di Massimiliano Mattei
Giovani storiche e storici alle prese con le fonti orali. Pubblichiamo il secondo contributo della restituzione collettiva della scuola itinerante Affioramenti a cura del gruppo di giovani usciti da un percorso universitario di Storia dalla Sapienza Università di Roma. Riprendendo le loro parole, si tratta di una collettività che “ha un denominatore comune: l’essere stati studenti della professoressa Lidia Piccioni. Abbiamo deciso di condividere una serie di contributi, riflessioni e questioni aperte emerse grazie alle interazioni della nostra esperienza con le fonti orali e gli insegnamenti ricevuti durante la scuola Affioramenti. La filiera generativa della storia orale.”
Mi sono avvicinato alla storia orale quasi per caso durante il mio percorso universitario, guidato dalla professoressa Lidia Piccioni, relatrice della mia tesi in storia contemporanea. Il lavoro prendeva, come punto di partenza, l’analisi di un episodio specifico e poco indagato dalla storiografia: un fatto di sangue legato al grande brigantaggio post-unitario, avvenuto a Ruvo del Monte, un piccolo comune della Basilicata, il 10 agosto 1861. Ben presto, tuttavia, mi sono reso conto che l’obiettivo non era soltanto ricostruire un evento: sentivo il bisogno di comprendere cosa quell’episodio avesse lasciato nel tempo. Che traccia avesse lasciato nella memoria di chi vive oggi in quel luogo. Quale significato aveva ancora per la comunità locale. Da questi quesiti è nata la scelta di integrare il lavoro d’archivio con l’utilizzo di fonti orali. Ho iniziato, pertanto, a raccogliere le voci e i ricordi della comunità locale mediante interviste a domande aperte, lasciando spazio alle persone, alle pause ed alle loro esitazioni. Tra gli intervistati vi erano anche discendenti dei briganti e delle vittime del 10 agosto 1861. Con il tempo, grazie anche alla partecipazione alla scuola di storia orale e public history promossa dall’AISO nel quartiere di Corviale a Roma, ho appreso che intervistare non significa solo porre domande ma costruire una relazione e mettersi in ascolto. Durante la ricerca mi sono confrontato con una tensione ricorrente: alcune testimonianze coincidevano con le fonti scritte, altre sembravano discostarsene o muoversi su di un piano differente. All’inizio questa discrepanza mi ha spiazzato, inducendomi ad interrogarmi sull’“attendibilità” o meno dei racconti. Progressivamente ho compreso che lo “scarto” tra memoria orale e documentazione storica non costituisce un limite bensì una chiave di lettura che ci permette di riflettere sulle diverse forme della memoria stessa: accanto alle memorie “ufficiali”, esistono memorie pubbliche più deboli, marginali o autonome che la storia orale valorizza restituendo voce a soggetti e gruppi spesso esclusi dalle narrazioni dominanti. Questo approccio mi è stato suggerito dalla professoressa Lidia Piccioni ed ho avuto modo di approfondirlo durante la scuola Affioramenti dell’AISO: le fonti orali non servono solo a confermare o ricostruire eventi storici ma a rivelare il rapporto che le persone intrattengono con quegli eventi. Anche quando non coincidono con i documenti, le testimonianze comunicano informazioni essenziali. Ogni intervista restituisce non solo dati su ciò che è accaduto ma anche sulla persona che parla: la sua storia, la sua visione del mondo ed il contesto in cui vive. Lavorare con la memoria implica un continuo confronto con la sua natura selettiva e soggettiva. Essa non è mai neutra: è fatta di omissioni, interpretazioni ed emozioni, uno sguardo sul passato che parte sempre dal presente. Nel corso della mia esperienza ho, così, iniziato a riflettere sul rapporto tra memoria e storia. Memoria e storia rappresentano due modalità distinte di rapportarsi al passato: la memoria è soggettiva, mobile e talvolta contraddittoria; la storia cerca di verificare, confrontare e collocare gli eventi in un quadro più ampio. Tuttavia, questi due mondi non sono separati: dialogano continuamente. In tale contesto, la storia orale emerge come un ponte fondamentale tra memoria e storia, capace di collegare l’esperienza vissuta con l’analisi storica, restituendo alle comunità la possibilità di farsi comprendere attraverso le proprie narrazioni. Le domande che guidano la ricerca storica spesso nascono dal presente, da ciò che una comunità ricorda, dimentica o sente il bisogno di raccontare mentre il lavoro dello storico può influire sul modo in cui quel passato viene ricordato.

Ascoltare diventa quindi un gesto fondamentale ma non sufficiente: occorre anche mantenere una distanza critica, interrogare i racconti e metterli in relazione con altre fonti. Questo equilibrio – tra empatia e analisi, tra coinvolgimento e spirito critico – si apprende gradualmente. Ed è proprio in questo spazio, fatto di ascolto e interpretazione, che emerge il valore più profondo della storia orale: non solo come metodo di ricerca ma come ponte tra memoria e storia, un modo per avvicinarsi alle persone e al loro modo di dare senso al passato.
