Aiso Italia
  • Home
  • ASSOCIAZIONE
    • PRESENTAZIONE
    • ORGANI E CARICHE
    • REDAZIONE
    • I TAVOLI DI LAVORO DI AISO
    • SOCI
    • ASSOCIARSI
    • STATUTO
    • PRIVACY E COOKIES
    • CONTATTI
  • RISORSE
    • BUONE PRATICHE
    • METODI
    • STRUMENTI
    • INTERVISTE SULL’INTERVISTA
    • STORIA
    • VADEMECUM ARCHIVI ORALI
    • LINKS
      • ASSOCIAZIONI
      • SITI AMICI
  • PUBBLICAZIONI
    • NOTIZIARIO
    • RIVISTA
    • LIBRI
  • SCUOLE AISO
    • SCUOLE AISO IN PREPARAZIONE
    • EDIZIONI PASSATE
22 Maggio 2026 da AISO
Resoconti

“Re-thinking oral history”: postmemoria e memoria familiare

“Re-thinking oral history”: postmemoria e memoria familiare
22 Maggio 2026 da AISO
Resoconti

di Camilla Marzolo

Un convegno della portata della ventitreesima conferenza dell’International Oral History Association, tenutasi a Cracovia dal 16 al 19 settembre 2025, può forse essere utilizzato per valutare lo stato di salute dei vari temi di cui si occupano gli studiosi di storia orale oggi. Tra questi temi, vale la pena di osservarne uno per il modo timido e incerto con cui si è presentato al convegno: la storia orale applicata alla memoria di famiglia e, in particolare, al concetto di postmemoria. Una valutazione dello spazio attribuito agli studi su questi due temi durante i quattro giorni di conferenza può essere tratta già da un’osservazione quantitativa: su 63 panel di cui è stato composto il convegno, soltanto due contenevano nel titolo il termine “postmemory”; un terzo panel è stato eloquentemente intitolato “Oral history and families: a neglected methodological frontier”; altri due, infine, si proponevano di avvicinarsi allo studio della memoria familiare e della postmemoria con qualche esitazione, accostando nei loro titoli concetti tra loro simili ma distinti (“Family remembrance, received memory and Holocaust” e “Oral history intergenerational transmission”). Allo stesso modo, nelle singole relazioni che componevano queste sessioni il termine “postmemoria” è stato usato con estrema difficoltà, sostituito più volentieri da perifrasi che sembravano supporre una interscambiabilità tra diversi concetti solo debolmente definiti: family history; family memories; family remembrance; received memory; intergenerational memories; oral history of the dead. 

Tuttavia, il concetto di postmemoria è emerso carsicamente in diverse relazioni del convegno, a testimonianza di un diffuso riconoscimento del suo significato, seppur forse offuscato da una generale impreparazione a trasformarlo in strumento di analisi. Inoltre – ed è forse questo l’elemento di maggiore soddisfazione per chi intenda esplorare l’applicazione di questo concetto agli studi memoriali – le sue sporadiche comparse hanno dimostrato un convinto e forse definitivo affrancamento del concetto di postmemoria dai limiti esclusivi del campo degli studi sull’Olocausto entro cui è nato (Hirsch, 2012) e dall’ambito d’elezione degli studi su esperienze traumatiche, pur rimanendo saldamente legato anche a questi riferimenti tematici.

In questo suo allargarsi a nuovi temi, il concetto di postmemoria – che, ricordiamo brevemente, è stata definita come la memoria di chi “ricorda” un evento pur non avendolo vissuto direttamente, ma avendone assorbito i racconti e le emozioni da chi (spesso un genitore, o un nonno) di quell’evento ha fatto esperienza (Hirsch, 2012, 5) – è stato proposto in occasione del convegno da diversi punti di vista. Il più innovativo tra questi è stato inquadrato dalla lectio magistralis di Rib Davis, dedicata alle connessioni tra storia orale e cambiamento climatico. La comunità e il passaggio generazionale sono stati infatti riconosciuti come elementi imprescindibili nella trasmissione di conoscenze e memorie rispetto ad assetti ambientali ormai parte del passato. La prospettiva di lungo termine sul clima offerta da storie di vita che tengano insieme più generazioni apre al confronto con il concetto di postmemoria, in particolare con la necessità che questo presenta di articolare le diverse soggettività che entrano in gioco nel tramandare una memoria altrui. Ancora più calzante con il concetto di postmemoria è stata la riflessione scaturita da una relazione dedicata alla memoria del genocidio Armeno (Shushan R. Khachatryan): nel caso di una comunità nazionale che in passato è stata vittima di genocidio, infatti, il concetto di postmemoria emerge quasi inevitabilmente, tendendo ad allargarsi fino a comprendere la particolare posizione identitaria e memoriale di un’intero gruppo che si identifica con un passato di persecuzione pur non avendolo vissuto in prima persona. L’idea di una postmemoria nazionale è stata affrontata anche da Marianne Hirsch (Panico, 2024, 131-146), che l’ha applicata al caso dell’odierno Stato di Israele: osservando le strumentalizzazioni del passato messe in atto per trasmettere un senso di vittimizzazione ereditaria in quel contesto, Hirsch ha sottolineato le potenziali pericolosità di utilizzare il concetto di postmemoria per sfavorire un processo di riconciliazione storica. Un altro florido intervento (Jonila Godole) ha suggerito le potenzialità dell’uso del concetto di postmemoria nella didattica, trasformando i giovani studenti da destinatari passivi dell’insegnamento a “memory agents” al centro del processo postmemoriale,  trasformando l’esperienza di raccolta di “storie vive” provenienti dai propri genitori o nonni in strumento didattico. 

Università di Cracovia, sede della conferenza. Fotografia di Camilla Marzolo.

Altri interventi hanno affrontato più lateralmente il concetto di postmemoria, suggerendo alcuni strumenti per il suo utilizzo: tra questi, l’uso della musica come strumento di connessione tra la memoria dei vivi e quella dei morti (Isao Kato), il riferimento ai community archives come contenitori preziosi di documenti familiari (Andrew Flinn, Monica Tenaglia, Claudio Ogass Bilbao, Kamil Kmak, Tamara Štefanac), e il riconoscimento dei cimiteri come particolari luoghi di memoria adatti a sollecitare il lavoro postmemoriale (Naomi Frost, Anna Sheftel, Romy Shoam, Sonia Halpern-Bazar). 

Per completare questa breve rassegna, è utile soffermarsi su un tema apparso in due diverse relazioni (Mary Gordon; Lea Münch), presentate come scollegate tra di loro ma in realtà accomunate da uno dei nodi metodologici centrali che si presentano quasi inevitabilmente in una ricerca qualitativa di storia familiare condotta su scala ridotta e attraverso la pratica delle storia orale, eventualmente reiterando le interviste nel tempo e in ogni caso costruendo un rapporto con la famiglia coinvolta nello studio. La valorizzazione di queste due relazioni, in particolare di quella di Lea Münch (“How uncle Alphonse’s survival became a family secret. Intergenerational memories of relatives of patients in nazi psychiatry”), è significativa perchè permette di condividere una “buona pratica” che può essere tenuta in considerazione da molti. La questione metodologica ed etica al centro di questa relazione si snodava intorno a un interrogativo: cosa fare nel momento in cui, come ricercatori e grazie a ricerche condotte con più strumenti, ci si trova in possesso di più informazioni di quelle di cui la famiglia stessa dispone, o di quelle che la famiglia ha voluto trasmettere nella propria memoria intergenerazionale e all’esterno del proprio nucleo? Münch ha delicatamente richiamato il diritto di chiunque a non sapere, a ignorare una parte del passato proprio o della propria famiglia di cui si preferisce non avere traccia nel proprio presente; un diritto che non può essere messo in discussione nemmeno dalla ricerca storica, e che senz’altro deve essere tenuto in considerazione e tutelato il più possibile dal ricercatore che voglia avvicinarsi a conoscere la storia di una famiglia e dei suoi membri. Questa attenzione è tanto più importante quanto più, ovviamente, la ricerca in oggetto sollevi trascorsi sensibili o drammatici, come nel caso specifico del coinvolgimento nei programmi di psichiatria nazisti studiati da Münch (2026). Il comportamento scelto dalla studiosa scarta l’opportunità di un dialogo simultaneo, che sia una telefonata o un colloquio di persona, registrato o no, perchè costringe automaticamente a una risposta; allo stesso modo esclude mezzi di comunicazione troppo rapidi, come un messaggio o una e-mail, perchè impongono una eccessiva sensazione di attesa, di reciprocità comunicativa, perfino di invadenza. Il mezzo scelto da Münch, lento, discreto, affidabile, è la lettera, nemmeno consegnata a casa per non violare la riservatezza del domicilio; una volta individuata la residenza dei destinatari, la lettera è consegnata all’istituzione cittadina, che viene incaricata di comunicarne l’esistenza ai riceventi. All’interno della busta, non l’informazione sensibile, ma una attestazione di disponibilità a mettersi in comunicazione, con l’indicazione dei propri recapiti. 

Un esempio come questo permette di trarre alcuni insegnamenti e considerazioni, che sono da tenere presenti in modo particolare nell’ambito delle ricerche di storia familiare. Innanzitutto, il concetto stesso di postmemoria funge per noi da avvertimento, in quanto esso presuppone come dato di partenza il peso significativo che la storia dei propri antenati può avere per i discendenti; un peso che può essere di ispirazione e orgoglio, ma anche foriero di sofferenza. In entrambi i casi, e nelle sfumature che li separano, questa particolare eredità familiare contribuisce alla costruzione dell’identità del soggetto discendente o “post-rememberer”. Questo invita innanzitutto a una cautela nel maneggiare queste memorie, consapevoli dell’influenza che esse possono avere su persone non direttamente coinvolte nei fatti, ma che per legami di prossimità e affetto con i soggetti della nostra ricerca hanno il diritto di conoscere con le proprie modalità, tempi e limitazioni una parte del proprio passato familiare. Qualora, di fronte a una loro disponibilità ad essere coinvolti, ci trovassimo nella condizione di indagare insieme ai discendenti il loro passato familiare e il modo in cui questo è stato loro trasmesso, non potremmo esimerci dal considerare accuratamente la soggettività dei nostri testimoni nell’elaborazione di quella memoria: un invito, questo, – proveniente di nuovo dal concetto di postmemoria – a non considerare i discendenti come trasparenti riflettori di una memoria i cui protagonisti sono ormai scomparsi, ma piuttosto come parte integrante di un processo di trasmissione memoriale intergenerazionale con spiccate caratteristiche di creatività (Panico, 2024), che ha in loro l’ultimo anello di una catena. Vedendo l’indagine in questo modo, lo studio della loro soggettività attraverso la raccolta delle loro storie di vita diventa imprescindibile, per far emergere le molte influenze cui sono stati soggetti, i diversi “quadri sociali” di cui hanno fatto parte e il rapporto che essi hanno costruito con la memoria che hanno ereditato, diventandone, nella maggior parte dei casi, testimoni a modo loro.

Tutte queste osservazioni costituiscono dei punti programmatici per una ricerca che intenda utilizzare in modo appropriato il concetto di postmemoria per uno studio di storia familiare: ciò che sarebbe necessario in modo preliminare è una sistematizzazione del concetto in ambito storico, che ne distingua le caratteristiche rispetto ad altre definizioni che vengono date alla trasmissione intergenerazionale della memoria e, soprattutto, che lo trasformi in strumento di analisi di cui possano servirsi le ricerche di storia orale che ancora vanno in cerca delle ultime testimonianze in vita di momenti cruciali della storia del Novecento – prime fra tutte, la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza italiana. La speranza è che questi prossimi anni offrano una maturazione in questo senso.

Articoli Correlati:

Il congresso dell'International Oral History Association - Jyväskylä (Finlandia), 18-21 gi...

La Finlandia,...

Memorie e immaginari di Corviale. Un report

di Sara Rosse...

Dalla Pantera al No-Ocse: un report della Summer School di Bologna

Pubblichiamo ...

Narrare la città. Storia orale nel Rione Sanità, Napoli

Report di St...

Restituire Affioramenti #3 | Lo spazio della memoria. Riflessioni sul valore della geoespl...

di Mariantoni...

Ioha

SEGUICI

Envelope Facebook Instagram Youtube Rss
ASSOCIATI!
L'INTERVISTA
BUONE PRATICHE
VADEMECUM
SCUOLE AISO
PUBBLICAZIONI
RIVISTA
Premio AISO 2023
Tavolo Permanente per le Fonti Orali
CALL FOR VIDEO
Le fonti orali - Intervista

Storia Orale

È la registrazione dei ricordi, delle esperienze e delle opinioni delle persone su ciò che hanno vissuto.

Significa incontrare persone faccia a faccia, dialogare con loro, ascoltare quel che hanno da dire, riflettere e utilizzare criticamente i loro racconti.

Consente di far sentire la voce di individui e gruppi che hanno poco ascolto o che sono ai margini della società.

Offre punti di vista originali e spesso sorprendenti sul passato e sul presente, che sovvertono, contraddicono o integrano le narrative dominanti.

È un’opportunità per salvare racconti, tradizioni orali, lingue e “arti del dire” che sono in continua trasformazione.

In Italia la storia orale ha una ricca tradizione che risale agli anni '50, ma l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è impegnata anche in nuovi ambiti come archivi orali e tecnologie digitali, e public history.

 

Contatti
Privacy & Cookies