In apertura al suo volume1 Virginia Niri riporta lo stralcio di un’intervista a Franco Fortini del 1977, nella quale lo scrittore parlava delle “conseguenze molto serie” a cui avrebbe portato la tendenza oggettiva del femminismo a distruggere i punti di riferimento culturali. Come scrive giustamente Niri, queste conseguenze all’epoca non erano ancora così visibili, ma oggi? “Che cosa ha lasciato il movimento femminista alle donne – e agli uomini – di oggi? Quali sono stati gli apporti significativi, quali i metodi, quali i risultati?” (p. 11).
Con l’obiettivo di dare delle risposte a queste domande affatto scontate, Niri ha ricostruito la storia della nascita e della diffusione del metodo autocoscienziale in Italia che, di fatto, ha rappresentato la grande rivoluzione culturale del femminismo. Inoltre, ha messo in luce come tale pratica abbia contagiato e sia stata acquisita all’interno di altri contesti di oppressione, come il mondo omosessuale e quello psichiatrico, dimostrandone la grande pervasività.
Il volume è diviso in tre capitoli tematici che ripercorrono rispettivamente le origini dell’autocoscienza femminista, la natura del metodo, le esperienze vissute in prima persona da donne e uomini che l’hanno praticata; l’acquisizione del metodo autocoscienziale all’interno del movimento omosessuale e infine il processo di rivoluzione/liberazione sessuale che ha traghettato la società italiana verso nuovi approcci e modi di vivere e pensare la sessualità, il corpo, il sé e l’altro. Ai tre capitoli, si aggiunge una preziosa appendice finale che arricchisce ulteriormente il lavoro perché dà voce a un’altra categoria di persone che, come le donne, fino a quel momento era stata tenuta ben lontana dalla sfera pubblica, ovvero “i matti”. Le ultime pagine del libro, infatti, sono dedicate all’Attività Terapeutica Popolare che la dottoressa Antonietta Bernardoni (1919-2008), psichiatra operativa a Modena, svolgeva con i suoi pazienti riuniti in assemblea.
Oltre alla scelta di indagare la pervasività del metodo autocoscienziale anche al di fuori del movimento femminista, che mi sembra l’elemento di grande innovatività di questo lavoro, l’altro aspetto che ho molto apprezzato è la scelta metodologica della storia orale, dovuta in parte alla difficoltà nella reperibilità delle fonti scritte sulla stagione dei movimenti, ma in primo luogo a una scelta consapevole dell’autrice. Come già accennato, infatti, Niri ha utilizzato come fonti principali per la sua ricerca le interviste a 51 donne e 3 uomini che ha condotto personalmente su tutto il territorio italiano. A queste, si aggiungono altre interviste che risalgono invece alla fine degli anni Ottanta raccolte dalle studiose Graziella Gaballo e Lisetta Francesconi tra le compagne con cui avevano fatto autocoscienza negli anni Settanta.
La scelta della storia orale per indagare un metodo che a essa si avvicina, com’è il caso dell’autocoscienza, mi è parsa calzante. Entrambe, infatti, affondano le loro radici nella matrice culturale del lungo Sessantotto che ha ridefinito i modi di interpretare il sé, la collettività e il mondo. Questa comune origine ha fatto sì che, pur perseguendo finalità diverse, storia orale e autocoscienza abbiano condiviso l’approccio maieutico e la volontà di dare voce a chi fino a quel momento aveva taciuto. Altri punti di contatto sono riscontrabili a livello di pratiche. Alcuni gruppi di autocoscienza, ad esempio, hanno utilizzato il registratore per tornare a riflettere sulle proprie discussioni, condividendo con la storia orale quei dubbi metodologici legati alla restituzione scritta di un discorso collettivo. Infine, la scelta della fonte orale come metodo d’indagine da parte di Niri ha certamente facilitato e stimolato le/i testimoni a rivivere, nel momento dell’intervista stessa, quell’esperienza di (ri)scoperta di sé tipica dell’autocoscienza. Infatti, come dimostrano anche i molti stralci di testimonianze riportati generosamente nel testo, la pratica dell’intervista ha permesso di scavare a fondo e rintracciare gli aspetti più intimi ed emotivi di quella che è stata un’esperienza collettiva fortemente sentita da coloro che vi avevano preso parte.
Oltre alle testimonianze orali, il lavoro si avvale anche di documentazione scritta reperibile in diversi archivi femministi, come appunti personali, report o fogli di lavoro per relazioni e presentazioni di carattere politico. Infine, un’altra fonte molto ricca e interessante, sono le lettere della “posta del cuore” di alcuni giornali dell’epoca. Si tratta soprattutto di riviste femminili, le cui rubriche erano però gestite sia da donne che da uomini con le relative differenze riguardo alle risposte date alle giovani che scrivevano per ricevere consigli sui loro dubbi amorosi, affettivi, sessuali, esistenziali.
L’intreccio di queste fonti eterogenee ha permesso di capire meglio in che modo il metodo autocoscienziale abbia influenzato i discorsi sulla sessualità e provocato risvolti innovativi anche a livello di pratiche. Allo stesso tempo, la pluralità di fonti ha restituito anche tutta la complessità e la contraddittorietà delle riflessioni sulla sessualità e sui rapporti tra i generi che circolavano all’epoca, nonché la molteplicità delle esperienze autocoscienziali stesse.
Quest’ultimo aspetto è evidente attraverso le numerose testimonianze all’interno di tutto il volume, ma in particolar modo nel primo capitolo dove vengono ricostruite le origini del pensiero autocoscienziale che, fondato negli Stati Uniti come metodo di indagine politica a partire da sé, si diffonde poi sia in America Latina, sia in Europa. In ciascun luogo, esso assume caratteristiche proprie dovute alle specificità del contesto politico e sociale e alle influenze di intellettuali o attivisti locali. In America Latina, ad esempio, era molto influente all’epoca il pensiero del pedagogista Paulo Freire, mentre il contesto italiano deve la sua peculiarità principalmente all’originale contributo teorico di Carla Lonzi.
Oltre a Rivolta femminile, gruppo di autocoscienza separatista fondato appunto da Lonzi, tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta fiorirono in Italia numerosi altri gruppi: il Demau e l’Anabasi a Milano, le Nemesiache a Napoli e tutta una serie di altre piccole realtà nate da collettivi o gruppi extraparlamentari, nate sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle case di amiche, nei consultori etc. Rispetto all’approccio statunitense, a cui alcuni gruppi rimasero comunque fedeli, la particolarità delle esperienze italiane stava nella volontà di agire oltre che sul piano personale anche su quello politico. In altre parole, il lavoro su di sé che si faceva all’interno dei gruppi di autocoscienza era necessario per permettere alle partecipanti di prendere coscienza della propria oppressione nella società patriarcale, nonché il primo passo verso una maggiore consapevolezza politica che permettesse poi a quelle stesse donne di agire per smantellare la struttura patriarcale che le imprigionava. Questo significava realizzarsi come esseri sociali e dunque divenire soggetti, scopo ultimo dell’esperienza autocoscienziale secondo Lonzi.
Le tematiche che più spesso venivano affrontate all’interno dei gruppi riguardavano la situazione di oppressione familiare e sociale delle donne, il senso di inadeguatezza che avvertivano in svariati contesti e la sessualità. È a quest’ultima sfera, in particolare, che l’autocoscienza ha dato al femminismo un canale di accesso privilegiato. Attraverso la condivisione di discorsi su pratiche sessuali, orgasmo, modalità dei rapporti, centralità del coito, desideri e fantasie inesplorate o rimaste inespresse per paura, i gruppi di autocoscienza sono riusciti a scoperchiare gli elementi della subordinazione femminile rispetto all’uomo e a individuare nel rapporto fisico l’elemento centrale per il rovesciamento del sistema patriarcale.
Per forza di cose poi anche il rapporto con l’uomo era diventato tema di grandi discussioni, analisi e critiche con la conseguenza che fece affiorare non poche difficoltà all’interno dei rapporti di coppia eterosessuali. Per molte donne che avevano iniziato un percorso di autocoscienza il rapporto con il proprio compagno o marito, era avvertito come profondamente in contraddizione rispetto ai loro tentativi di scoperta di sé. Questa contraddizione, inoltre, era difficilmente gestibile poiché seppur consapevoli che la cultura patriarcale fosse il nemico da abbattere, allo stesso tempo, come emerge dallo stralcio di un’intervista che dà anche il titolo al libro, “con questo nemico ci facevamo l’amore, ci facevamo i figli” (p. 82).
L’impatto sociale, politico e personale dell’autocoscienza è stato rilevante, e lo è stato in primo luogo sul linguaggio. Le donne hanno iniziato a parlare, confrontarsi, conoscersi, realizzarsi come esseri sociali grazie a quel processo di “nominazione di sé e del mondo”. Ma che ricordo ne hanno conservato? Come raccontano oggi la loro esperienza di autocoscienza?
Le posizioni non sono sempre coerenti. Nelle interviste raccolte da Niri, così come nelle riviste femministe dell’epoca, l’autocoscienza viene presentata come esperienza tendenzialmente positiva che ha cambiato la vita di molte donne e ha permesso loro di uscire da rapporti di assoggettamento. Nelle interviste degli anni Ottanta, invece, emergono soprattutto gli aspetti delusori, gli esiti negativi o neutrali del metodo. Tuttavia, anche le critiche sembrano piuttosto contraddittorie perché c’è chi evidenzia l’incapacità dell’autocoscienza di andare fino in fondo nell’analisi del malessere che si condivideva, chi invece critica l’impossibilità di passare a un’azione pratica e di risolvere concretamente i problemi che emergevano, chi d’altra parte sostiene la profondità dello scavo autocoscienziale ma anche il dolore provocato da quelle ferite che, una volta aperte, non hanno poi trovato né il tempo né lo spazio per essere rimarginate.
Come già anticipato, uno dei meriti di questo libro è quello di rintracciare la pervasività del metodo autocoscienziale anche all’interno del movimento omosessuale, di cui Niri ricostruisce brevemente le tappe principali e gli obiettivi. Poiché negli anni Cinquanta e Sessanta l’omosessualità era percepita come una minaccia alla mascolinità, aspetto che emerge dall’analisi delle lettere della “posta del cuore” e che già Pasolini aveva portato sugli schermi col suo celebre Comizi d’amore, uno degli obiettivi del movimento omosessuale negli anni Settanta era quello di rivendicare un’identità propria, autentica, libera dagli stereotipi mediatici e trovare spazio per l’azione politica.
A questo fine, il movimento omosessuale dialoga con quello femminista e utilizza il metodo autocoscienziale per conoscersi e farsi conoscere dal mondo, per uscire dalla sfera privata e ribadire la propria presenza sul piano pubblico e sociale. Oltre al metodo, il movimento omosessuale ottiene dai gruppi femministi anche supporto politico in termini di confronto intellettuale. Da parte loro, le femministe trovano nell’ambiente omosessuale un soggetto maschile nuovo pronto a rinegoziare le regole della struttura patriarcale. Da questo reciproco riconoscimento nasceranno, accanto a collettivi maschili misti (etero e omo) o collettivi separatisti di autocoscienza omosessuale, anche alcuni gruppi di autocoscienza misti (femministe-omosessuali).
Più complicato, contraddittorio e a oggi anche meno esplorato è invece il rapporto tra il femminismo e il lesbismo, le cui frizioni hanno portato talvolta nei gruppi a “situazioni di tensione mostruosa”, come sottolineato da una testimone (p. 156). Una delle questioni più spigolose era la scelta, da parte di alcune, dell’omosessualità politica o “sperimentale” perché da un lato poteva generare un conflitto interiore in quelle femministe separatiste che non la condividevano, dall’altro rischiava di oscurare invece la ricerca identitaria di alcune donne che si sono scoperte lesbiche in quegli anni. La cesura tra omosessualità femminile come volontà politica e come ricerca identitaria fu una delle ragioni che portò il movimento lesbico a seguire un percorso tutto suo, sia rispetto a quello femminista, sia rispetto a quello omosessuale maschile, arrivando a portare le proprie rivendicazioni nel dibattito politico italiano solo nel corso degli anni Ottanta.
In questi anni, con la progressiva istituzionalizzazione del movimento omosessuale e la concomitante diffusione dell’AIDS, i gruppi di autocoscienza sono andati via via riducendosi, ma la maggior parte degli/delle intervistati/e ne hanno evidenziato l’importante impatto positivo sulle loro vite.
In conclusione, il volume di Niri è di grande rilevanza perché fornisce uno studio storico approfondito sulla pratica dell’autocoscienza femminista, che ha certamente portato a una rottura metodologica e culturale irreversibile rispetto ai comportamenti sessuali, ai modelli e alle relazioni di genere propri della società italiana dell’epoca. Oltre a ciò, Niri ha mostrato come tale metodo sia stato introiettato in particolare all’interno del movimento omosessuale maschile e, con il caso studio dell’Attività Terapeutica Popolare della dottoressa Bernardoni, anche in quello psichiatrico.
Alla fine del volume rimane tuttavia un po’ di amaro in bocca in merito al destino delle esperienze autocoscienziali che, scrive Niri, tra il 1974 e il 1978, iniziano a sfaldarsi e a “sciogliersi nel movimento” che si fa sempre più di piazza e sempre meno di piccoli gruppi. Questa considerazione porta chi legge a volerne sapere di più, a voler approfondire ulteriormente l’analisi per capire quali resistenze abbiano effettivamente ostacolato le possibilità dell’autocoscienza di “toccare il mondo psichico” e “agire sulle strutture più profonde del sé e della realtà” (p. 256).
1 Virginia Niri, Con questo nemico ci facevamo l’amore. Autocoscienza e costruzione di nuove identità nel lungo Sessantotto italiano, Firenze, editpress, 2024.
