Poche ore dopo aver pranzato insieme, spesso accadeva che Goffredo Fofi mi telefonasse. Aveva bisogno del contatto di qualcuno di cui avevamo parlato oppure mi chiedeva conferma sulla consegna di un mio articolo che avevamo discusso («voi professori» – mi sgridava, neanche tanto ironico ma sempre affettuoso – «siete sempre in ritardo!»). Questa volta – l’ultima, poche settimane prima di morire – voleva che gli facessi avere un volume di scritti pedagogici di Antonio Gramsci per un libro che stava scrivendo sugli intellettuali meridionali. L’aveva visto segnalato su «Zapruder», la rivista che gli avevo portato insieme con un libro di Andrea Tappi e Javier Tébar Hurtado (sulla Resistenza e la Transizione spagnola a scuola) e con Occiriente, l’ultimo libro di Renata Pepicelli, un’inchiesta sul mondo nuovo in cui viviamo, che avevamo appena presentato a Napoli (e proprio su questo Goffredo avrebbe scritto la sua ultima recensione, sul «Corriere del Mezzogiorno»). La sua curiosità era inesauribile. Invariabilmente, quando di passaggio a Roma andavo a trovarlo, arrivato a casa sua neanche avevamo finito di salutarci che andava dritto al punto: «siediti e raccontami che c’è di nuovo». Voleva sapere di Parigi, ma soprattutto di Marsiglia e poi di Napoli. E naturalmente dell’Algeria (a cui si sentiva particolarmente legato soprattutto attraverso la figura dell’amato Camus). Seguiva un intenso scambio di nomi, libri, film, posti, situazioni. Dove rapidamente la sua cultura enciclopedica e la sua vita avventurosa e ricca di incontri eccezionali avevano la meglio sulle mie quattro competenze.
Come sa bene chiunque abbia frequentato la sua casa, il rituale era consolidato ma l’esito imprevedibile: Goffredo improvvisava una cucina solo apparentemente semplice, a partire da qualche avanzo; gli ospiti portavano il vino o qualche formaggio («non mangio niente che abbia gli occhi» è il titolo di una sua intensa riflessione sulla scelta vegetariana). Appena poi seduti al tavolo apparecchiato per un terzo – il resto era coperto da pile di libri – si cominciava a ragionare del «mondo offeso» e soprattutto di «chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno». E di come mettersi in contatto con queste nuove forme di resistenza: sempre necessariamente “piccole”, “minori”, “marginali”. Da cui allontanarsi rapidamente, o almeno di cui diffidare, non appena fossero diventate invece “grandi”, “maggiori”, “centrali” e dunque inevitabilmente legate o almeno sedotte dal potere. Un’intransigenza praticata come una regola, verso gli altri ma soprattutto verso sé stesso. Basti pensare alle tante riviste animate da Fofi, minoritarie ma importantissime (e che col passare del tempo invece di invecchiare attirano sempre di più l’attenzione delle nuove generazioni di militanti e di studiosi): tutte abbandonate nel loro momento di maggior fulgore. Per ricominciare da zero ogni volta con un progetto nuovo. Per non adagiarsi nel comfort di una routine. Per non perdere il privilegio e la fatica di essere «stranieri ovunque», di doversi di nuovo mettere in gioco. Per non compiacersi mai. Negli ultimi anni Goffredo citava spesso anche Christopher Lasch, il sociologo americano che ha analizzato quella «cultura del narcisismo» oggi dilagante e di cui aveva giustamente orrore.
È senza dubbio questa pervicace «vocazione minoritaria» – titolo significativamente scelto per la bella intervista-testamento con Oreste Pivetta (Laterza 2009) – che mi ha portato verso Goffredo Fofi. Mi era infatti capitato tra le mani negli anni liceali quel libro incendiario che è Capire con il cinema. 200 film prima e dopo il ’68 (Feltrinelli 1977). Poi avevo scoperto i «Piacentini» e la rubrica lapidaria Libri da leggere e da non leggere. Per uno come me, nato dopo tutti i possibili post, e che aveva studiato sui libri la «stagione della conflittualità», quella non era cultura, era dinamite. Non elegante ciarla salottiera, ma strumento appunto per capire il mondo. E per cambiarlo. O comunque per schierarsi, per cercare e trovare il proprio posto a fianco di chi non voleva unirsi al monologo collettivo della pacificazione. Di chi non ci stava e non si accontentava. Quelle recensioni non erano uno sterile esercizio letterario o cinéphile: negli anni trascorsi a Parigi, dopo il 1962, Fofi era entrato nel giro di «Positif», che contrapponeva l’importanza dell’opera alla politica degli autori sostenuta dai rivali «Cahiers du Cinéma», considerati di destra. La cultura, parafrasando Foucault, serve a prendere posizione. Un posizionamento però mai parrocchiale, mai conformista ma invece scomodo, irrequieto e sempre irrisolto. Che teneva insieme il barocco di Carmelo Bene e il rigore brechtiano di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Due stelle cruciali anche nel mio personale percorso di formazione.
Poi un giorno, durante la presentazione di una mia ricerca sulle memorie dei soldati francesi che avevano combattuto nella guerra d’Algeria, mi dicono che c’è Goffredo Fofi in sala. Era venuto per conto suo, già si appoggiava al bastone, e voleva conoscermi. Sicuramente c’entrava la Francia – dove i suoi genitori si erano trasferiti e dove lui pure aveva vissuto – e quella oscena «guerra senza nome» combattuta contro gli indipendentisti algerini tra il 1954 e il 1962, un nodo chiave nella politicizzazione della sua generazione (Goffredo era nato nel 1937, aveva dunque vent’anni nel 1957, l’anno della così detta battaglia di Algeri, e poi ventinove quando esce l’omonimo film di Pontecorvo, nel 1966). Ma credo che avesse voluto venire a vedere chi ero anche e soprattutto perché la ricerca era condotta in larga misura a partire da una base documentaria costituita da interviste. C’era insomma la storia orale, c’era l’inchiesta per capire quel che i soggetti dicevano e pensavano, nel mio caso veterani francesi, “uomini comuni” che erano stati chiamati a svolgere il loro servizio militare obbligatorio in Algeria.
Una battuta che Goffredo amava infatti ripetere sornione era una citazione attribuita a Mao: «Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola». L’attenzione per gli individui, gli uomini e le donne (e i bambini e i vecchi) in carne e ossa, è stato un altro suo tratto caratterizzante che me lo ha fatto sentire subito vicino.

Premio “Lo Straniero”, Santarcangelo (Rimini), 2013.
A Partinico con Danilo Dolci, a Torino con Panzieri e con gli immigrati meridionali, a Napoli con la Mensa dei bambini proletari, Goffredo ha sempre cercato di capire il mondo stando a diretto contatto con le questioni che di volta in volta gli sembravano prioritarie. E che per essere appunto risolte andavano studiate non solo dall’esterno ma anche se non soprattutto dall’interno, confrontandosi con quanto avevano da dire i soggetti coinvolti. Secondo uno schema analitico che teneva insieme generale e particolare, senza mai scivolare né nello specialismo accademico più minuto e in fin dei conti irrilevante né nelle grandi teorie generali e generalizzanti senza più alcun contatto con i processi reali vissuti dagli individui.
L’esito più noto di questo approccio è costituito ovviamente dal libro sull’Immigrazione meridionale a Torino, così dirompente all’epoca (e fastidioso per la Fiat e i suoi giornali) da essere diventato uno dei casi editoriali italiani più celebri: rifiutato da Einaudi, con il licenziamento in tronco di due consulenti come Raniero Panzieri e Renato Solmi che l’avevano difeso, e poi pubblicato nel 1964 da Feltrinelli nella collana diretta da Paolo Rossi.
L’inchiesta che aveva in mente Fofi si ispirava alla migliore sociologia americana mentre in Italia è chiara l’influenza che ha avuto su di lui il lavoro pionieristico di Danilo Montaldi che nel 1960 aveva pubblicato con Franco Alasia, sempre da Feltrinelli, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, e appena l’anno dopo quell’imprescindibile capolavoro che è Autobiografie della leggera (Einaudi 1961).
Diceva Goffredo di non considerarsi un uomo dotato di particolare intelligenza (era invece intelligentissimo). Rivendicava però la sua vorace curiosità, a cui dava una precisa connotazione di classe: nato in una famiglia mezzadrile di trentadue persone, a casa sua di libri non ce n’erano: i nonni erano analfabeti e i genitori avevano fatto la seconda elementare. Lui invece si era diplomato maestro elementare. I libri e poi i film erano insomma stati una conquista, come per Camus, che era nato in una famiglia povera (a differenza del borghese Sartre).
Di quella raccolta di scritti pedagogici di Antonio Gramsci che mi aveva chiesto ne avevo recuperate due copie, una per Goffredo una per me. La leggerò con doppia attenzione, facendo tesoro delle parole di un maestro elementare che mi ha insegnato la lezione forse più importante, come una promessa che dovremo impegnarci a mantenere: «resistere, studiare, fare rete e rompere i coglioni».
