GENERE, CORPI, DEISTITUZIONALIZZAZIONE.
Scuola di storia orale nel paesaggio e negli archivi della liberazione dal manicomio.
di Bluanna Baccarin, Chiara Mugelli, Michela Capris, Rosa Marzano, Virginia Platini, Giulia Sbaffi e Davide Tabor.
Dal 14 al 16 giugno 2024 si è svolta tra Torino e Collegno la terza edizione della Scuola di storia orale nel paesaggio e negli archivi della liberazione dal manicomio, quest’anno dal titolo Genere, corpi e deistituzionalizzazione. A partecipare, un gruppo composito di storiche orali e dell’Italia contemporanea, educatrici, operatori sociali, studenti, e anche un’architetta; nel corso di queste tre giornate le loro curiosità, le loro competenze e i loro interessi si sono messi in dialogo con le memorie e le esperienze di chi ha conosciuto da vicino l’ospedale psichiatrico e ha contribuito alla deistituzionalizzazione a Torino, per costruire insieme un’esperienza collettiva di ricerca.
La scuola è inserita all’interno del progetto PRIN Narrazione e cura. La deistituzionalizzazione del sistema manicomiale in Italia: storia, immaginario, progettualità (dal 1961 a oggi) ed è stata promossa dall’Associazione italiana di storia orale e dal Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino in collaborazione con diversi dipartimenti universitari, istituti culturali e soggetti del terzo settore1.
A partire dall’esperienza storica dell’occupazione dell’ex manicomio femminile di Via Giulio, già al centro di alcuni iniziali tentativi di apertura della città a percorsi di cura alternativi all’istituzionalizzazione alla fine degli anni Sessanta, la scuola ha provato a indagare il rapporto politico tra i gruppi femministi torinesi e la deistituzionalizzazione psichiatrica. Tra gli obiettivi di ricerca dichiarati, contribuire alla costruzione di un archivio di memorie orali, costruire un gruppo di lavoro locale e sovralocale, avviare una riflessione scientifica sull’uso delle interviste raccolte. Quanto segue è il resoconto collettivo delle giornate di giugno, inaugurate il venerdì mattina dalla preziosa lezione introduttiva di Luisa Passerini, dal significativo titolo Intersoggettività, ancora. Reti, reticoli e relazioni. Un intervento che ha permesso di ripercorrere il senso profondo della storia orale, annodando riferimenti teorici e pratiche di ricerca.
Questo testo, a cui hanno contribuito Bluanna, Chiara, Michela, Rosa, Virginia e, in fase conclusiva, Giulia e Davide, ripercorre quelle giornate attraverso gli spazi dell’internamento manicomiale e della liberazione che abbiamo geoesplorato e di cui abbiamo raccolto le memorie, non seguendo necessariamente l’ordine con cui li abbiamo conosciuti. Buona lettura.

Una ricerca sui luoghi e attraverso i luoghi
I luoghi hanno avuto un ruolo centrale nel percorso di ricerca della scuola: nelle storie in cui ci siamo immersi esiste infatti un legame indissolubile tra le memorie (individuali e collettive), lo spazio e le soggettività coinvolte, quelle richiamate e immaginate di chi era rinchiusa, ma soprattutto quelle di chi ha lavorato per superare muri e barriere criticando e smontando l’istituzione manicomiale. Abbiamo attraversato luoghi di donne, di bambine, di ragazze, di anziane; luoghi abitati e costruiti dalle loro esperienze. Poi abbiamo visitato luoghi separati dal tessuto urbano e sociale dai muri dell’istituzionalizzazione. Ed è proprio questa dimensione di separatezza tra il dentro (di quei luoghi) e il fuori a collegare i tre istituti al centro della nostra indagine su questo recente passato: l’Istituto Buon Pastore, l’Ospedale psichiatrico di Via Giulio 12 a Torino, l’Ospedale psichiatrico di Collegno.

Il Buon Pastore, infatti, venne istituito nel 1843 e funzionò fino al 1978 prevalentemente come casa di correzione delle donne – soprattutto giovani e giovanissime – che l’autorità pubblica e le famiglie ritenevano “fuori dalle norme”: esso si occupava del mantenimento e della “rieducazione” di ragazze e di bambine, distinte in “educande” e “corrigende”, ed era suddiviso in varie sezioni, che ospitavano “ragazze povere onde preservarle dai pericoli di corruzione, per mancanza o negligenza dei genitori”, “fanciulle povere, discole e bisognose di correzione”, “donne di agiata condizione che per lo stato di loro mente avessero bisogno di speciali cure oppure di vita calma e ritirata”2 (1914). Vi era un reparto psichiatrico. Come molte analoghe istituzioni del passato, il Buon Pastore univa dunque interventi di assistenza per lo più finalizzati al controllo sociale delle ragazze appartenenti ai ceti più poveri, all’internamento psichiatrico e alla detenzione. Era, in sintesi, una struttura di ricovero e di reclusione da cui, una volta accolte, le giovani difficilmente uscivano fino alla maggiore età: un po’ carcere e un po’ manicomio.
Il Regio Manicomio di Via Giulio a Torino prese il posto di un precedente istituito manicomiale, l’Ospedale Pazzarelli tra Via Piave e Via S. Domenico (sempre a Torino). Al momento dell’inaugurazione negli anni Trenta dell’Ottocento, l’Ospedale di Via Giulio ospitava sia la sezione femminile che quella maschile.
Nel tempo, invece, soprattutto dopo l’apertura alla metà del secolo della nuova sede di Collegno, il manicomio di Torino divenne esclusivamente femminile.
Per molte donne questo istituto ha rappresentato la naturale linea di continuità con la reclusione al Buon Pastore. Nel 1968, il reparto 5 di Via Giulio iniziò i primi tentativi di deistituzionalizzazione, inaugurando nel 1969 l’esperienza della comunità terapeutica sul modello basagliano di Gorizia e sulla base delle sperimentazioni dello psichiatra inglese Maxwell Jones. La novità della comunità terapeutica fu applicata anche in altri reparti, fino al 1970-1971, quando le pazienti vennero spostate all’Ospedale di Collegno e via Giulio divenne per pochi anni un gerontocomio, fino alla sua definitiva chiusura nel 1973. Pochi anni dopo, nel 1979, i collettivi femministi, inascoltati dal Comune e in cerca di una propria “casa”, al termine di una manifestazione ruppero i lucchetti, varcarono il cancello e il portone principale e occuparono i locali ormai abbandonati, aprendo una nuova fase di storia del luogo.
Parallelamente alle azioni di deistituzionalizzazione che avvenivano a Torino, anche nell’Ospedale di Collegno qualcosa stava accadendo: il reparto 12 inaugurò la comunità terapeutica, abbattendo (metaforicamente) il muro tra persone internate e persone libere.
A distanza di cinquant’anni, nonostante la rifunzionalizzazione di alcuni spazi e l’abbattimento di buona parte dei muri, la memoria nelle persone e nei luoghi non si è persa e noi siamo andate e andati proprio lì a rintracciarla.

La geoesplorazione degli spazi manicomiali è iniziata in centro città, dall’ex Ospedale di Via Giulio che ha dato origine alla ricerca. Il giorno successivo la scuola si è svolta nell’Aula magna della sede universitaria di Scienze della formazione primaria, che rappresenta oggi una delle parti ristrutturate e riconvertite nell’uso dell’ex Ospedale psichiatrico di Collegno. Agli appuntamenti seminariali e alle interviste abbiamo inframezzato dunque una seconda esplorazione, stavolta concentrata sui vasti spazi del complesso di Collegno.

Oltre ai tre ex complessi manicomiali, abbiamo attraversato anche un quarto e un quinto luogo, che condividono non solo il legame con la nostra ricerca, ma anche l’indirizzo, in via Vanchiglia 3: le sedi di Láadan – Centro sociale e culturale delle donne e dell’Associazione per la lotta contro le malattie mentali (ALMM). Si tratta di luoghi di aggregazione, di studio e di riferimento per le lotte politiche. Da qui continua il nostro resoconto collettivo.
Decostruzione, oralità e ascolto
Venerdì pomeriggio entriamo da Làadan, un’associazione creata da altri tre soggetti storici: l’Archivio delle Donne in Piemonte (ArDP), la Casa delle Donne di Torino e il Centro studi e documentazione pensiero femminile. Ci troviamo in via Vanchiglia 3, a due passi da piazza Vittorio e dal fiume Po. Elena Petricola, che dirige l’ArDP, ci presenta Carla, Bice, Chiara, Giovanna e Anna: ognuna di loro ha partecipato all’occupazione del marzo del 1979, quando con il movimento femminista torinese di cui facevano parte, sono entrate nell’ex istituto manicomiale di Via Giulio per fare di quel luogo di costrizione la prima sede della Casa delle donne di Torino. Nei loro ricordi ci aspettiamo di trovare la traccia di quel percorso simbolico-politico che ha trasformato il manicomio femminile da luogo di contenzione e di segregazione delle donne a luogo di liberazione e di autodeterminazione femminista. I loro racconti sono invece “abitati” dall’angoscia della repressione di tutte coloro che, per fragilità psichica o per contrapposizione all’addomesticamento sociale imposto, si erano trovate costrette tra quelle mura. I racconti tornano frequentemente alla paura di trovare nei sotterranei i segni della medicalizzazione delle donne, «della disperazione assorbita dai muri», e dalla paura di «trova[re] il proprio corpo [costretto] insieme agli altri corpi» (Chiara). Dalle loro parole emerge, però anche, il ricordo della strenua contrattazione con il comune per l’occupazione dello spazio e l’impegno di cura per i «bisogni della carne viva» (Chiara) delle compagne che attraversavano l’occupazione, con le quali si cucinavano pasti e si abbellivano le stanze.

Il senso politico di quella dirompente trasformazione lo troviamo, però, nelle parole di Maria Teresa Battaglino, femminista e assistente sociale in manicomio, di cui ascoltiamo una registrazione: «il femminismo ha messo una base non patologica alle mie inquietudini», perché (diceva) ha dato una spiegazione collettiva all’insoddisfazione individuale, senza risolverla, ma aprendo all’effetto preventivo / curante dato dal riconoscersi nelle altre, prima che nella diagnosi. Le sue parole arrivano da una riunione del febbraio del 1980 del seminario organizzativo del corso monografico delle 150 ore sulla salute mentale delle donne, promosso dai gruppi femministi e dall’Intercategoriale donne Cgil Cisl e Uil, uno dei “corsi spaccafamiglie” come li chiama Carla3.

Sono passate circa tre ore dall’inizio delle nostre interviste e, nel concludere la nostra prima giornata di lavori, Daniela Adorni ci esorta ad una riflessione articolata su tre questioni fondanti il legame tra storia orale, femminismo e psicanalisi: 1) la parola, ovvero l’intraducibile esercizio dell’autocoscienza (femminismo), la parola del paziente (psicanalisi), quella del testimone (storia orale); 2) l’ascolto, ossia lo strumento per il compiersi della parola e per riconoscere l’individualità dell’altro che ci si trova di fronte; ed infine 3) la domanda, il chiedersi di volta in volta cosa si vuole sentir dire, come si sta davanti a chi parla e ascolta, che cosa chiedere e come invece aiutarsi a dirsi davvero.

Il Reparto 12: le interviste, gli archivi, la geoesplorazione
Giorno tre della scuola, domenica 16 Giugno: torniamo al civico numero 3 di Via Vanchiglia a Torino. In una sala troppo piccola per tenerci tutte, incontriamo la presidente dell’Associazione per la lotta contro le malattie mentali (ALMM) Barbara Bosi, il vicepresidente e infermiere psichiatrico in pensione Giorgio Tebaldi e Germana Massucco, ex assistente sociale, dal 1968 a fianco dello psichiatra Enrico Pascal nella lotta e nella vita.
Giorgio e Germana decidono di introdurci all’Associazione, di cui ci aveva anche parlato Barbara, arrivando solo dopo al racconto personale della loro esperienza professionale e umana nel contesto di Collegno. Ci raccontano che la nascita dell’Associazione, per esempio, ha coinciso con le esperienze pionieristiche di Franco Basaglia a Gorizia e a Trieste e la pubblicazione dei suoi Che cos’è la psichiatria? (1967) e L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (1968). Le riflessioni goriziane e la loro rapida diffusione diedero voce al progetto dell’ALMM: «combattere l’istituzione manicomiale e liberare gli internati costretti in condizioni di vita disumane»4.

Mentre parlano, Giorgio e Germana si alternano, dibattono, e i loro ricordi si compenetrano mostrando una complicità che ci restituisce la dimensione personale ma anche collettiva di quella storia. Tra i momenti che citano, compaiono protagoniste le pionieristiche assemblee di infermieri, psichiatri e ricoverati organizzate a Collegno tra il 26 aprile e l’agosto del 19695. In queste, trascritte sinteticamente nel Rapporto dalla Sezione 12, si incontrano le istanze di uomini – di donne non c’è traccia almeno nella verbalizzazione delle assemblee6 – diversi tra loro per professione, opinioni e status, ma tutti concordi nel desiderio di migliorare lo stato di degenza dei pazienti, spesso rinchiusi in strutture fatiscenti e degradanti, con l’obiettivo di conquistare, laddove possibile, angoli di libertà. Mediatore e promotore di queste occasioni di scambio, Enrico Pascal, figura imprescindibile nella storia della deistituzionalizzazione manicomiale torinese e responsabile dei reparti 3 e 12 di Collegno. Germana racconta come Enrico si sia trovato sin da subito al centro del dibattito politico per la deistituzionalizzazione dei manicomi. Quando nel dicembre del 1968 gli studenti delle facoltà di Architettura e Medicina si unirono in Università in un’assemblea di denuncia nei confronti delle condizioni dell’ex ospedale, Pascal, in aperta critica alla psichiatria tradizionale e in particolare verso il suo maestro, il professor Torre, dichiarò che: «In quest’aula, vent’anni fa, io non ho imparato nulla». È Germana stessa a leggerci queste parole e poi ci racconta che l’evento fu così travolgente per gli studenti che il giorno dopo, il 18 Dicembre 1968, lo psichiatra aprì le porte del manicomio di Collegno, dove, nei locali del teatro, proseguì l’assemblea pubblica. Lì convogliarono i giovani e i rappresentanti della neonata ALMM insieme ad altri gruppi e collettivi sensibili al tema, nonché gli stessi degenti. Per la prima volta, le voci dei “sani” si incontravano con quelle degli “ammalati” per darsi pari dignità7.

Mentre ascoltiamo, ci torna in mente la geoesplorazione del giorno prima (sabato); nonostante la pioggia, siamo infatti riuscite a visitare l’immensa area dell’ex ospedale psichiatrico di Collegno, l’edificio del Reparto 12 a cui si riferiscono Giorgio e Germana, ora in stato di abbandono, e quel “teatrino” in cui si svolse l’importante appuntamento del 1968. Le testimonianze orali di Giorgio e Germana si sovrappongono dunque a fonti materiali e paesaggistiche, ma anche a fonti più tradizionali, come nel caso di uno dei manifesti che si possono osservare nella sala principale dell’ALMM: quello degli studenti che inneggiavano alla “Lotta alle Istituzioni”, ricordo di quella giornata di cui ancora si conserva memoria a Torino.

Esperienze da sesto grado: «ma questa è una comunità o una casa»?
Una riflessione di Germana Massucco che ci ha colpite in modo particolare è in riferimento alle assemblee di reparto come momenti di condivisione e di confronto sulle pratiche di cura, l’ingresso inaspettato della democrazia in uno spazio che l’aveva sempre negata. Germana ricorda vividamente l’immagine di alcune persone che avevano concluso o stavano progredendo nel percorso di cura e che prendevano parola per parlare delle proprie fasi di crisi. L’immagine da loro usata, e che Germana ci restituisce, è quella del crepaccio. Un crepaccio «che per loro è casa», un luogo sicuro di cui conoscono ogni cosa, anche il male che questo produce ma che rassicura; soprattutto in opposizione al «mondo fuori che è peggio» e che fa paura. Da questa immagine Germana elabora alcune riflessioni sulla propria esperienza di lavoro, nella quale la relazione interpersonale era centrale:
E la persona [paziente] a te operatore chiede due cose. La prima: «Sei tu in grado di stare in quell’angoscia, di resisterla?». Seconda domanda: «Ma tu sei in grado di sabotare quella mia costruzione, sei in grado di sabotarmi? Come fai? Dimmelo». Pensate la sottigliezza, la profondità di questi percorsi. Qui lo chiamavamo “il sesto grado”. Sia per l’uno che per gli altri. «Sei in grado di tollerare quest’angoscia che ti avvolge e che io vivo. Tu che dici di volermi aiutare? Riesci a individuare come far saltare questa costruzione che ho fatto, perché io ho bisogno che tu mi aiuti». E notate che chi fa questa domanda è chi ne è uscito.
La fatica del lavoro di relazione con i pazienti torna anche in un’altra testimonianza raccolta sabato, in uno degli ex padiglioni manicomiali di Collegno ora sede dell’Università di Torino. Infatti, in occasione della visita agli spazi dell’ex ospedale psichiatrico, abbiamo anche ascoltato e discusso alcune testimonianze degli ex pazienti, registrate in vecchie interviste per la televisione, e soprattutto abbiamo incontrato alcune delle persone che hanno lavorato nel processo di deistituzionalizzazione torinese. Tra loro, Rita, un’operatrice d’appoggio, l’equivalente odierna della figura dell’educatrice – che significava, allora, non avere competenze infermieristiche o educative particolari. È proprio la testimonianza di Rita che ci risuona quando, domenica mattina, ascoltiamo Germana. Rita ha una voce molto calma, si prende il tempo per rispondere alle nostre domande sulla sua esperienza di lavoro nelle comunità-alloggio, nei servizi territoriali come operatrice di una cooperativa sociale.

Racconta come, guardando dall’esterno i nuovi spazi di vita fuori dal manicomio (i gruppi appartamento, le comunità ospiti, le comunità alloggio, ecc.), sembrasse «tutto casuale, come in una casa, mentre in realtà era tutto strutturato», con tempi e attività rigide e stabilite dall’alto. Di frequente le veniva chiesto dalle persone “ospiti”, e a mo’ di critica, la natura di quell’abitare: «Ma questa è casa o è comunità?». La domanda diretta, nella sua semplicità manifesta tutta l’ambivalenza politica dei due termini che rispecchiano le contraddizioni di quel processo di superamento, di transizione, pieno di rigidità, di pratiche politiche ma anche tecnicistiche e marcate da una continuità difficile da rifiutare del tutto con l’istituzione totale psichiatrica.

Chiusura sullo spazio
Ancora sabato 15 giugno, ancora Collegno. Mentre attraversiamo il parco che circonda la Certosa di Collegno, dove i prati e campi da gioco hanno sostituito i terreni coltivati dagli ospiti in una vaga pretesa di autosostentamento che invece ne amplificava l’esclusione dal tessuto urbano, sulle nostre teste volano bassi gli aerei partiti da Caselle. Se ne sente il rombo. Era già così quando questo luogo era abitato? Chi era dentro, da anni o da decenni, sentiva il rumore di quella libertà provenire da fuori?
Dalle finestre con le inferriate si poteva osservare il cambiare delle stagioni nei campi? Si potevano seguire i lavori dei fattori? Vedere i bambini e le bambine cresciute lì intorno, i figli e le figlie di quelle famiglie per cui il manicomio era anche una fonte di reddito, entrare intimoriti per recuperare un pallone volato troppo alto oltre il muro?
I primi mattoni di quel muro di cinta, che separava il manicomio di Collegno dalla città, gli internati dai liberi, sono stati abbattuti nel 1977. Era giugno ma non doveva fare caldo: nelle fotografie gli uomini portano maglioni e giacche mentre camminano sulle macerie. Camminare su quelle macerie, cercando di ricostruirne i tanti significati, è stato quello che abbiamo fatto anche noi, in un giugno simile.

1 Il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università di Cagliari, il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, la Società italiana delle storiche, il CIRSDe Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere – Università di Torino, l’Archivio delle Donne in Piemonte, l’Associazione per la lotta contro le malattie mentali, la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, il CISO – Centro italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera Piemonte e numerosi soggetti del terzo settore (cooperativa sociale La Nuova Cooperativa, cooperativa sociale il Margine, cooperativa sociale Progetto Muret, cooperativa sociale il Sogno di una cosa, cooperativa sociale Chronos, Solidea – Società di Mutuo Soccorso del Sociale, cooperativa Stalker Teatro, Associazione Arcobaleno, Legacoop Piemonte).
2 Dal nuovo Statuto organico dell’Istituto Buon Pastore approvato definitivamente con decreto del Re del 1 ottobre 1914.
3 Archivio delle donne in Piemonte, Casa delle donne, scatola A, bobina A8.
4 Consultato in data 24.09.204.
5 Le sedute delle assemblee che si tennero tra il marzo e il novembre 1969, successivamente dunque ai fatti riportati, sono state registrate dall’equipe di Enrico Pascal, e sono oggi ascoltabili sul sito della Cooperativa Sociale Il Margine (consultato in data 24.09.2024).
6 Qua si trovano i documenti dattiloscritti del Rapporto. Quanto all’assenza delle donne, per lo meno per quanto riguarda la popolazione ricoverata, si deve menzionare l’effettiva divisione maschile e femminile operata nei reparti. Nel Reparto 12 erano infatti ospitati “gli epilettici”: è possibile che le recluse affette dalla stessa malattia occupassero un altro reparto (consultato in data 24.09.2024).
7 Ciclostilato sull’assemblea comune del movimento studentesco con gli infermieri dell’Ospedale psichiatrico di Collegno, 23 dicembre 1968, consultato in data 24.09.204.
