con altre fonti).
Come probabilmente emerge da quanto ho scritto fin qui, senza alcuna pretesa di fare una sintesi scientifica e organica sul tema ma di condividere le mie riflessioni, la parte inerente “la postura” da tenere durante le interviste è ciò che mi ha particolarmente interessato della scuola. Più di altre parti trattate, inerenti ad esempio la “restituzione”, l’uso degli strumenti digitali e la geo-esplorazione. Sicuramente questo è legato allo stadio del mio rapporto con la storia orale, sostanzialmente iniziale.

A monte di tutto questo, però, c’è una questione a cui ho fatto cenno e che ritengo importante riprendere e sviluppare. Quello che maggiormente mi interessa e colpisce della storia orale è il voler dare voce alle classi subalterne, in una connessione tra ricerca storica e impegno civile. Questo per me rappresenta l’aspetto centrale, perché penso che queste siano le forze motrici della storia e anche le forze sociali per cambiare il corso delle cose in cui versa la nostra società. Mi ha dunque veramente appassionato e stimolato ascoltare le esperienze fatte da ricercatori di lungo corso come Giovanni Contini con i contadini, i partigiani e gli artigiani della Toscana, Gloria Nemec con gli operai e i partigiani di Trieste, Lidia Piccioni con gli antifascisti di San Lorenzo (Roma), Giovanni Rinaldi con i braccianti di Cerignola.
Questa trasmissione di esperienze, la possibilità di ascoltare le motivazioni che li hanno spinti a ricercare, di conoscere le modalità con cui hanno operato, gli aneddoti e le scoperte che hanno fatto, per quanto mi riguarda è stato il punto nevralgico, il principale aspetto positivo della scuola Affioramenti, così come lo era stato anche per la scuola all’Ecomuseo di Ostia.
Voglio a questo punto condividere anche una riflessione di carattere più personale. Nell’ascoltare i loro racconti mi ha colpito molto un elemento comune: una grande curiosità, una passione per la ricerca e la scoperta, per il comprendere. Ho avuto la netta sensazione che questo fosse l’asse attorno cui essi hanno strutturato la loro esistenza. La “fiamma” che ha alimentato la loro vita. Anche i loro lineamenti sembravano dirlo: durante i racconti, essi si distendevano, ringiovanendo i volti.
Fin da bambino ho una grande passione per la ricerca. Ebbene conoscere persone che hanno coltivato questa passione per tutta la vita, dentro ma anche fuori dall’accademia, senza perderla per strada, è stato veramente una bella lezione di vita. Modelli a cui ispirarsi.
Delle esperienze riportate mi hanno particolarmente colpito quelle di Giovanni Contini rispetto alla comprensione raggiunta, grazie alle fonti orali, della concezione del mondo degli artigiani di Scarperia che producevano coltelli (comunità chiusa in se stessa, ignara del “grande mondo”, delle leggi del mercato che incidevano su di loro e che mettevano in crisi la loro attività economica); oppure come è arrivato a scoprire come la strage del Duomo di San Miniato (22 luglio 1944) ufficialmente di matrice nazista fosse stata invece causata dagli Alleati, contraddicendo così la storiografia ufficiale; o, ancora, come è arrivato a capire perché la comunità contadina di Civitella in Val di Chiana fosse ostile ai partigiani dopo la strage nazista del 29 giugno 1944, andando ancora, grazie sempre alle fonti orali, al di là della narrazione ufficiale del sostegno incondizionato dei contadini alla Resistenza (e, mi permetto di aggiungere, collocando così la Resistenza nel quadro dei problemi reali che in fondo tutte le guerriglie hanno affrontato, oltre il mito).
Un altro aspetto di questi racconti che mi ha stimolato (in particolare Giovanni Rinaldi ha sviluppato questo punto) è stato l’approccio multidisciplinare che guidava la loro ricerca, soprattutto in sinergia con l’antropologia, l’etnomusicologia e gli studi sulle fiabe e sui canti popolari. Penso che questo sia l’approccio giusto perché permette di sviluppare analisi di carattere più complessivo e organico, restituendo una ricchezza maggiore in termini di elementi raccolti e analizzati. Non mi è chiaro, però, quanto oggi esso sia effettivamente adottato oppure se è prevalente la tendenza a muoversi in modo “settoriale”.
In connessione con quanto appena detto, un altro aspetto che ho molto apprezzato della scuola Affioramenti è stata la presenza di esponenti di altre associazioni e strutture attive nel campo della ricerca storiografica e della divulgazione storica, come ad esempio Metella Montanari dell’Istituto storico di Modena e Enrica Salvatori presidente dell’Associazione italiana di Public History (AIPH). Il loro contributo, che non è stato esente da critiche verso alcuni aspetti della storia orale, ha mostrato un’apertura al dialogo e al confronto da parte dell’AISO che ho francamente molto apprezzato e, inoltre, mi ha permesso di conoscere nuove realtà e le questioni che si trovano ad affrontare e analizzare per sviluppare la propria attività (ad es. la questione dell’uso e della trasformazione degli archivi posta da Metella Montanari).
Infine, il confronto a latere dei seminari. Partecipare di persona ai seminari è indiscutibilmente molto più coinvolgente della partecipazione on-line (spesso inevitabile per motivi di lavoro, familiari, economici). Partecipare di persona, dopo il primo momento in cui ti senti “solo” perché non conosci nessuno o quasi nessuno, permette di tessere relazioni e confrontarsi su tematiche emerse durante le sessioni.
Come dicevo, il campo di ricerca su cui mi sono particolarmente concentrato durante il mio percorso universitario è il colonialismo italiano, a cui sto unendo recentemente l’approfondimento del post-colonialismo. Ebbene, in un confronto a latere della tappa di Napoli con Antonio Canovi, egli mi ha consigliato di studiare gli scritti di Alessandro Triulzi, africanista che, pionieristicamente, ha usato le fonti orali per lo studio del colonialismo. Francamente non ero a conoscenza dell’uso delle fonti orali da parte di ricercatori italiani in questo ambito. Questo è stato un importante stimolo per estendere il campo delle mie conoscenze e ricerche e – chissà – magari potrà diventare anche l’oggetto di una futura scuola AISO.
