di Gabriele Randazzo
La notte del 24 marzo 1976 in Argentina si compì l’ultimo golpe della storia del Paese, che portò al potere la giunta militare che governò l’Argentina fino al 1983. La giustificazione del golpe condotto dalla giunta militare, guidata inizialmente dal generale Videla, fu la necessità di ristabilire la sicurezza nazionale del Paese, messa in pericolo dalla cosiddetta “guerra sucia” (guerra sporca), ovvero una presunta guerra civile portata avanti dai movimenti armati rivoluzionari di sinistra e di ispirazione peronista contro lo stato. Il nuovo regime, come altri nella storia del Cono Sud, fu caratterizzato dalla capillarità e dalla crudeltà della repressione nei confronti dell’opposizione politica, la quale rappresentò la base stessa della legittimazione del potere. Una repressione svoltasi principalmente in clandestinità, silenziosa e apparentemente invisibile, ambientata in luoghi comuni e improvvisati, al fine di evitare che il regime venisse percepito come una sanguinosa dittatura. Invisibile al punto da non lasciare quasi alcuna traccia, in particolare delle vittime, che infatti presero il nome di “desaparecidos” (scomparsi), creando una categoria divenuta un riferimento lessicale e culturale globale. Ma oltre la scomparsa fisica di una quantità sconosciuta di cittadini argentini, la repressione politica del regime causò anche l’oblio tra le pagine di quella storia di decine di migliaia di argentini che decisero di lasciare il Paese per trovare rifugio all’estero.
Giulia Calderoni, ricercatrice presso l’Université Sorbonne-Nouvelle di Parigi e l’Università di Bergamo, grazie al suo lavoro Una storia di accoglienza e solidarietà: il caso degli esuli argentini in Italia negli anni Settanta e Ottanta, è riuscita a ricostruire la storia degli argentini che giunsero in Italia, cercando tra le pieghe della memoria di alcuni protagonisti dell’esodo attraverso interviste e fonti d’archivio, ridando spazio a questi ultimi tra le pagine di quella storia. Il lavoro di Calderoni si basa in larga misura su una serie di interviste di storia orale registrate assieme agli esiliati degli anni Settanta. È proprio su questo lavoro, che ho ascoltato durante una conferenza sul tema dell’esilio argentino tenutasi presso l’Università di Messina nel 2025, che è basato il seguente contributo.
Il lavoro di Calderoni ripercorre la cronologia dell’esodo, passando attraverso le sue diverse fasi che hanno profondamente influenzato il nostro Paese, la cui reazione fu duale, facendo emergere una spaccatura profonda. Le istituzioni perseguirono una linea di “silenzio complice”, preoccupate delle conseguenze di una esplicita opposizione al regime argentino, e la società civile mostrò invece maggiore solidarietà nei confronti degli esuli argentini, molti dei quali discendenti di italiani che generazioni prima lasciarono la penisola per approdare nel “Nuovo Mondo” in cerca di fortuna.
Il lento esodo argentino, cominciato a seguito della dichiarazione dello stato d’assedio da parte delle forze armate nel 1974, fu definito “con il contagocce”. Innanzitutto perché il regime non riconobbe mai l’esilio e gli esiliati, per evitare che la popolazione percepisse il nuovo governo come una dittatura, rendendo quindi più complessa la fuga dal Paese per i cittadini argentini, costretti a doversi spostare in stati limitrofi da cui imbarcarsi su voli diretti verso altri continenti. Ma anche per via dell’ostruzionismo delle sedi diplomatiche di altri stati, come ad esempio l’Italia, la cui ambasciata tentò di limitare l’accesso dei cittadini argentini alla propria sede.
Da un punto di vista quantitativo, i dati sul numero di argentini esodati dal Paese sono molto approssimativi, oscillando tra i 300.000 e i 500.000. Gli stati che ne accolsero di più furono la Spagna e il Messico, a cui bisogna anche aggiungere l’Italia, dove arrivarono tra i 14.000 e i 20.000 esuli. La rilevanza dell’Italia come destinazione per gli esuli non fu casuale, ma era connessa agli storici legami demografici e culturali tra i due Paesi per via dell’emigrazione di 2,5 milioni di italiani che, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, giunsero in Argentina in cerca di fortuna. L’esodo argentino in Italia fu caratterizzato da tre fasi. Quella iniziale, dal principio del 1974 alla fine del 1976, corrisponde al momento di massima repressione esercitata dal regime contro gli oppositori politici, durante il quale giunsero nel nostro Paese intellettuali, giornalisti, docenti universitari, avvocati e professionisti. Questi ultimi, trovando un contesto poco informato e indifferente ai fatti argentini, decisero di fondare il “Comitato antifascista contro la repressione in Argentina” (CAFRA) al fine di sensibilizzare la società italiana riguardo la repressione del regime di Videla, rinunciando tuttavia al supporto alla lotta armata.
Come sottolineato da Calderoni, è importante evidenziare nel nome del comitato la presenza dell’aggettivo “antifascista”, di per sé estraneo al contesto argentino ma funzionale a tradurre una realtà politica straniera nel registro culturale italiano.
La seconda fase dell’esodo, che va dalla fine del 1976 alla fine del 1978, fu caratterizzata dall’arrivo in Italia dei militanti politici appartenenti ai movimenti rivoluzionari di ispirazione socialista, principali bersagli della repressione, come i Montoneros, il Partido Revolucionario de los Trabajadores e l’Ejercito Revolucionario del Pueblo. Il ritardo con cui questi militanti politici giunsero in Italia fu dovuto principalmente alla posizione dei rispettivi movimenti rivoluzionari di considerare la fuga dal Paese come un tradimento alla causa argentina, non concedendo la possibilità dell’esilio. Tuttavia, dal ’76 questa posizione dovette fare i conti con l’acuirsi della repressione da parte del regime, che rese inevitabile la fuoriuscita dal paese. L’arrivo dei militanti politici nella comunità argentina in Italia causò alcune tensioni all’interno del CAFRA riguardo il supporto o meno nei confronti della lotta armata contro il regime.
La terza fase, che va dalla fine del 1978 alla fine della dittatura, vide giungere in Italia le madri di Plaza de Mayo, ovvero le madri dei desaparecidos – i giovani argentini scomparsi tra i tentacoli della brutale repressione argentina – che tutti i giovedì si riunivano nell’omonima piazza di Buenos Aires per protestare pacificamente contro il silenzio della giunta militare e delle istituzioni statali sulla scomparsa dei loro cari. L’arrivo delle donne argentine, giunte nel tentativo di internazionalizzare la ancora poco nota questione dei desaparecidos, aumentò la pressione sul governo italiano e soprattutto sul Vaticano, attore transnazionale con una forte influenza sulla società argentina.
Come affermato dalla ricercatrice Calderoni, la reazione del governo italiano di fronte alla crisi argentina del ‘76 è stato il punto di partenza della sua ricerca storica, che per comprendere dobbiamo ritornare a Santiago del Cile nel 1973. L’11 settembre di quell’anno, a seguito del Golpe guidato dal generale Pinochet contro il presidente socialista eletto Salvador Allende e supportato dagli USA, centinaia di cittadini cileni si riversarono nella sede dell’ambasciata italiana per rifugiarsi e per ottenere i documenti necessari per lasciare il Paese. La gestione di quell’evento inaspettato però fu molto traumatica, così nel 1976, all’alba di un golpe ampiamente previsto, la linea del Ministero degli Esteri e quindi dell’ambasciata italiana a Buenos Aires, diretta da Enrico Carrara, fu quella di evitare il ripetersi di quanto accaduto in Cile. L’ambasciatore nei giorni precedenti diede l’ordine di alzare il muro dell’ambasciata e di montare delle doppie porte per ostacolare gli accessi all’edificio. La scelta di ostacolare le richieste di aiuto degli argentini rispondeva a un insieme di preoccupazioni del governo italiano presieduto da Giulio Andreotti e che affidava gli affari esteri ad Arnaldo Forlani, connesse principalmente alla salvaguardia degli importanti legami economici con il Paese sudamericano, ai vincoli internazionali della Guerra Fredda e alla delicata situazione di sicurezza interna. Infatti, nei rapporti tra Italia e Argentina di quegli anni c’erano in ballo forti interessi economici connessi sia a imprese come la Fiat e la Pirelli sia ad istituzioni come il Banco Ambrosiano e il Banco di Napoli. Un tessuto in parte connesso anche con l’azione di un importante attore italiano transnazionale della Prima Repubblica, cioè la loggia Propaganda 2, a cui risultano iscritti diversi esponenti della giunta militare argentina. Dal punto di vista dei vincoli internazionali imposti dalla Guerra fredda, il governo Andreotti temeva di scontrarsi con gli USA, principale alleato dell’Italia e garante informale della stabilità politico-economica del Paese, che supportava i regimi autoritari in America Latina.
Sul fronte della politica interna invece, il governo temeva che alla violenta lotta politica tra gruppi di estrema destra ed estrema sinistra degli “anni di piombo” si sarebbe potuto associare l’arrivo di militanti provenienti dall’Argentina. A tutto ciò bisogna anche aggiungere una generale incapacità del governo italiano nel comprendere gli sviluppi a Buenos Aires a causa della carenza di informazioni. Tuttavia, come in tutte le vicende umane, non dobbiamo immaginare un approccio monolitico delle istituzioni italiane, infatti, molti funzionari diplomatici attraverso azioni individuali mostrarono maggiore solidarietà nei confronti degli argentini in cerca di una via d’uscita dal Paese. Ad esempio il vice console italiano a Buenos Aires Enrico Calamai, il quale, con l’aiuto del giornalista Giangiacomo Foà e del sindacalista Filippo Di Benedetto, riuscì a far lasciare il Paese a circa 300 persone. Questa ambiguità italiana emerse anche nella gestione da parte delle istituzioni degli esuli argentini sul territorio italiano, infatti, i cittadini argentini una volta giunti nel Paese non godettero dello status di rifugiati, vedendosi precluse alcune garanzie, legate ad esempio all’inserimento nel mercato lavorativo o al supporto economico, ma tuttavia non ci fu mai un tentativo da parte delle istituzioni di espellere o perseguire gli esuli, anche nel caso dei soggetti legati ai gruppi rivoluzionari, che vissero quindi in uno stato di “clandestinità tollerata”.
La timida solidarietà emersa dagli apparati dello Stato, frutto più di immobilismo, fu espressa invece in modo nettamente più esplicito e trasversale da quella parte di società civile italiana che per vari motivi entrò in contatto con gli esuli argentini. Sin dall’inizio furono le reti familiari e professionali, dai piccoli comuni alle grandi città, gli intermediari informali che aiutarono gli esuli a risolvere i primi problemi fondamentali come la ricerca di un alloggio e di un lavoro, ribaltando il secolare paradigma migratorio tra i due Paesi. La solidarietà della società si espresse anche attraverso la vivacità politica dell’Italia di quegli anni, che spinse i primi esuli argentini a fondare a Roma il già citato CAFRA (Comitato antifascista contro la repressione in Argentina) per denunciare ciò che stava avvenendo nel Paese latinoamericano. Una solidarietà che non si interruppe neanche con l’arrivo dei militanti rivoluzionari appartenenti ai Montoneros e al PRT-ERP, ai quali, grazie ai contatti con reti politiche legate al PCI e alla DC, fu permesso di riorganizzarsi politicamente in attesa dell’auspicata ripresa della lotta armata contro il regime. Infine, a partire dal 1978, giunsero in Italia le madri di Plaza de Mayo, cioè le madri dei “desaparecidos” che già dal ‘77 a Buenos Aires avevano iniziato a riunirsi ogni giovedì nell’omonima piazza davanti al palazzo del governo argentino, la Casa Rosada. Una folla che nel tempo era cresciuta a dismisura e che chiedeva verità sui circa 30.000 giovani argentini scomparsi senza lasciare alcuna traccia. Giovani considerati dal regime civico-militare “sovversivi” e pertanto nemici dello Stato, molti dei quali subirono terribili esecuzioni come i cosiddetti “voli della morte”, precipitando tra le acque dell’oceano e del Rio de la Plata. Lo scopo dell’arrivo di esponenti delle madri di Plaza de Mayo in Italia era quello di internazionalizzare la causa dei “desaparecidos”, esercitando pressione sul governo italiano, ma soprattutto su Papa Giovanni Paolo II, affinché potesse squarciare il velo di silenzio del regime, per via della forte influenza del Cattolicesimo nella società argentina. Ma questa pressione da parte delle madri di Plaza de Mayo partì dal basso, trovando inizialmente il supporto del sacerdote della parrocchia del quartiere romano di Monteverde, don Andrea Santoro, il quale per sensibilizzare la comunità organizzò uno sciopero della fame, una mostra fotografica, una simbolica occupazione della parrocchia e la lettura durante un’omelia della lista dei nomi degli scomparsi. Una protesta a cui in breve tempo si aggregarono la comunità di esuli argentini, i fedeli della parrocchia e gli abitanti del quartiere, uniti da un forte sentimento di empatia nei confronti di uno dei drammi più strazianti, la scomparsa di un figlio. In sintesi, la società italiana a partire dal 1974 si trovò d’un tratto di fronte alla pulsione umana di aiutare i propri simili, a cui rispose con azioni di solidarietà mosse da diverse ragioni: secolari legami culturali, affinità politiche e drammi personali comuni. Come afferma Camillo Robertini, che ha organizzato la conferenza, la storia dell’esodo argentino in Italia tra gli anni Settanta e ottanta racconta molto anche di noi italiani e della nostra identità.
L’ostacolo principale incontrato da Giulia Calderoni nel corso della sua ricerca è stata la penuria di fonti scritte ufficiali, dovuta al non riconoscimento da parte delle istituzioni dello status di rifugiati agli esuli argentini giunti in Italia. Tuttavia, come la solidarietà dal basso della società italiana compensò l’immobilismo dall’alto delle istituzioni governative, così in questa ricerca le fonti orali compensano la scarsità delle fonti scritte. Calderoni ha deciso quindi di dare voce a Enrico Calamai, Wanda, Dora, Diana, Miguel, Luis, Susi e Maria, integrando queste testimonianze dirette con le poche fonti scritte sull’argomento. I racconti degli otto protagonisti dell’esodo, intervistati tra il 2015 e 2017, rappresentano un pilastro fondamentale nella ricostruzione storica di Calderoni, che permette di far riemergere emozioni, traumi e desideri individuali, dalla descrizione di complessi fenomeni politici e grandi cifre che altrimenti sembrerebbero agire in uno spazio vuoto. Come anticipato già dal titolo del lavoro di Calderoni, con questo approccio metodologico si compie una ricongiunzione tra memoria e storia, riponendo al centro di quest’ultima una soggettività umana che prima era stata messa in fuga dalla repressione del regime argentino e dopo nascosta dal silenzio del governo italiano.
